Gli Usa incriminano l'ex presidente cubano Raul Castro. È lo stesso schema del Venezuela
Le accuse al fratello di Fidel per l'abbattimento di due aerei nel 1996 fa salire bruscamente la pressione americana sull'isola. Per Trump, Cuba si deve aspettare «una nuova età dell'oro»

Era atteso come un ennesimo tassello nella strategia di pressione statunitense su Cuba, ed è arrivato: gli Stati Uniti hanno incriminato l’ex presidente Raúl Castro, fratello di Fidel e tra i leader della Revolución cubana. Sebbene l’accusa sia legata a un fatto specifico risalente a trent’anni fa, la mossa è spudoratamente politica. Nel 1996, due aerei civili legati a un gruppo di esuli cubani statunitensi vennero abbattuti non lontano dallo spazio aereo cubano. Morirono tutte e quattro le persone a bordo, tra cui tre americani. All’epoca Raúl Castro era ministro della Difesa e l’ordine di abbattimento sarebbe partito da lui. Da qui arriva l’incriminazione statunitense: Castro è accusato di cospirazione per uccidere cittadini statunitensi, distruzione di un aereo e omicidio. Grande soddisfazione e sollievo sono stati espressi dai familiari delle vittime. La mossa però rientra soprattutto in uno schema politico. Con una minaccia implicita. Per coglierla bisogna guardare a ciò che è accaduto in Venezuela. Nel 2020 l’ex presidente Nicolás Maduro veniva incriminato dagli Stati Uniti per traffico di armi, stupefacenti e narco-terrorismo. Sei anni dopo, il blitz americano e la cattura. Motivata con quell’incriminazione.
La decisione di ieri del dipartimento americano di Giustizia sembra ricalcare questo schema anche per l’Avana. Con almeno una differenza. Il 94enne Raúl Castro non ha più alcuna carica politica nel Paese. Nel 2018 ha lasciato la presidenza, nel 2021 la guida del Partito comunista. Ma la sua voce rimane una delle più influenti e lui continua ad essere a capo della famiglia che di fatto decide le sorti del Paese. Colpire lui significa voler abbattere un simbolo. E, secondo alcuni analisti, cercare di obbligare il governo ad accettare le condizioni che gli Stati Uniti stanno mettendo sul tavolo delle trattative. Anche se quali siano, di preciso, ancora non si sa. Che Donald Trump voglia estendere il suo controllo sull’isola è ormai un dato certo. Le dichiarazioni sulla presa di Cuba si accumulano da mesi. Le ultime sono arrivate poco prima dell’incriminazione: «Gli Stati Uniti non avranno pace finché Cuba non sarà di nuovo libera» ha detto il presidente americano, specificando che gli Usa non accettano vicino al proprio territorio «uno Stato canaglia che ospita operazioni militari, di intelligence e terroristiche». Il segretario di Stato Marco Rubio, di origini cubane, ha pubblicato un video in spagnolo in cui per la prima volta si rivolge agli abitanti dell’isola. Potrete avere, dice, «una nuova Cuba con l’opportunità di scegliere chi vi governa. L’unica cosa che ostacola un futuro migliore sono quelli che controllano il vostro Paese». E ha ribadito l’offerto di 100 milioni di dollari in aiuti.
Non ci sono indicazioni certe sulle prossime mosse di Trump. Secondo fonti del New York Times, nell’ultima settimana le forze armate e i servizi segreti Usa hanno intensificato i voli di sorveglianza attorno a Cuba: un’azione che gli analisti leggono come un avvertimento, più che come una volontà di sbarcare subito sull’isola, con buona parte delle forze americane ancora impegnate sul fronte iraniano. È comunque una potenziale prospettiva e il presidente cubano Miguel Díaz-Canel l’ha commentata senza mezzi termini: un’azione militare «finirebbe in un bagno di sangue». L’incriminazione di Castro, ha aggiunto, sarebbe funzionale proprio a questa «follia». Anche la figlia di Fidel, Alina Fernández, anticomunista e in esilio a Miami, ha sottolineato in un’intervista alla Cnn che un’azione militare provocherebbe «immense sofferenze alla popolazione». Tra le molte incertezze, un dato sembra sicuro: la popolazione di Cuba sta vivendo una crisi addirittura peggiore di quella del periodo especial dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Senza le importazioni di petrolio, bloccate da Trump il 29 gennaio, il Paese è in un blackout quasi permanente. La sanità, storico fiore all’occhiello, è al collasso. È un cappio che ogni giorno si stringe un po’ di più al collo dei cittadini. Gli unici che sembrano non avere scelta. © riproduzione riservata
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