Víctor Hugo Navas, desaparecido nelle carceri del Venezuela. Che ammette: è morto
Il Ministero dei Servizi penitenziari: «Nessuno ha mai chiesto di visitarlo». In realtà la madre, l’81enne Carmen Navas, lo cercava da sedici mesi. Le ong chiedono «indagini imparziali»

Su una piccola targa arrugginita, poggiata sul terreno – tra sabbia, sassi ed erbacce –, si legge a malapena il suo nome di Battesimo: «Quero Nava(s) Víctor Hugo». È scritto insieme quello di un altro deceduto, su un foglio di carta, ormai rovinato dalla pioggia e dal vento, con date di nascita e di morte: «FN: 18/08/1974 – FD: 27/07/2025». Era deceduto nove mesi fa, sotto custodia dello Stato venezuelano, che ha preferito non dirlo a nessuno. Neppure alla madre, Carmen Nava, 81 anni, che lo cercava da più di un anno, tra prigione e tribunali, senza riscontro. Soltanto ieri il Ministero dei servizi penitenziari ha ammesso, in una nota, che Víctor era morto «il 24 luglio 2025, alle 11.25» (data diversa da quella della targa sul cimitero) per «insufficienza respiratoria acuta secondaria a tromboembolia polmonare». Secondo il Ministero, Víctor è stato trasferito da El Rodeo I, dov’era recluso dal gennaio 2025, all’ospedale militare “Dr. Carlos Arvelo” (Caracas) dopo «aver presentato emorragia digestiva superiore e sindrome febbrile acuta». Giunta la notizia, Carmen è corsa al cimitero Parque memorial Jardín La Puerta, per lasciare un ramoscello di fiori in ricordo del figlio. «Non ha fornito dati sui vincoli di filiazione e nessun familiare si è presentato per richiedere visita formale», sostengono da Caracas per giustificare la mancata comunicazione alla madre. E ancora: «In assenza dei familiari si è provveduto alla tumulazione formale il 30 luglio 2025».
Víctor, commerciante informale, maestro di Karate, era stato portato via dagli agenti della Direzione di controspionaggio militare (Dgcim) il 3 gennaio 2025. Le ragioni del suo arresto variano, a seconda della fonte. L’agenzia Infobae si rifà al servizio militare svolto nel 2023, che avrebbe scatenato le paranoie del Controspionaggio. Invece, secondo fonti militari, Víctor sarebbe stato scambiato per un cittadino straniero. «Era alto, caucasico. E l’ordine era quello di controllare ogni straniero in circolazione. Temevamo l’infiltrazione di mercenari stranieri in Patria», afferma ad Avvenire un militare in servizio. Poi l’invenzione. «Nascondeva ordigni sotto un mucchio di caramelle», sosteneva Caracas. «Falso», diceva la madre. Il 51enne ha trascorso i primi giorni a Boleíta, quartier generale del Dgcim, venendo poi trasferito a El Rodeo I, prigione dove è stato recluso anche l’italiano Alberto Trentini. Inizia così la Via Crucis della madre, che ha cercato suo figlio dappertutto, ma nessun agente le forniva informazioni. «Perché lei insiste e viene sempre qui?», le chiedevano gli agenti de El Rodeo I.

Carmen però non si tira indietro. Le sue preoccupazioni aumentano nell’ottobre 2025 mentre a gennaio 2026 denuncia la sparizione di suo figlio. Nei mesi successivi viene ricevuta anche dal Cuerpo de Investigaciones Científicas, Penales y Criminalísticas (Cicpc) e interviene anche la Corte interamericana per i diritti umani, chiedendo ragioni allo Stato venezuelano. I tempi indicano che Víctor fosse già morto, ma Caracas manteneva in piedi il suo processo, con la complicità dell’allora procuratore Tarek William Saab. A tal punto che il 5 maggio, due giorni prima la notifica del decesso, il Tribunale competente (Segundo de control) ha respinto la richiesta di amnistia, sostenendo che i reati per cui era imputato – tra cui tradimento alla Patria – non rientravano nella norma. Ora Procura venezuelana ha anche aperto un’indagine penale. È prevista l’esumazione del cadavere. Carmen però non vuole che gli accertamenti siano affidati ai medesimi responsabili della morte del figlio. E ancor meno in un contesto in cui il potere giudiziario è privo di autonomia. Così, a suo nome, l’ong Justicia, encuentro y perdón ha chiesto che l’«autopsia e altri esami medico-forensi siano praticati da esperti indipendenti», garantendo «l’accesso della rappresentazione legale e dei familiari a tutta la documentazione pertinente». Anche l’ong Foro Penal ha reagito all’accaduto: «È un caso gravissimo», commenta l’avvocato Alfredo Romero, che ritiene «indignante» il contenuto della nota rilasciata dai servizi penitenziari. A sua volta il legale Javier Tarazona propone di portare l’istanza alla Corte penale internazionale, denunciando la «crudeltà istituzionale» e la «prassi di sterminio» consolidata nello Stato venezuelano.
La straziante vicenda di Víctor fa crescere le paure dei familiari dei circa 500 detenuti che tuttora sono in cella e che si dicono «abbandonati» dopo la «fine» della Legge di amnistia, così annunciata dalla presidente in carica Delcy Rodríguez. La preoccupazione è maggiore tra i familiari degli oltre cento desaparecidos (tra cui rientrava anche il caso di Víctor). Tra loro c’è anche l’investigatore italo-venezuelano Hugo Marino, sparito dai radar il 19 aprile 2019, al suo arrivo nell’aeroporto internazionale Simón Bolívar. «Chiedo il certificato di esistenza in vita di mio figlio», scrive la madre, Beatríz Marino, «insisterò finché non risponderanno e diranno la verità».
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