Le alternative allo Stretto di Hormuz? Sono due, ma sono entrambe pericolose
di Luca Foschi
Per aggirare il blocco, bisogna attingere agli oleodotti presenti da un lato in Kurdistan e dall'altro nel Mar Rosso. Ma i peshmerga curdi e gli Houthi rappresentano in questi casi delle minacce concrete

Sono limitate, e soggette a non pochi rischi, le alternative allo Stretto di Hormuz. Nelle ultime due settimane la produzione dei pozzi iracheni è passata da 4,3 milioni a 1,3 milioni di barili al giorno. Per questo Baghdad ha formalmente richiesto alla Regione autonoma del Kurdistan (Krg) l’autorizzazione a pompare almeno 100.000 barili estratti dai pozzi di Kirkuk attraverso l’oleodotto che passando per il territorio curdo unisce la città settentrionale al porto turco di Ceyhan, affacciato sul Mediterraneo. I leader curdi hanno preso tempo, diversi giorni di deliberazione in cui le perplessità su alcuni aspetti tecnici si sono rivelate un tentativo di strappare al governo centrale un accordo sull’esclusione di Erbil dalle rendite, in dollari, legate ai dazi imposti alle merci che passano per i suoi confini. L’etnicamente eterogenea Kirkuk, la frontiera e i profitti del petrolio costituiscono un vulnus nelle relazioni fra Krg e Baghdad che ha attraversato il fragile processo di state-building seguito all’invasione americana del 2003, la guerra allo Stato islamico e i pochi anni di relativa tranquillità. Domenica il ministro dell’Energia iracheno Abdel-Ghani ha reciso il processo di contrattazione, rendendo noto che il governo è all’opera per la riapertura di un oleodotto in disuso che permetterebbe all’oro nero di Kirkuk, «in una settimana», di raggiungere la Turchia scavalcando la Regione autonoma.
Tensioni mai risolte, esacerbate dal conflitto in corso. Alla fine della scorsa settimana Baghdad ha sollecitato Erbil a intervenire con tempestività per impedire ai gruppi curdi iraniani, che storicamente trovano rifugio sul suo territorio, di operare nella guerra contro il regime di Teheran. Il governo centrale ha ammonito che davanti all’inazione dei peshmerga sarebbero i soldati iracheni a sigillare il confine, ottemperando così a un accordo stretto con l’Iran nel 2023, e rinnovato nell’agosto 2025. L’Iraq si trova sotto il tiro incrociato dei pasdaran, delle milizie sciite irachene ad essi affiliate, e dell’aviazione israelo-americana.
La seconda via alternativa allo Stretto di Hormuz è l’oleodotto emiratino che partendo da Habshan porta il petrolio a Fujairah, nel Golfo dell’Oman. L’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (ADCOP) è in grado di trasportare 1,5 milioni di barili al giorno, meno della metà dei circa 3,4 milioni prodotti dagli Emirati fino a gennaio. Il 3 marzo i detriti originati dall’abbattimento di un drone sono caduti sul terminale di Fujairah, danneggiando una struttura di stoccaggio capace di contenere quasi tre milioni di barili. Costruito a partire dal 1981 per ovviare alla “guerra delle petroliere” che nello Stretto di Hormuz riverberava il conflitto fra Iran e Iraq, l’oleodotto saudita “Est-Ovest” taglia per 1.200 chilometri la penisola e collega le raffinerie di Abqaiq alle infrastrutture portuali di Yanbu, sul Mar Rosso. Secondo la piattaforma di tracciamento navale Kpler, fino al 28 febbraio l’Arabia Saudita ha esportato circa 7,2 milioni di barili al giorno, dei quali 6,38 attraverso Hormuz. L’oleodotto Est-Ovest, progettato per una capacità di 5 milioni di barili, è stato portato a 7 nel 2019 in seguito all’attacco condotto dagli Houthi sugli impianti di Abqaiq. Secondo quando riportato da Reuters, l’Aramco ha indicato ad alcuni dei suoi acquirenti che d’ora in avanti i carichi verranno effettuati nel porto di Yanbu. La compagnia di Stato saudita, contattata da Reuters, si è rifiutata di commentare.
Sul porto del Mar Rosso incombono i limiti logistici e la minaccia degli Houthi. «Abbiamo il dito sul grilletto», ha dichiarato il 5 marzo Abdul Malik al-Houthi, il leader del gruppo yemenita alleato dell’Iran. Protagonista durante il conflitto di Gaza con gli attacchi a Israele e la pirateria nello stretto di Bab al-Mandab, “Ansar Allah” si è per ora tenuto ai margini del conflitto regionale. Una quiescenza memore dei raid americani e israeliani che fra 2024 e 2025 hanno decapitato il regime di Sanaa e colpito duramente le infrastrutture militari, e consapevole della possibilità che le sanzioni internazionali vengano inasprite, rendendo il già difficile contesto economico e umanitario insostenibile. Giovedì scorso l’agenzia iraniana Fars ha descritto gli Houthi e «altri gruppi resistenti» come in pieno stato di allerta. Un “asso nella manica” di Teheran che strangolando la seconda via del petrolio intorno alla penisola arabica potrebbe espandere il conflitto, a cominciare dallo stesso Yemen, dove il governo di Aden riconosciuto dall’Onu è appoggiato militarmente, pur fra importanti fratture interne, da Arabia Saudita e Emirati.
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