Il movimento "No Kings" lotta contro chi vuole pieni poteri. Negli Usa e non solo
di Elena Molinari, New York
Migliaia di manifestazioni nei 50 Stati americani sono il segnale che la protesta contro Trump va diffondendosi, dalle grandi città alle aree più remote. I limiti della mobilitazione sono nella mancanza di un leader riconosciuto e nell'eterogeneità dei temi proposti

Migliaia di manifestazioni in tutti i 50 Stati americani, e in decine di città nel mondo, hanno segnato sabato la più grande giornata di protesta del movimento “No Kings”, una mobilitazione senza precedenti contro il presidente Donald Trump e la sua “deriva autoritaria”.
Si tratta della terza serie di cortei di massa contro il presidente repubblicano e la partecipazione non fa che crescere. Ieri erano stati organizzati oltre 3mila eventi, durante i quali milioni di persone hanno attraversato grandi metropoli e piccoli centri negli Stati Uniti, ma anche in Europa, fino all’Asia. Negli Usa, a muovere la protesta è una galassia di sigle, associazioni e gruppi di base che si riconoscono sotto un’unica parola d’ordine: nessun “re”, nessun potere personale può porsi al di sopra delle istituzioni democratiche.
Il movimento “No Kings” è nato nel febbraio dello scorso anno, in occasione della festività nazionale del Presidents’ Day, come risposta spontanea alle politiche dell’Amministrazione Trump. La sua crescita è stata rapida: dopo una prima mobilitazione in estate si è avuta una nuova ondata di manifestazioni in autunno, fino all’attuale salto di scala che lo trasforma in una delle più vaste proteste coordinate nella storia recente degli Stati Uniti.
A differenza di altri movimenti, “No Kings” non ha una rivendicazione unica. La sua forza, ma anche la sua ambiguità, sta nell’aver aggregato malcontenti diversi: dalle politiche migratorie più restrittive ai limiti imposti al diritto all’aborto, dalla gestione della guerra in Iran alle tensioni sul sistema elettorale, fino all’aumento del costo della vita.
Il collante è la denuncia di un eccesso di potere esecutivo. Gli episodi che hanno contribuito a rafforzare la mobilitazione vi è stata prima la decisione di Trump, lo scorso giugno, di organizzare una grande parata militare a Washington per il proprio compleanno, poi i metodi violenti dell’Ice durante i suoi blitz anti-immigrati in Minnesota.
In questo senso, il dissenso non è più confinato alle grandi città liberal delle due coste del Paese: secondo gli organizzatori, due terzi dei partecipanti provengono da piccoli centri e la metà da aree tradizionalmente conservatrici. Il movimento è rigorosamente non violento: le armi sono proibite ai cortei e nelle ultime settimane si sono tenuti incontri per formare i partecipanti alla de-escalation.
Per molti, “No Kings” rappresenta prima di tutto un modo di dimostrare che non si riconoscono nella linea della Casa Bianca. «È la prova che la democrazia è ancora viva anche se sotto pressione», dicono gli organizzatori. La guerra in Iran, con le sue ricadute economiche globali, l’aumento dei prezzi energetici e le tensioni sulle catene di approvvigionamento, infatti, hanno contribuito ad alimentare il malcontento. Allo stesso tempo, il duro giro di vite sull’immigrazione, con operazioni di polizia che hanno portato ad arresti di massa e anche a vittime, ha suscitato forte opposizione in diversi Stati. Non a caso uno dei centri nevralgici della protesta di ieri è stata Minneapolis, dove Bruce Springsteen ha cantato il suo brano di protesta “Streets of Minneapolis”, scritto e pubblicato all’inizio dell’anno contro le operazioni federali sull’immigrazione nella città. La canzone, dedicata alla memoria di Renee Good e Alex Pretti, uccisi durante operazioni dell’Ice, è diventata uno dei simboli culturali del movimento.
Dalla Casa Bianca, la risposta è stata di aperto disprezzo. Ieri la portavoce del presidente ha liquidato le manifestazioni come irrilevanti, sostenendo che «gli unici a interessarsene sono i giornalisti pagati per seguirle». Resta incerto, tuttavia, l’impatto politico della mobilitazione. La storia americana mostra che grandi proteste non sempre si traducono in cambiamenti concreti, soprattutto quando, come in questo caso, un movimento manca di un leader chiaro e di qualsiasi collegamento diretto con il mondo politico. Ma “No Kings” potrebbe influenzare il clima elettorale in vista delle prossime elezioni di rinnovo del Congresso previste per novembre.
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