«Guerre, sfruttamento, povertà, rifugiati: così dall’Africa il Papa parlerà al mondo»

Parla l’arcivescovo Bettencourt, nunzio in Camerun e Guinea Equatoriale, due dei quattro Stati che Leone XIV visiterà nel viaggio al via lunedì. «Qui la Chiesa cresce ed è riferimento sociale. In Camerun il Pontefice toccherà le ferite della violenza jihadista, degli scontri separatisti, degli sfollati»
April 10, 2026
«Guerre, sfruttamento, povertà, rifugiati: così dall’Africa il Papa parlerà al mondo»
Il ritratto di papa Leone XIV all'ingresso del Retraite College di Yaoundé, la capitale del Camerun, uno dei 4 Paesi dell'Africa che il Pontefice visiterà / Afp
Da una parte, il Paese delle violenze fondamentaliste, della guerriglia separatista, del milione di sfollati a causa degli scontri, della «più negletta» crisi umanitaria al mondo. Dall’altra, la nazione del boom petrolifero, del reddito pro-capite record del continente, ma anche delle disuguaglianze sociali e dei diritti precari. Ad unirli un unico grido di speranza, giustizia e pace. E adesso anche la visita di Leone XIV che fra una settimana sarà prima in Camerun e poi in Guinea Equatoriale. Lunedì comincia il terzo viaggio internazionale del Papa: quello che lo porterà in Africa per undici giorni, fino al 23 aprile. Quattro gli Stati dove farà tappa: oltre che in Camerun e Guinea Equatoriale, si fermerà in Algeria, prima sosta, e in Angola. «Le parole del Pontefice, “La pace sia con voi”, che aveva pronunciato nel giorno della sua elezione, risuonano con particolare forza in vista del viaggio qui in Africa», racconta l’arcivescovo José Avelino Bettencourt che dal 2023 è nunzio apostolico in Camerun e Guinea Equatoriale.
L’arcivescovo José Avelino Bettencourt, nunzio apostolico in Camerun e Guinea Equatoriale, fra i fedeli cattolici del Camerun / Facebook
L’arcivescovo José Avelino Bettencourt, nunzio apostolico in Camerun e Guinea Equatoriale, fra i fedeli cattolici del Camerun / Facebook
Parla con Avvenire da Yaoundé, la capitale di un Paese esteso come la Svezia che ancora viene chiamato l’“Africa in miniatura” per la pluralità di paesaggi, culture e tradizioni, ma che è una nazione ferita. «Nel nord - spiega il presule - persistono le minacce legate ai gruppi jihadisti, in particolare Boko Haram, mentre nelle regioni anglofone del nord-ovest e del sud-ovest si registra da quasi un decennio una crisi di natura separatista. A ciò si aggiunge la presenza significativa di rifugiati e sfollati. Nonostante tali difficoltà, la popolazione continua a dimostrare una notevole capacità di accoglienza e resilienza che si fa anche ricerca di vie di convivenza». Non è un caso che il Papa - il terzo in Camerun dopo Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - abbia deciso di recarsi a Bamenda, la regione settentrionale piegata dalla guerra civile dove giovedì prossimo guiderà un “incontro per la pace”, come è definito nel programma: appuntamento che intende essere sia abbraccio alle vittime dei combattimenti, sia appello alla riconciliazione per l’intero continente che chiama in causa anche le religioni. «In passato - afferma Bettencourt - abbiamo sentito la gente di Bamenda dire che non sarebbe mai tornata nella propria città a causa del trauma subìto. Adesso non vede l’ora di trovarsi davanti il Papa che cammina per le sue strade. Un segnale forte e un messaggio straordinario per il mondo, perché davvero Leone XIV giunge come coraggioso messaggero di pace». Terra che il nunzio conosce bene: in due anni ha visitato dodici volte i dipartimenti più a rischio.
Gli aiuti umanitari distribuiti dall'arcidiocesi di Bamenda in Camerun / Facebook
Gli aiuti umanitari distribuiti dall'arcidiocesi di Bamenda in Camerun / Facebook
Eccellenza, il Pontefice ripete che il dialogo è l’unica opzione. È possibile in Camerun?
«Qui, pur tra molte sofferenze, si intravedono segnali positivi. Negli ultimi anni abbiamo avuto un graduale cambiamento di atteggiamento da parte di alcuni attori coinvolti nel conflitto. Nel 2021 il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, era arrivato a Bamenda incontrando numerosi interlocutori. Il presidente della Conferenza episcopale nazionale, Andrew Nkea, arcivescovo di Bamenda, è impegnato instancabilmente nel processo di pace. Dopo oltre nove anni segnati da lutti, evacuazioni e privazione dell’istruzione per molti bambini, emerge una crescente disponibilità a ricercare soluzioni condivise».
La dimensione religiosa è entrata negli scontri. Guerra di religione anche in Camerun?
«Non direi. Qui cristiani e musulmani convivono in un clima di rispetto reciproco e di collaborazione. Le tensioni sono piuttosto riconducibili a fattori esterni o a dinamiche socio-economiche. Ci sono famiglie con membri di entrambe le tradizioni religiose. E le scuole cattoliche sono frequentate anche da musulmani. Ad esempio, il famoso Collegio De Mazenod a Ngaoundéré, nella regione del nord, ha 800 studenti di cui un terzo musulmano. Il “lamido”, ossia il capo regionale islamico, ha frequentato il collegio e ora anche suo figlio è alunno dell’istituto. La religione, nella sua espressione più autentica, è fattore di coesione, non di divisione».
Migliaia di donne, uomini e bambini in fuga dalla guerra nel nord del Camerun / Ansa 
Migliaia di donne, uomini e bambini in fuga dalla guerra nel nord del Camerun / Ansa 
Non mancano, però, casi di sacerdoti, missionari e laici rapiti o aggrediti.
«Gli episodi di violenza, come i rapimenti, appaiono per lo più legati a strategie criminali e non a persecuzioni sistematiche di natura religiosa. Figure missionarie esemplari continuano a essere rispettate da tutta la popolazione, indipendentemente dall’appartenenza religiosa».
Centinaia di migliaia di rifugiati, anche arrivati dai Paesi limitrofi. Ma latitano gli aiuti umanitari. Perché il mondo è indifferente?
«Viviamo in un contesto globale contrassegnato da dinamiche comunicative selettive e spesso orientate da logiche economiche. Alcune crisi, pur gravissime, faticano a trovare spazio sulla scena internazionale. Il Camerun, come altri Paesi africani, fa i conti con una visibilità limitata, nonostante l’entità delle sue sofferenze».
L’arcivescovo José Avelino Bettencourt, nunzio apostolico in Camerun e Guinea Equatoriale, durante la visita a una comunità cattolica del Camerun / Facebook
L’arcivescovo José Avelino Bettencourt, nunzio apostolico in Camerun e Guinea Equatoriale, durante la visita a una comunità cattolica del Camerun / Facebook
La Chiesa cattolica cresce in Africa. Perché?
«La crescita è legata al valore attribuito alla famiglia e alla vita. I figli sono considerati un dono prezioso di Dio e rappresentano anche una sorgente di vocazioni. L’espansione ecclesiale è, in parte, dovuta anche all’opera evangelizzatrice dei missionari che trova un punto di convergenza tra fede e valori tradizionali africani. Inoltre la Chiesa continua ad avere una presenza concreta nella società, soprattutto nei settori dell’educazione, della sanità e dell’assistenza sociale. Questa attiva presenza contribuisce a renderla un punto di riferimento vivo e dinamico. E in Camerun c’è anche l’Università Cattolica che copre vari Paesi vicini e che il Papa visiterà».
Camerun e Guinea vedono le loro risorse naturali controllate dall’estero. L’Africa viene ancora derubata?
«Leone XIV ha richiamato con forza il dramma dello sfruttamento dei popoli. Tuttavia, tale fenomeno non può essere ricondotto unicamente a una dimensione geografica. Oggi si manifesta attraverso dinamiche in cui operano attori diversi, spesso multinazionali, talvolta con metodi opachi. Si tratta di nuove forme di sfruttamento che, in alcuni casi, possono configurarsi come vere e proprie schiavitù moderne».
Papa Leone è attento alla questione ecologica. Come i cambiamenti climatici scuotono Camerun e Guinea?
«Essi incidono in modo significativo sulla vita quotidiana, soprattutto per gli effetti sulla produzione agricola. In un Paese giovane come il Camerun, che conta una popolazione di 33 milioni di abitanti con un’età media di 18 anni, le priorità restano orientate allo sviluppo e alla costruzione di un futuro dignitoso».
Lo striscione con il volto di papa Leone XIV che annuncia da una chiesa di Yaounde la visita del Pontefice in Camerun / AFP
Lo striscione con il volto di papa Leone XIV che annuncia da una chiesa di Yaounde la visita del Pontefice in Camerun / AFP
Il Papa arriva in Guinea come apostolo di “speranza”. Quale la speranza che attende?
«La visita assume un alto valore storico e pastorale, a distanza di oltre quarant’anni dall’ultima e unica visita pontificia compiuta da san Giovanni Paolo II. In un Paese a larga maggioranza cattolica e per il 90% cristiana, rappresenta un momento di comunione ecclesiale e di rinnovamento spirituale. Gli incontri previsti - con i giovani, con i detenuti e presso il memoriale delle vittime dell’esplosione del 7 marzo 2021 - esprimono una vicinanza concreta alle angosce del popolo».
Come l’Occidente può aiutare l’Africa?
«L’Africa è un continente di straordinaria ampiezza e varietà, composto di 54 Stati, nel quale convivono le espressioni più antiche della storia umana, come le grandi civiltà dell’Egitto, e spinte di innovazione tra le più avanzate, come dicono, ad esempio, le sperimentazioni tecnologiche nel campo della mobilità in alcune realtà urbane. Al di là di letture riduttive e stereotipate, appare sempre più evidente che il rapporto tra Africa e Occidente non può essere interpretato unicamente in termini di aiuto unilaterale. Piuttosto, esso si configura come uno scambio reciproco nel quale anche l’Occidente è chiamato a riconoscere quanto possa ricevere dall’Africa. Il continente, infatti, è ricco non solo di risorse naturali e agricole, ma anche di un patrimonio umano e spirituale di grande valore. Basti pensare alle radici profonde della tradizione cristiana africana che affondano già nei primi secoli, con figure eminenti come sant’Agostino, insieme a una moltitudine di santi e martiri, la cui testimonianza continua a offrire un contributo prezioso alla vita della Chiesa universale».

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