L'appello dei comboniani perché il mondo rompa il silenzio sulla guerra civile in Sudan

Dopo quasi tre anni di un conflitto dimenticato che ha provocato la più grande crisi umanitaria del pianeta
March 17, 2026
L'appello dei comboniani perché il mondo rompa il silenzio sulla guerra civile in Sudan
epa12047306 Sudanese people, who fled from the internally displaced persons (IDP) Zamzam camp, on their way to the Tawila Camps amid the ongoing conflict between Sudan's army and the Rapid Support Forces (RSF), in North Darfur, Sudan, 14 April 2025 (issued 22 April 2025). The RSF claimed control of the Zamzam camp after its assault in April 2025. According to the UNHCR, over four million people have fled Sudan to neighboring countries since the outbreak of the armed conflict in April 2023. EPA/MARWAN MOHAMED
Dopo tre anni non riesce a spiegarsi il silenzio mediatico sulla guerra civile in Sudan che ha provocato la più grande crisi umanitaria globale. Padre Diego Dalle Carbonare, 43 anni, superiore provinciale dei Comboniani per Egitto e Sudan, in questi giorni è arrivato in Italia da Port Sudan per provare a bucare il silenzio su un conflitto con tratti genocidari che tra un mese giungerà al terzo anno.
«I numeri sono enormi – spiega il missionario citando i dati delle organizzazioni internazionali –, in 14 milioni di persone hanno lasciato le loro case, di cui almeno quattro sono sfollati fuori dal Sudan. E 25 milioni di persone non stanno mangiando tutti i giorni». Il religioso, che per anni ha lavorato nelle scuole, è preoccupato anche dal dato sugli istituti scolastici distrutti.
«Sette milioni di bambini non stanno andando a scuola da tre anni, una generazione perduta. Tutto questo sta avvenendo nella totale indifferenza mediatica e soprattutto politica. Si parla di Gaza, di Ucraina, ora della guerra in Iran e forse in Libano. Giusto, ma mi chiedo perché a nessuno interessi la sorte di milioni di sudanesi e se c’è chi vuole che non se ne parli».
La guerra è iniziata come una lotta per il potere tra esercito nazionale, che controlla la parte orientale, il nord e la capitale Khartoum, e i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) che controllano la parte occidentale e metà del sud. Poi è proseguita con il sostegno di potenze regionali come gli Emirati Arabi ai paramilitari delle Rsf, mentre con l’esercito stanno Arabia Saudita, Egitto e Turchia. A tutti interessano oro, petrolio e le rotte del mar Rosso Il conflitto in Iran avrà ripercussioni perché Teheran vendeva droni all’esercito e gli Emirati potrebbero aver ancor più bisogno dell’oro del Darfur.
«Il Sudan – aggiunge padre Diego – oggi è diviso in due. Soprattutto nella parte occidentale e meridionale c’è il caos, con distruzioni, combattimenti e purtroppo droni e missili che colpiscono i civili nelle scuole, negli ospedali, al mercato. L'altra metà del paese, con la capitale Khartum e Port Sudan, al momento è più stabile».
Che aiuto offre la Chiesa alla popolazione? «Con l’aiuto di tanti benefattori riusciamo in qualche modo a rispondere a chi si presenta nelle nostre parrocchie e nelle nostre scuole. Però i bisogni sono immani. Tre comboniani sono tornati a Khartum e stanno riattivando alcune delle 13 parrocchie della capitale con due preti diocesani. Anche il vescovo Michael è rientrato e siamo in dialogo con altre realtà religiose, ci incoraggiamo a vicenda».
Come prosegue la campagna Italy for Sudan avviata dal governo in risposta alla sollecitazione dei comboniani? «Il primo cargo di aiuti è arrivato la mattina di Natale, il grosso dovrebbe sbarcare via nave verso Pasqua. Gli aiuti verranno distribuiti a migliaia di sfollati a Port Sudan. È un impegno importante da parte della Farnesina. Però l’Italia da sola non può lenire i bisogni del paese. L’aiuto va accompagnato da uno sforzo diplomatico della comunità internazionale per raggiungere una tregua». Ma sulle speranze di dialogo pesano le dichiarazioni degli Usa sui fratelli musulmani sudanesi, alleati dell’esercito, definiti un'organizzazione terrorista, e che sono sembrate una scelta di campo. Nel caos resiste la società civile. «Ad esempio – conclude il comboniano – è stata importante per sopravvivere a Khartum l’esperienza solidale delle cucine popolari di quartiere».
Esperienza di un popolo stremato che chiede, inascoltato, una tregua.

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