La prima enciclica del Papa: lavoro, guerra, informazione, “no” al potere degli algoritmi in mano a pochi che dominano l’umanità

“Magnifica humanitas”, il documento di Leone XIV sulla difesa dell’uomo dalle derive dell’intelligenza artificiale. La necessità di «disarmare la tecnologia» per «sottrarla ai monopoli» delle Big Tech «più influenti dei governi». Basta con il colonialismo digitale che riduce le vite a informazioni sfruttabili. Il controllo dei dati è una delle questioni morali più urgenti
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May 25, 2026
La prima enciclica del Papa: lavoro, guerra, informazione, “no” al potere degli algoritmi in mano a pochi che dominano l’umanità
Papa Leone XIV passa fra i fedeli durante una celebrazione nella Basilica di San Pietro / SICILIANI
Per centouno volte torna la parola “dignità” dell'uomo nell’enciclica “Magnifica humanitas” di Leone XIV. E per sessantuno volte compare l’espressione “bene comune”. Entrambi minacciati dalla «potenza» e della «pervasività delle tecnologie emergenti» che rischiano di far scivolare il mondo verso «una nuova forma di Babele: una costruzione grandiosa ma disumana» in cui la logica che domina è quella «dell’efficienza e del profitto», in cui il potere è concentrato «in poche mani» di attori «privati spesso transazionali, dotati di risorse e capacità d’intervento superiori a quelle di molti governi», in cui si impone un  «colonialismo» digitale che «si appropria dei dati trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili», in cui si confondono «i confini fra vero e falso», in cui la verità viene manipolata insieme con l’opinione pubblica, in cui «si fa più acuta la preoccupazione» per la disoccupazione (tecnologica), in cui il «controllo sociale» avviene attraverso gli algoritmi che modellano opinioni e idee, in cui le guerre vedono affidare «la scelta di impiegare la forza letale» a «processi automatizzati». È un grido di denuncia, ma al tempo stesso un appello a «rimanere umani» e a «sporcarci le mani» per «fermare il cantiere dell’ennesima Babele» quello che lancia Leone XIV dalle pagine della sua prima enciclica.

Un’enciclica sulle “res novae”: i progressi tecnologici e l'intelligenza artificiale

Enciclica sociale in tutto e per tutto, che arriva a poco più di un anno dalla sua elezione. Primo Papa statunitense della storia e primo Papa “digitale” che ha avuto un suo profilo social e continua a usare WhatsApp o a navigare in Rete. Ed enciclica pensata alla scuola del Pontefice da cui ha mutuato il nome: Leone XIII. Alla fine dell’Ottocento la “questione sociale” che interrogava la Chiesa era quella operaia: e papa Pecci pubblicò la “Rerum novarum”. Oggi le “res novae” con cui fa i conti il mondo sono i «progressi della tecnica» legati alla «digitalizzazione», all’«intelligenza artificiale», alla «robotica» che rappresentano una nuova ricchezza ma producono «trasformazioni a volte drammatiche» nella «magnifica umanità» - da qui il titolo-incipit del documento di Leone XIV – che è quindi «ferita». Tanto da far richiamare al Papa un’intuizione di Paolo VI: quella secondo cui la famiglia umana può diventare «vittima delle sue stesse conquiste». Non un trattato sulle nuove frontiere tecnologiche, pertanto, ma una riflessione sulla «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale», spiega il sottotitolo. A presentare l'enciclica è il Papa stesso nell'Aula del Sinodo.
La presentazione dell'enciclica da parte di Leone XIV / AVVENIRE
La presentazione dell'enciclica da parte di Leone XIV / AVVENIRE

Non un documento programmatico, ma di indirizzo sociale

I 245 paragrafi dell’enciclica – divisa in cinque capitoli preceduti da un’introduzione e da una conclusione – non sono un documento programmatico del pontificato, ma un testo di indirizzo in cui vengono proposte le coordinate per approcciarsi ai pericoli e alle potenzialità della rivoluzione digitale o, come la definisce il Papa, della «quarta rivoluzione industriale», richiamando ancora una volta Leone XIII: il “padre” della Dottrina sociale della Chiesa che papa Prevost attualizza e declina nell’odierno “terremoto” tecnologico. Lontana dall’essere «un prontuario di principi e norme da applicare», essa è piuttosto «un cammino di discernimento comunitario», una «teologia della comunione nella storia» che orienta la lettura degli avvenimenti alla luce del Vangelo. Non è un caso che “Magnifica humanitas” sia stata firmata il 15 maggio nel 135° anniversario della “Rerum novarum”. I riferimenti biblici e patristici – cari a papa Prevost nei suoi discorsi e nelle sue omelie – sono centellinati, mentre è ampio lo spazio dedicato al magistero, soprattutto quello dell’ultimo secolo. Tre i Papi più richiamati: Montini, Giovanni Paolo II, Francesco. E chi potrebbe obiettargli di aver scelto un approccio marcatamente sociale, Leone XIV risponde citando ancora papa Pecci: alle critiche sulla Chiesa che «non doveva sprecare energie in questioni mondane, ma preoccuparsi di comunicare un messaggio di vita eterna», Leone XIII replicava «con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli». Soprattutto se, come adesso, si prospetta un futuro (e un presente) che «riduce l’altro a mezzo», «promette una “salvezza” puramente tecnica» e quindi esclude Dio. Fin dall’inizio dell’enciclica, il Papa invita al «dialogo» con il mondo. Dimensione che sta anche alla base del documento: infatti, da dieci anni la Santa Sede è impegnata in un confronto a vasto raggio su questo ambito, anche con le società statunitensi della Silicon Valley che si erano rivolte alla Chiesa per avviare una discussione a partire dalla sua “saggezza”. E presto il dialogo si allargherà anche alla Cina, annunciano fonti vaticane.

Scardinare il monopolio delle Big Tech

Magnifica humanitas parte da un assunto: la tecnologia non è una «forza antagonista rispetto alla persona», né «di per sé un male». Eppure lo sguardo del Papa è spesso critico di fronte alle novità degli ultimi anni. «Si ha di più ma non si è di più», avverte. A preoccuparlo è il controllo delle infrastrutture digitali e degli algoritmi: non «appannaggio degli Stati» ma delle Big Tech, «pochi grandi agenti economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione». Una concentrazione che alimenta il divario tra inclusi ed esclusi dalla rivoluzione digitale. E un potere che «tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico» e che fa crescere «il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze». Non solo. «Pochi gruppi influenti possono orientare informazioni e consumi» o «condizionare i processi democratici», scrive Leone XIV. In più passaggi il Pontefice sollecita gli interventi degli Stati con «scelte pubbliche lungimiranti» e regolamentazioni anche internazionali per sottoporre a gestione pubblica l’uso dei dati e delle tecnologie, «così che il criterio non sia il solo profitto, ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli». E sottolinea: «Non basta invocare genericamente l’etica. Servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo» e diventerà «fattore di dominio». Del resto, aggiunge, è illusorio ritenere gli algoritmi «neutrali e oggettivi» quando, invece, «rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni ideologiche di chi li ha progettati», quando hanno la capacità «di selezionare chi merita e chi no» oppure quando sono concepiti «in modo da trattare alcune vite come meno degne». Il Papa parla di «ingiustizia silenziosa» che «contraddice l’inalienabilità della persona». Da qui la necessità di «disarmare la tecnologia» che vuol dire «sottrarla ai monopoli» e alla «corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta» per «consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri». Ma, avverte, tutto ciò «non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano».

«Far crescere la tecnica senza far regredire il cuore»

Leone XIV mette in guardia dalle derive del transumanesimo e del postumanesimo che considerano l’uomo come «materiale da perfezionare o da oltrepassare» e che sono lo «sfondo ideologico di alcuni centri di potere tecnologico». Nell’enciclica si ribadisce che la grandezza umana risiede proprio nel limite e nella fragilità che aprono alla relazione e all’esperienza spirituale. Il Papa, quindi, invita a essere «testimoni della difesa dell’umano» e della vita comune» come Martin Luther King, Nelson Mandela, Madre Teresa di Calcutta, san Massimiliano Kolbe, Oscar Romero. La sfida è «far crescere la tecnica senza far regredire il cuore». Perché «l’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza» ma immagina «un progresso che serve la persona e i popoli», non «che li piega a logiche di potere».

I principi della Dottrina sociale nell’era digitale: dall'aborto ai migranti

L’enciclica riafferma i capisaldi della Dottrina sociale della Chiesa declinandoli per le sfide contemporanee. Il primo è la dignità della persona che, di fronte alla «pressione di nuove ideologie e di determinati interessi molto potenti», tende a essere ridotta a «risorsa da usare e sfruttare» o a «ciò che realizza o produce». Ciò implica l’inviolabilità dei diritti umani, tra i quali il primo è quello alla vita «dal concepimento fino alla sua conclusione naturale»: al riguardo, Leone XIV definisce l’aborto provocato, l’uccisione di innocenti e l’eutanasia come «scelte gravemente illecite». Fondamentale è anche il riconoscimento dei diritti delle minoranze, con particolare attenzione alle donne: in loro favore, il Pontefice chiede «scelte concrete» nelle leggi, nel lavoro, nell’istruzione, nelle responsabilità sociali e politiche, affinché esse siano davvero ascoltate e valorizzate. La destinazione universale dei beni è tenuta a includere anche i beni immateriali: algoritmi, dati, piattaforme e brevetti vanno orientati a vantaggio di tutti. Accanto alla sussidiarietà, che richiede il superamento del paternalismo e dell’assistenzialismo in favore della corresponsabilità, e alla solidarietà, «principio e virtù» che si contrappone all’indifferenza e tiene conto dei popoli e delle generazioni future, c’è la giustizia sociale che nel tempo digitale deve garantire a tutti un accesso equo alle opportunità, proteggere i più fragili, contrastare l’odio e la disinformazione. Un «banco di prova decisivo» è nei migranti, rifugiati, sfollati: il modo in cui la società li tratta dimostra «se l’idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità». Di qui, il richiamo sia a custodire «il diritto alla speranza» di quanti sono costretti a partire, garantendo loro vie sicure e legali, accoglienza dignitosa e integrazione; sia a promuovere «il diritto a rimanere» ciascuno nella propria terra in pace e sicurezza, affrontando «le cause profonde” delle migrazioni».

Gli abusi e l’esame di coscienza per la Chiesa

Nell’enciclica il Papa chiama anche la Chiesa a «un esame di coscienza». Esorta a «bonificare le relazioni e le strutture ecclesiali da quelle distorsioni che producono disuguaglianze, opacità e prevaricazioni». L’invito è ad ascoltare le «vittime di abusi spirituali, economici, istituzionali, sessuali, di potere, di coscienza», in quanto ciò «è parte integrante di un cammino di giustizia, che comprende il riconoscimento del danno, la giusta riparazione e la prevenzione».

La disinformazione e la crisi della verità

Il “morbo” digitale contagia più ambiti. Uno è la comunicazione che può tramutarsi in «disinformazione» per volontà di «coloro che dispongono di potenti risorse tecniche ed economiche» e che intendono «convincere un numero significativo di persone su quale sia la verità sull’essere umano, sul mondo, sul senso dell’esistenza, sulla famiglia, persino su Dio», si legge in “Magnifica humanitas”. Non è un caso che il Papa parli di «crisi intorno alla verità», riprendendo Wojtyla, che invece «è un bene comune essenziale per la democrazia», non «una proprietà di chi ha potere o visibilità». Da qui il bisogno «un’alleanza educativa» che formino i giovani anche alla sobrietà digitale, come «digiunare» dall’intelligenza artificiale, «decidere quando e per cosa non usarla», evitare di «entrare in possesso troppo presto di un telefonino». Centrale è la scuola chiamata a promuovere una «vera igiene dell’attenzione: ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato» per «sviluppare un autentico senso critico».

Il lavoro minacciato, il Pil da cambiare, le nuove schiavitù digitali

Poi il lavoro descritto nell’enciclica come la «chiave essenziale» della questione sociale ma anche come ambito «in cui i rischi delle nuove tecnologie emergono con maggiore evidenza». Leone XIV ammette di «temere» una «moltitudine di esclusi circondati da macchine e sistemi automatizzati che hanno preso il loro posto», denuncia l’«obiettivo di maggiori profitti» che «non può giustificare scelte che sacrificano sistematicamente l’occupazione», chiede «scelte verificabili di tutela» prima di introdurre l’intelligenza artificiale. Perché, avverte, «la libertà economica non è assoluta» e «va sempre misurata sulla dignità di ogni persona». Inoltre «la finanza per la finanza è diversa dalla finanza per lo sviluppo». In quest’ottica non basta più «affidarsi alla mano invisibile del mercato» e Leone XIV suggerisce di superare il Pil come unico parametro di sviluppo, includendo indicatori sulla dignità del lavoro e la salvaguardia dell’ambiente.
A essere erosa «dal virus silenzioso» dei cambiamenti tecnologici è anche la famiglia, «bene sociale fragile» che è minata dalla precarietà lavorativa mentre invece va sostenuta con politiche specifiche. Poi il Papa condanna le «dipendenze» che l’economia digitale alimenta «catturando il tempo» o trattando le persone come «oggetto manipolabile» per «massimizzare i profitti». Profilare, prevedere e orientare i comportamenti, infatti, è «un potere nuovo». E il Papa deplora la «architettura della visibilità» che premia e amplifica solo ciò che è visibile, modellando opinioni e generando conformismo. Così torna a caldeggiare «regole chiare» e «limiti alle tecnologie invasive», ma soprattutto chiede di «spezzare le catene invisibili delle nuove schiavitù» dell’era digitale: il lavoro silenzioso di milioni di persone che etichettano dati o moderano contenuti con compensi minimi o lo sfruttamento dei «corpi segnati, mutilati, consumati» di quanti lavorano all’estrazione delle “terre rare” necessarie alla tecnologia. Per questo, la lotta contro le nuove schiavitù è un altro «banco di prova decisivo per il discernimento etico» della trasformazione digitale. In proposito, Leone XIV sottolinea che «la Chiesa rinnova la sua ferma condanna contro ogni forma di schiavitù, tratta e mercificazione delle persone». E domanda «sinceramente perdono» per il ritardo con cui la Chiesa, in passato, ha condannato il flagello della schiavitù. L’enciclica fa riferimento anche alle «nuove terre rare del potere», ovvero le informazioni vitali – ad esempio su sanità e demografia – usate per guidare strategie economiche. Il Papa definisce il controllo dei big data, soprattutto sanitari, «una delle questioni morali più urgenti del nostro tempo». E chiede di «restituire ai popoli non solo i dati che li descrivono, ma anche la possibilità di decidere come verranno usati, da chi e per chi. Altrimenti, l’era digitale non sarà post-coloniale, ma coloniale sotto altra forma».

«La guerra giusta è una teoria superata»

A scandire l’epoca hi-tech è anche la guerra, fulcro del quinto capitolo dell’enciclica. Un paradigma che «è stato riabilitato» e che ruota attorno alla «cultura della potenza» in cui il dramma dei popoli è una «variabile secondaria». Il Papa chiama in causa ancora gli algoritmi che alimentano la polarizzazione e «premiano lo scontro» preparando «culturalmente» i conflitti. Poi, rispondendo anche a una parte del mondo cattolico che rilancia «la teoria “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra», spiega che «oggi è più che mai importante ribadire il suo superamento» fermo restando «il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto». Dura è la condanna dei “sistemi d’arma autonomi”: «Non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o comunque irreversibili. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile». Perciò l’enciclica chiede che «lo sviluppo e l’uso dell’IA in campo bellico» siano «sottoposti ai più rigorosi vincoli etici», ma anche che «la catena delle responsabilità» resti «identificabile e verificabile».
Come ha fatto più volte, Leone XIV pone l’accento anche sulla crisi del multilateralismo; critica la «logica dell’equilibrio armato e della deterrenza» come antidoto alla guerra; biasima la corsa al riarmo, incluse le armi nucleari miniaturizzate; condanna le guerre “ibride” che coinvolgono il terreno economico, finanziario, informatico, sfruttando la disinformazione e la paura per influenzare l’opinione pubblica e presentare l’aumento delle spese militari come “unica risposta” a un futuro incerto; ritiene irresponsabile la “Realpolitikche semina nelle coscienze e nelle culture la rassegnazione a una guerra ineluttabile e qualifica la pace come un’utopia. Il Pontefice propone alcune piste di «pace che nasce dalla vera giustizia»: la necessità di «disarmare le parole», ossia rifiutare il linguaggio dell’odio e della contrapposizione; «assumere lo sguardo delle vittime» perché «non è giusto rimanere neutrali» in mezzo ai conflitti; scommettere sulla «cultura del negoziato» e rilanciare il dialogo che contempla sia il «dialogo fra le religioni» («Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto – è il monito di Leone XIV -: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa»), sia l’urgenza di «una diplomazia digitale» che negozi l’uso della tecnologia e la protezione dei civili, sia le «riforme profonde» dell’Onu «strumento essenziale» ma segnato dalla «debolezza attuale». Dal canto suo, la diplomazia della Santa Sede usa «il principio evangelico della misericordia» come criterio concreto dell’agire politico, difendendo la dignità delle persone, dando voce agli ultimi, parlando anche con gli interlocutori “scomodi”.

Le citazioni: da Tolkien a Schindler’s List

Nell’enciclica ricorrono varie citazioni. Ad esempio quella dello scrittore cattolico John Ronald Reuel Tolkien che, scrive Leone XIV, «per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”». Poi compare Platone, quando si parla di giovani e nuove tecnologie, per ricordare che «le cose più profonde e importanti si imparano solo dopo molto tempo e molta fatica, impegnandosi nella discussione con gli altri a “sfregare” i concetti e le esperienze come se fossero pietre focaie, finché in noi non scocchi la scintilla della comprensione». Ancora. Mentre si assiste alla crescita del potere della tecnologia, «rimangono attuali le parole di Romano Guardini: “L’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza”», sottolinea il Pontefice. Nel capitolo sui conflitti nell’era digitale è riportata un’intuizione di Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze e parlamentare Dc: «Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace: il metodo del negoziato, dell’incontro, della convergenza: cioè il metodo autenticamente umano». E, di fronte alle ingiustizie, il Papa richiama il ruolo della cultura e dell’arte come argine alla «normalizzazione del male. Così alcune opere hanno assunto un valore quasi profetico: la Nona di Beethoven come desiderio di unità; Guernica (il dipinto di Pablo Picasso, ndr) come denuncia della disumanizzazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio».

I cristiani? Dalla preghiera l’impegno per il bene comune

Di fronte alle sfide contemporanee, Leone XIV esorta i credenti a non essere «spettatori rassegnati di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità», si legge in “Magnifica humanitas”. Richiamando l’icona biblica di Neemia che ricostruisce una parte delle mura di Gerusalemme, li incoraggia a fare della preghiera il sostegno all’agire nel mondo e a essere architetti di «una città impostata sul bene comune che esige in primo luogo di edificare sulla roccia della relazione con Dio» ma che ha anche bisogno educazione, pace e giustizia, cura delle relazioni. Del resto, è lo sprone finale, alla scuola del Magnificat di Maria, «il Signore continua a fare nuove tutte le cose e mantiene aperta per ogni epoca la possibilità di diventare storia di salvezza».

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