Perché il nome Palantir, l'azienda di Thiel, è più di un programma (ispirato a Tolkien)

Nel "Signore degli Anelli" si chiamano così le pietre veggenti, strumenti oscuri che amplificano il potere di chi li usa. Un riferimento letterario affascinante, ma poco rassicurante
March 17, 2026
Perché il nome Palantir, l'azienda di Thiel, è più di un programma (ispirato a Tolkien)
Una scena tratta da "Il Signore degli Anelli - La Compagnia dell'Anello" con Gandalf e un Palantir, la pietra veggente
Il nome di Peter Thiel è circolato molto negli ultimi giorni in Italia. Il miliardario americano, ma nato in Germania nel 1967, noto a molti per essere tra i fondatori del sistema di pagamenti digitali PayPal, e oggi a capo di Palantir, un colosso della sorveglianza globale e dell’analisi dei dati, personalità controversa dell’universo tecnologico globale, è stato infatti a Roma per parlare dell’Anticristo. Sì, perché Thiel è anche un po’ filosofo, teologo a suo modo, visionario molto ricco e dunque influente, ispiratore dell’ultradestra planetaria, ben oltre il confine dell’universo Maga statunitense, e a cui si attribuiscono trame occulte tra ideologie tecnocratiche e scenari apocalittici. Anche su “Avvenire” ne abbiamo scritto molto (qui, qui, qui e qui). Ma c’è un aspetto che può meritare un approfondimento ulteriore, per capire il personaggio e ciò che incarna: il motivo per cui ha chiamato la sua società Palantir. Ecco, per comprenderlo bisogna partire da una domanda semplice: che cosa significa “vedere” nel mondo contemporaneo? E che cosa implica avere il potere di farlo meglio degli altri?
Andiamo con ordine. Quando nel 2003 nasce Palantir Technologies, l’ambizione di Thiel è chiara: costruire strumenti in grado di analizzare enormi quantità di dati e trasformarli in conoscenza operativa. Le sue piattaforme (Gotham, Foundry, Apollo) permettono a governi, agenzie di intelligence, eserciti e grandi aziende di individuare schemi nascosti, anticipare minacce, prendere decisioni in contesti complessi, dal controllo delle migrazioni alle strategie di guerra. In altre parole, aiuta a “vedere” ciò che normalmente resta invisibile. Il nome, però, non nasce nel mondo della tecnologia, ma arriva dalla letteratura: dai Palantir del Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien. Nell’universo tolkieniano, i Palantir sono le “Pietre Veggenti”, sfere di cristallo nero, antichissime e indistruttibili, create dagli Elfi. Il loro nome, in lingua quenya, significa “coloro che sorvegliano da lontano”. E la loro funzione è proprio questa: osservare luoghi lontani, comunicare a distanza, accedere a visioni che attraversano lo spazio, e talvolta il tempo. In sostanza, per usare il linguaggio dei giorni nostri, sono strumenti di conoscenza avanzata. Il problema è che non si tratta di strumenti “innocenti”. E qui viene l’aspetto interessante, pensando a Thiel e a Palantir: per Tolkien, infatti, “vedere di più” non equivale automaticamente a “capire meglio”. Le pietre infatti non mentono, ma non mostrano tutto. E, soprattutto, possono essere dominate da chi possiede una volontà più forte. Così succede che chi le usa senza sufficiente equilibrio finisce poi per esserne travolto.
È quello che capita a Saruman, che crede di poter controllare la visione e viene invece manipolato da Sauron. È il caso di Denethor, che cercando lucidità trova solo disperazione. Anche il più ingenuo degli sguardi, come quello di Pipino, può diventare pericoloso. Solo Aragorn riesce a sostenere il confronto con la pietra, perché alla capacità di vedere unisce la forza di interpretare e di agire. In questo si può cogliere bene il punto che interessa Thiel, e che rende il nome della sua azienda molto più che una citazione colta, aggiungendo elementi inquietanti. I Palantir non sono semplicemente strumenti per raccogliere informazioni, ma dispositivi che amplificano il potere di chi li usa: la conquista di una visione più ampia espone infatti anche al rischio di distorcere e manipolare, eccedendo nel controllo. Guardando ai giorni nostri, il riferimento è affascinante e allo stesso tempo problematico: le tecnologie di analisi dei dati promettono infatti una maggiore sicurezza, efficienza, e capacità decisionale. Ma pongono anche questioni molto serie relative alla sorveglianza, pensando alla concentrazione del potere informativo cui stiamo assistendo in questi anni con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, e dunque sui confini tra ciò che è legittimo vedere e ciò che dovrebbe restare sfumato se non sconosciuto. In questo senso, il nome Palantir è quasi un programma: esprime l’ambizione di “vedere lontano" e “vedere tutto", ma lascia intravedere anche i rischi di tutto questo: nel mondo di Tolkien non è la pietra a decidere, ma lo sguardo che la attraversa, nel senso che la tecnologia non è mai decisiva, perché ad essere determinante è l’uso che se ne fa. E, oggi, qual è l’occhio che ci osserva? Chi “tiene lo sguardo”? E, soprattutto, sappiamo di essere osservati?

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