Il custode di Terra Santa padre Ielpo in Libano: «Vicini nel dolore»

Viaggio-lampo nelle comunità dei confratelli a Beirut, Harissa e anche Tiro e Deir Mimas a sud della linea del Litani
March 25, 2026
Il custode di Terra Santa padre Ielpo in Libano: «Vicini nel dolore»
Padre Francesco Ielpo (al centro) a Beirut con i confratelli Taufic Bou Mehri (a destra) e Tony Shukry / foto fi Lucia Capuzzi
«Il Medio Oriente ti obbliga a fare i conti con l’impotenza. Vedi un bene che non si realizza. Ti rendi conto di non potere cambiare le cose, di non riuscire ad aiutare, ad essere vicino a tutti come vorresti. Ti scopri “strumento inutile”. Puoi lasciarti andare alla disperazione, allo sgomento, allo sconforto. O credere a quanto dice il Vangelo: proprio con gli strumenti inutili e un po’ malconci, Gesù porta avanti il Regno». Con questa consapevolezza, padre Francesco Ielpo, 56 anni, si è recato nel Libano dilaniato dalla guerra. Un viaggio-lampo, tra voli cancellati e ritardi. Il custode di Terra Santa, però – originario del Potentino ma cresciuto in Brianza – ha voluto ugualmente far sentire la propria vicinanza tangibile alla comunità francescana, presente a Beirut, ad Harissa – dove c’è anche una casa di formazione – e nel sud sottoposto ad ordine di evacuazione da parte di Israele. I frati sono rimasti anche a Tiro, dove accolgono oltre 150 profughi, tutti musulmani, e a Deir Mimas, lungo le rive del Litani, in 120 famiglie cristiane hanno rifiutato di partire.
«Credo che il mio compito principale sia proprio questo: manifestare paternità ai confratelli – dice, durante una breve pausa nella maratona di appuntamenti, nel convento Terra Santa situato nel cuore della capitale –, affinché essi, a loro volta, esprimano quel medesimo sentimento alla gente». Un popolo allo stremo per l’ennesimo conflitto a un anno e mezzo dal precedente. Con oltre un milione di persone sfollate, un migliaio di morti e una crisi economica prolungata, l’emergenza umanitaria «è la peggiore sperimentata dal Paese da decenni», hanno sottolineato le Nazioni Unite. «Il dramma è inimmaginabile. Un conto, però, è affrontarlo da soli. Un altro è avere qualcuno accanto», sottolinea il custode.
Perché era così importante essere qui?
Sono venuto con lo spirito di Maria quando si reca a trovare Elisabetta. Non si precipita dalla cugina solo per aiutarla: nutre un profondo anelito di vedere l’Onnipotente all’opera come le aveva annunciato l’angelo. Anche io ho voluto toccare con mano l’azione che il Signore sta compiendo attraverso la famiglia francescana. Per meravigliarmene ancora una volta, per commuovermi e ringraziare il Signore. Desideravo, al contempo, anche fare sentire la vicinanza ai confratelli in questo tempo di dolore.
Di cosa si è “meravigliato”, in particolare?
Della dedizione con cui i frati si prendono cura degli ultimi fra gli ultimi. Di chi fugge, di chi resta sotto le bombe, di chi ha perso tutto e ha necessità di cibo, medicine, coperte, un riparo dalla pioggia e – cosa non meno importante – di essere confortato, accompagnato, consolato. La guerra uccide i corpi. Ma anche lo spirito che li abita. Crea traumi, divisioni, sospetto, spirali di odio e di risentimento. Davanti a tutto questo male una persona ha necessità di non trovarsi sola. Di sentire qualcuno che la prenda per mano e gli cammini accanto nelle tenebre.
In questa oscurità come si fa a vedere “meraviglie”?
Con gli occhi di Francesco. Quando detta il suo “Cantico” di lode – ammirato universalmente per la bellezza poetica e la profondità –, è devastato dalle malattie. Anche lo spirito è provato: è stato messo ai margini dell’ordine che aveva creato. Ormai cieco, riesce a scorgere i segni della Provvidenza in ogni creatura. L’eredità più grande che ci lascia è proprio questa: la capacità di vedere, nel buio, la luce del Signore. Altrimenti si diventa cinici, disperati, pieni di risentimento nei confronti di tutti e tutto.
Cosa direbbe a chi lo è in questo momento perché non riesce a immaginarsi né un presente né un futuro e si sente ostaggio delle strategie dei Grandi su cui non ha controllo?
Niente. Non direi niente. Gli starei accanto.
Per il terzo anno consecutivo, la Terra Santa si prepara alla Pasqua in un contesto di guerra…
Già, ed è una sofferenza profondissima vedere il luogo della Pasqua nella morsa del conflitto. La guerra è una tragedia di proporzioni inimmaginabili che sconvolge tutto. Niente sfugge alle sue conseguenze: educazione, sanità, lavoro, relazioni interpersonali. Perfino la manifestazione pubblica della propria fede. Un dolore in più. Vorrei, però, sottolineare che le celebrazioni pasquali in Terra Santa ci saranno. Il dubbio è se con o senza la partecipazione del popolo di Dio. Dipende dalle misure sugli assembramenti per garantire la sicurezza dei cittadini. Non è la prima volta, purtroppo, che ci sono delle restrizioni. Dentro la Basilica del Santo Sepolcro, però, la comunità francescana che vi abita non ha cessato neppure un giorno di continuare a pregare e a celebrare a nome di tutta la Chiesa. Lo fa con tutta la fatica e la sofferenza del contesto affinché ogni battezzato sia “dentro” il luogo della Resurrezione anche se le sue porte fisiche restano chiuse.
Qual è il suo augurio per la Pasqua che si avvicina?
Il mio augurio è duplice. Da un lato, ora più che mai, risuonano forti e potenti le parole di Cristo sulla croce: «Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno». La pace e la riconciliazione hanno sempre necessità del miracolo del perdono. Purtroppo, noi esseri umani non ne siamo capaci. Mi auguro, dunque, in questa Pasqua, che sappiamo implorare il Padre di farlo per noi. L’altro grande auspicio è lo stesso di Gesu quando entra nel Cenacolo, il primo insediamento dei francescani in Terra Santa. Gesù risorto, il quel luogo, dona la sua pace e soffia lo Spirito. Nel corpo, tuttavia, rimangono impresse in modo indelebile le piaghe della crocifissione. In esse anche le nostre ferite possono trovare speranza di guarigione.

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