L’Anticristo di Thiel e quello di Giovanni l’Evangelista

Un cattolico non si lascia ingannare. E non inganna
March 17, 2026
L’Anticristo di Thiel e quello di Giovanni l’Evangelista
Vale la pena ritornare sul ciclo di conferenze che Thiel sta tenendo a Roma in questi giorni. L’argomento lo merita. Per le sue molte (invisibili) implicazioni. Ancora un po’ di pazienza nella lettura, dunque. Con il passare dei giorni trapela qualche ulteriore indiscrezione sull’iniziativa. Mentre scrivo si è già tenuta la prima conferenza. La location è stata Palazzo Taverna-Orsini, nel cuore del centro storico della Capitale. Poco più di un centinaio di partecipanti. Nessun contenuto eclatante.
Ciò che colpisce, però, è il tentativo di accostare l’evento al mondo cattolico. Subito dopo la conferenza, si è tenuta una Santa Messa (celebrata in latino e ad orientem) nella vicina Basilica di San Giovanni dei Fiorentini. Non sorprende. L’avvenimento è promosso da un’associazione culturale bresciana intitolata a Vincenzo Gioberti, che si ripropone di favorire (si legge sul sito ufficiale) la restituzione agli italiani di un’«unità spirituale» perduta, da ritrovare nell’identità cattolica, nelle radici locali e nei modi di vivere dell’Ancien Régime. Non è mancata la partecipazione di laici e seminaristi. In particolare, pare, del North American College, del Cluny Institute e anche della Pontificia Università Angelicum, quest’ultima inizialmente indicata come luogo delle conferenze e poi immediatamente smentita (o, più verosimilmente rientrata, su intervento della Santa Sede).
Si impone, allora, una riflessione. Occorre però, prima di tutto, soffermarci su una tentazione antichissima. La strumentalizzazione della religione a fini politici e ideologici non è un’invenzione moderna. È, verosimilmente, la seconda cosa che l’uomo ha fatto dopo aver inventato gli dèi. Costantino la praticò con intelligenza imperiale. I crociati la declinarono nel sangue. I sovrani d’Europa la giocarono per secoli contro Roma e tra loro. Il Novecento ne ha conosciuto versioni totalitarie a ogni latitudine. Ma ciò che si osserva nella cronaca politica e culturale dei nostri tempi ha qualcosa di inedito nel suo grottesco: la fede viene convocata non come fondamento di vita, non come sorgente di gratuità, non come apertura all’infinito, ma come decorazione identitaria, come marchio di distinzione, come steccato contro il diverso. Il vocabolario è (strumentalmente e apparentemente) cattolico. Il contenuto è tribale. Volgare. E il Vangelo – quel testo scandalosamente libero, gratuito, universale, capace di sovvertire ogni ordine costituito – viene citato a sostegno di restaurazioni che esso stesso smontava duemila anni fa. La vera fede è ontologicamente universale. La vera fede è ontologicamente nobile. La vera fede è ontologicamente Amore, sempre e comunque. La vera fede è inclusiva. La vera fede non genera violenza né intransigenze. La vera fede costruisce speranza, non alimenta terrore. La vera fede non si vende e non si compra. Non ha bandiera partitica. Non si allea con i generali né con i miliardari. È gratuita nel senso più radicale. È dono che precede ogni merito, ogni identità, ogni appartenenza. Chi la usa come strumento non la possiede: la svende e la mortifica.
Un cattolico che conosce (e vive) autenticamente la propria fede non può (e non deve) farsi ingannare, quindi, da alcuna pseudo-teologia. Né può ingannare, a sua volta, attraverso alcuna pseudo-teologia. Per quanto sofisticata, per quanto affascinante nella sua oscura coerenza. È peculiare responsabilità di un vero Cristiano, mantenersi saldo e stabile nella vera fede. Vale anche per le conferenze di Peter Thiel. A questo proposito torniamo su uno dei temi centrali della sua narrazione: l’Anticristo. L’Evangelista Giovanni è categorico in proposito. È diretto come può esserlo solo chi ha visto con i propri occhi. Scrive così nella sua prima lettera: «Figlioli, è giunta l’ultima ora. Come avete sentito dire che l’Anticristo deve venire, di fatto molti anticristi sono già venuti». Non è una profezia sul futuro. È una diagnosi del presente. L’Anticristo non è una figura escatologica che arriva alla fine dei tempi armato di potere tecnologico illimitato. È già qui. È già in mezzo a noi. E Giovanni ne fornisce una definizione cristallina, che non lascia margini di equivoco:
«Chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’Anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio» (1Gv 2,18.22)Nel quarto capitolo, Giovanni affina ulteriormente il criterio: «Ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’Anticristo»(1Gv 4,2-3). La definizione giovannea dell’Anticristo è dunque precisa, teologica, cristologica. Riguarda il riconoscimento o il rifiuto dell’Incarnazione. Non riguarda la politica climatica. Non riguarda il welfare. Non riguarda la regolazione dell’intelligenza artificiale. Non riguarda papa Leone XIV, che – lo ricordiamo – è il Vicario di Cristo, colui che professa (e custodisce) ogni giorno la fede nell’Incarnazione del Verbo. Thiel usa la parola «Anticristo» in senso girardiano-metaforico: come categoria politico-culturale per designare chi frena il progresso, chi regola il potere, chi oppone limiti all’innovazione illimitata. È un uso suggestivo, intellettualmente elaborato, finanche esoterico. Ingannevole nella sostanza, quale che sia la sua intenzione. Quanto basta da affascinare una platea selezionata con i cellulari confiscati. Ma è un uso radicalmente incompatibile con la fede cattolica. Perché non è Giovanni. Non è Paolo. Non è la Tradizione. Non è nulla, in verità. Non è nemmeno Girard.
Occorre ribadirlo con chiarezza, senza timori: un cattolico che conosce la propria fede non può lasciarsi sedurre da questa pseudo-teologia. Non perché Thiel sia uno sciocco. Anzi, tutt’altro. Non perché la sua diagnosi della crisi moderna sia priva di interesse. Anzi, è acuta e in larga parte condivisibile, come abbiamo già detto. Ma perché il cattolicesimo non è un insieme di valori culturali conservatori selezionabili a seconda delle convenienze politiche. È una fede che ha un contenuto preciso, custodito da una Tradizione precisa, interpretato da un Magistero preciso. E quel contenuto – l’Incarnazione, la Redenzione, la Risurrezione –contenuto trinitario, cristologico, pneumologico, mariologico, ecclesiologico, soteriologico, escatologico, è esattamente ciò che la visione di Thiel, nella sua coerenza ultima, esclude o svuota. L’Associazione Gioberti sogna la restaurazione dell’Antico Regime. È legittimo (anche se difficilmente condivisibile) avere nostalgie storiche. Ma il cattolicesimo autentico non è una nostalgia. Il Cattolicesimo è una fede incarnata nel presente, proiettata verso l’eschaton, radicata nella certezza che la Storia è governata da Dio e che nessun monopolio finanziario, nessuna superplutocrazia algoritmica, nessuna sorveglianza di massa – per quanto sofisticata – può sostituire la Provvidenza. Confondere la difesa dell’identità cattolica con la promozione di una pseudo-teologia che chiama «Anticristo» il Papa regnante è una contraddizione così evidente da sfiorare la comicità. Se non fosse, al contrario, profondamente preoccupante.
«Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto costoro, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. Essi sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta» (1Gv 4,4-5)
«Cose del mondo». È la definizione più precisa della pseudo-teologia di Thiel. Una teologia del mondo, costruita con categorie del mondo – potere, dominio, sorveglianza, accelerazione, monopolio – e offerta a chi è del mondo come surrogato di fede. È una gnosi sofisticata e oscura che promette lucidità sull’abisso ma non offre la via per attraversarlo. Un cattolico, invece, sa dove guardare. Cristo. E la Sua Croce. Sa che «colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo». Sa che lo spirito dell’Anticristo – quello vero, quello giovanneo – si riconosce non dalla policy ambientale né dalla regolazione digitale, ma dal rifiuto di confessare Gesù Cristo venuto nella carne e la Verità intera (senza nulla togliere e nulla aggiungere) di cui Egli è portatore. E sa anche che questo spirito non arriva da San Francisco: è «già nel mondo», come scrive Giovanni, e si annida spesso nei luoghi più insospettabili — compreso quel cattolicesimo identitario, folcloristico e reazionario che confonde la restaurazione dell’Antico Regime con la difesa della fede.
L’Armonauta non ha paura degli Anticristi, dunque. Né di quello (finto) di Thiel, né di quello autentico di Giovanni. Perché conosce entrambi, e sa distinguerli. Il primo è una metafora politica affascinante e pericolosa. Il secondo è una realtà spirituale già presente e già sconfitta: «Avete vinto costoro», dice Giovanni. Non «vincerete». Avete vinto! Al passato! Al presente! Al futuro! La vittoria è già data, nella Croce e nella Risurrezione. La rotta dell’Armonauta non passa per le conferenze segrete con i cellulari confiscati. Passa per il mare aperto, per questa Storia ferita e antica, per le comunità che ancora scommettono sulla dignità e sulla verità dell’Uomo contro ogni riduzione tecnocratica o plutocratica. Passa per la certezza semplice e inesauribile che l’unico monopolio che non tramonta è quello dell’Amore. Che l’unica sorveglianza che redime è la custodia dell’Amore che si fa dono. E che nessun Palantir vede lontano quanto chi ha gli occhi fissi su di Lui. In Lui. Con Lui.
Con Peter Thiel, però, l’Armonauta sarebbe lieto di sedersi a parlare. Non per convertirlo — non è compito suo — né per replicare alle sue tesi con la freddezza di un polemista. Ma perché la sua intelligenza è reale, la sua sofferenza è reale, e le domande che porta con sé sono domande vere, che meritano risposte vere. Il dialogo autentico non teme il disaccordo. Lo attraversa, come Cristo ha attraversato la morte.
Intanto, chi lo vedrà, dica al Signor Thiel che l’Anticristo non deve venire. È già venuto. Ed è già stato vinto.

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