«Io, suora, scampata ai terroristi islamici. Ora aspetto il Papa tra i fratelli musulmani»
di Anna Pozzi
Suor Lourdes Miguelez, religiosa agostiniana spagnola, è sopravvissuta nel 1994 al massacro di due consorelle. «Sapevamo che poteva succedere, ma avevamo deciso di rimanere. La visita di Leone alla nostra comunità è una gioia inimmaginabile»

Sono passati più di trent’anni, ma quel 23 ottobre 1994 è impresso nella sua mente come se fosse ieri. «Avrei potuto essere io al loro posto», riflette suor Lourdes Miguelez, religiosa agostiniana spagnola, sopravvissuta al massacro delle sue consorelle Esther Paniagua Alonso e Caridad Alvares Martín. Stavano uscendo insieme per recarsi alla Messa nel quartiere di Bab el Oued, uno dei più popolari di Algeri e, a quel tempo, uno dei più infiltrati dai terroristi islamici. Esther e Caridad erano qualche passo più avanti e sono state freddate brutalmente sul marciapiede di un quartiere dove si sentivano a casa e dove avevano deciso di rimanere, nonostante il peggiorare della situazione, anzi proprio per quello. «Nessuno può prendersi la nostra vita, perché l’abbiamo già donata», scriveva suor Esther.
«Eravamo consapevoli di quello che poteva succederci», ribadisce oggi suor Lourdes che è ancora lì, in quello stesso quartiere che sta vivendo giorni di grande fermento per accogliere papa Leone, che qui si recherà sul luogo in cui furono assassinate le due religiose anche per ricordare, attraverso di loro, tutti i 19 martiri cristiani d’Algeria. E qui il Pontefice incontrerà domani la comunità delle agostiniane che adesso sono sei: tre indiane, una keniana e una cilena, oltre a suor Lourdes che è arrivata in Algeria nel 1972 a 22 anni ed è un po’ la decana del gruppo, anche se conserva lo spirito di una ragazzina. «Il fatto di essere tornata è un segno che vale più delle parole. Segno di riconciliazione concreta con il quartiere e la sua gente», racconta.
Intanto le persone si fermano continuamente a salutarla, mentre qualcuno a distanza grida: «Viva il Papa!». «È una gioia condivisa. Una cosa inimmaginabile fino a qualche settimana fa», si stupisce la religiosa: «La gente è felicissima anche perché Bab el Oued non è mai stata in ordine. Oggi una persona mi ha detto che il Papa dovrebbe venire tutte le settimane». Prevost in realtà è già stato in questi luoghi nel 2004 e nel 2009. Fu proprio suor Lourdes ad accompagnarlo. «Ci ha fatto sapere che spera che questo viaggio sia una benedizione innanzitutto per lui. Lo sarà certamente per tutti noi, non solo per i cristiani ma per la gente di questo Paese, con cui abbiamo deciso di condividere la nostra vita. Non siamo tornate per rimanere separate dai nostri fratelli algerini. Siamo qui per essere in mezzo a loro e al loro servizio». A Bab el Oued le conoscono tutti anche se la loro presenza è sempre stata discreta. Conoscono soprattutto lei che, dopo essere andata in pensione dal suo lavoro di infermiera nel vicino ospedale di Ben Aknoun, è tornata a occuparsi del doposcuola con oltre 110 bambini iscritti e del centro femminile dove si radunano una settantina di donne che si dedicano al cucito, alla realizzazione di gioielli e alla pittura. «Molte vengono da lontano perché qui stanno bene, si sentono a loro agio, hanno la possibilità di condividere preoccupazioni, sfide, speranze...».
Lourdes riflette un attimo: «Se ci penso bene, la principale attività è… non fare nulla, ma ascoltare!». Le donne, specialmente, ne hanno un grande bisogno. Non sempre hanno situazioni familiari facili, anzi. «Ieri una di loro mi ha dato una busta che voleva che consegnassi al Papa. Chiedeva che pregasse per suo figlio. Le ho detto che anche noi pregheremo per lui tutti i giorni». Non sempre le relazioni sono di così grande confidenza e fiducia. La mancanza di conoscenza e i pregiudizi a volte non favoriscono l’incontro. «Ma siamo circondate soprattutto da persone belle e da relazioni profonde. La maggior parte della gente ha un cuore grande, ci vuole bene ed è riconoscente. Siamo qui soprattutto per condividere quello che siamo, quello che viviamo, le cose semplici di tutti i giorni e per sostenerci gli uni gli altri. È una goccia nel mare, ma è già qualcosa. Ed è questo il senso più profondo della nostra presenza e della nostra testimonianza cristiana qui in terra d’Algeria in mezzo ai nostri fratelli musulmani».
© RIPRODUZIONE RISERVATA






