Il Papa a Pentecoste: la fine delle guerre? Dall'onnipotenza dell'amore

Nell'ultimo giorno del tempo pasquale Leone XIV indica nello Spirito la forza che apre cuori e comunità, genera riconciliazione e affida alla Chiesa la missione di testimoniare la pace e l’unità tra i popoli
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May 25, 2026
Un momento della Messa di Pentecoste in San Pietro con Leone XIV / VATICAN MEDIA
Un momento della Messa di Pentecoste in San Pietro con Leone XIV / VATICAN MEDIA
Un appello accorato per la pace, insieme a un pensiero speciale ai cattolici cinesi e alle comunità cristiane della Terra Santa e del Medio Oriente provate dalla guerra, ha segnato la solennità di Pentecoste di papa Leone XIV. Durante la preghiera del Regina Caeli, in particolare, il Pontefice ha invitato a unirsi in preghiera per la Chiesa in Cina, chiedendo unità e coraggio nella testimonianza del Vangelo, e ha affidato alla Vergine «Aiuto dei cristiani» le comunità ferite dai conflitti, invocando per il mondo intero la grazia della pace.
È dentro questo orizzonte che si colloca l’omelia nella Messa celebrata nella basilica di San Pietro, dove il Papa ha indicato nella Pentecoste il compimento della Pasqua e la rivelazione piena dello Spirito del Risorto. Uno Spirito che, anzitutto, è «Spirito della pace»: dono che nasce dal perdono ricevuto e si traduce in riconciliazione universale. Il Risorto, entrando nel cenacolo chiuso dalla paura, dice «pace a voi» e affida ai discepoli un compito divino: rimettere i peccati. È una pace che non esclude nessuno, capace di attraversare la storia e di scrivere nei cuori la legge nuova dell’amore. Ma lo Spirito, ha proseguito Leone XIV, è anche «Spirito della missione». Come il Padre ha mandato il Figlio, così i discepoli sono inviati nel mondo. La Pentecoste, con il dono delle lingue, non è soltanto superamento della confusione, ma nascita di una parola condivisa che annuncia «le grandi opere di Dio». È lo Spirito che suscita la fede – «Gesù è Signore» – e la traduce in opere di carità, rendendo la Chiesa non semplice custode ma protagonista del Vangelo. In questo dinamismo missionario, i credenti diventano «luce e sale della terra», non per privilegio ma per grazia ricevuta.
Il Papa ha quindi insistito sul legame tra Spirito e verità, sottolineando come il Paraclito promuova unità e concordia, difendendo la comunità cristiana da divisioni, ipocrisie e mode che oscurano il Vangelo. La verità che viene da Dio resta parola liberante, capace di trasformare le culture dall’interno e di aprire la storia alla salvezza. Un tema ripreso anche nelle parole del Regina Caeli, dove Leone XIV ha offerto l’immagine delle «porte» che lo Spirito spalanca: la porta di Dio, che introduce al mistero e alla fede viva; quella della Chiesa, chiamata a non restare chiusa nella paura ma ad essere accogliente e ospitale; e infine la porta dei cuori, liberati da egoismi e diffidenze per vivere la fraternità. Solo così, ha osservato, può nascere un mondo in cui «tutti parlano l’unica lingua dell’amore».
Da qui l’invito a invocare lo Spirito perché apra ciò che ancora resta chiuso: nella vita personale, nelle comunità, tra i popoli. È in questa prospettiva che si comprende l’interrogativo che attraversa la giornata: la fine delle guerre è possibile? La risposta del Papa non passa da equilibri di potenza, ma da una via diversa e più esigente: «la guerra – ha detto – viene vinta non da una superpotenza, ma dall’onnipotenza dell’amore». Un orizzonte che affida alla libertà degli uomini e alla forza dello Spirito la possibilità di trasformare la storia.

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