Che lo Spirito soffi sulle ossa aride dell’Umanità

La pace è facile: basta farsi ultimi
April 14, 2026
Che lo Spirito soffi sulle ossa aride dell’Umanità
«Tutti parlano di pace ma nessuno educa alla pace. A questo mondo si educa per la competizione e la competizione è l’inizio di ogni guerra.» Sono parole di Maria Montessori. Le parole di chi ha guardato i bambini negli occhi abbastanza a lungo da scoprire, in quello sguardo, la mappa del destino del mondo.
Fin dal primo giorno di scuola – e, a dire il vero, ancor prima, nel tessuto stesso della famiglia e della cultura che ci circonda – i bambini imparano a misurare il proprio valore in relazione alla sconfitta altrui. Il voto, la gara, il confronto, la classifica, il riconoscimento sociale. La vita è presentata (anche involontariamente e per inerzia) come una competizione. E il suo senso è individuato nel primeggiare, nell’affermarsi. Non si insegna alla responsabilità per la fruttificazione dei talenti ricevuti, che costituisce ben altra prospettiva, poiché pone l’”io” in relazione al “noi”. Non si insegna a custodire. Non si educa all’attenzione per l’altro. Si insegna a vincere. Si forgia la volontà di prevalere. La cultura del dominio si impone inesorabilmente sulla cultura del servizio. Questa è la triste verità. Ne siamo tutti responsabili. Vittime e carnefici.
Questa tendenza non è recente. Viene da lontano. Già Aristotele distingueva, all’interno dell’economia domestica, tra oikonomia – la cura del bene della casa, dell’altro, della comunità – e crematistica, l’arte di accumulare ricchezza fine a sé stessa. La prima era ordinata al bene. La seconda al potere. La nostra civiltà ha scelto –da tempo – la crematistica come paradigma educativo. L’ha trasformata in pedagogia e in modello relazionale universale.
Il filosofo Erich Fromm, nel suo Avere o Essere (1976), descriveva con lucidità profetica il passaggio da una civiltà fondata sull’essere – sull’identità, sulla relazione, sul dono – a una civiltà fondata sull’avere: sul possesso, sull’accumulo, sul dominio. La logica del dominio è la logica del Modello-Mammona, come ci ricorda il teologo Costantino Di Bruno. Un’antropologia nella quale la verità dell’uomo non è nel dono, ma nella conquista e nella prevaricazione. Quando questa logica si inocula nei bambini – attraverso la scuola, il gioco, i media, il cattivo esempio di chi li circonda – non forma individui competitivi, ma genera uomini incapaci di pace.
Tutto questo è diventato cultura sociale. Osserviamo, infatti, le nostre dinamiche sociali. L’altro, nella logica del dominio, è sempre potenzialmente un concorrente. Si stringe la mano sorridendo, ma si calcola il vantaggio. Si offre collaborazione, ma si misura il ritorno. Le relazioni si misurano in utilità e funzionalità. La fiducia in convenienza. La gratuità e l’amicizia perdono autenticità. Lo spazio pubblico è diventato un’arena dove ciascuno porta avanti i propri interessi rivestiti di retorica comunitaria. La coesione sociale si sgretola. Non mancano le (spesso false) buone intenzioni, quelle abbondano. Manca la libertà del cuore. Che si infrange contro la struttura profonda della vita quotidiana, fondata sulla competizione e non sulla cura.
Anche il mercato ha fatto della guerra la sua lingua madre. Conquistare quote. Battere la concorrenza. Eliminare l’avversario. I manuali di management sono esercizi di strategia militare applicata alle relazioni economiche. L’economia del dono – la logica della comunità, del bene comune, della custodia dei beni relazionali – viene derubricata a ideologia utopica. Il risultato è un sistema in cui la fiducia è una risorsa sempre più rara e i contenziosi sempre più frequenti. Perché la guerra genera guerra, anche quando indossa l’abito borghese di un accordo commerciale.
Anche nella politica, l’approccio è lo stesso. La politica che nella sua essenza più alta è – e dovrebbe essere – servizio, cura del bene comune, non esercizio del dominio. Così l’hanno pensata i pensatori e i retori più illuminati. Così la spiega la Dottrina Sociale della Chiesa. Eppure, la politica che vediamo ogni giorno è altra cosa. È lotta per il potere come fine in sé. È retorica della pace usata per fare la guerra. È linguaggio della solidarietà per coprire l’abbandono. È, spesso, finzione. Le istituzioni diventano strumenti di fazione, arene di conflitto, luoghi in cui il dominio si esercita con il linguaggio della rappresentanza.
Eppure, qualcuno non smette di far sentire una voce diversa. L’altro ieri, dalla Basilica di San Pietro, mentre il mondo rimane sospeso tra trattative e minacce di guerra, Papa Leone XIV ha presieduto il Rosario per la pace. Da quella sede solenne ha pronunciato parole ancor più solenni. «La preghiera ci educa ad agire», ha detto il Pontefice. «Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo.» E poi: «Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita.» E infine – alla vigilia della domenica della Misericordia, della domenica in cui la lettura degli Atti degli Apostoli ci ricorda che «Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» – «Chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr. Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio. Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita!»
Sono parole che un Armonauta deve saper leggere fino in fondo. Il delirio di onnipotenza non è solo il delirio dei potenti. È il frutto maturo di una pedagogia della competizione che inizia nell’infanzia e produce, nei secoli, uomini che si credono padroni del mondo. Uomini che usano il nome di Dio per giustificare la spada. Uomini che confondono il potere con la verità. Ognuno di noi corre il rischio di essere uno di quegli uomini, ogni giorno, nella propria vita quotidiana.
Il Pontefice, nella Veglia Pasquale di una settimana fa, aveva già tracciato il filo della riflessione: Dio ha tratto «dal caos il cosmo, dal disordine l’armonia», affidando all’umanità il compito di esserne custode. Servire l’armonia della creazione – delle relazioni umane, della famiglia, della comunità, del pianeta – è la vocazione originaria dell’Uomo. Il suo contrario è ciò che vediamo: la sistematica profanazione di questa armonia in nome dell’interesse, del dominio, del potere. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Guerre che non finiscono. Disuguaglianze che crescono, non malgrado lo sviluppo economico, ma attraverso di esso. Famiglie che si disgregano. Comunità che si atomizzano. Un pianeta saccheggiato con metodo e con la coscienza pulita di chi ritiene di averne il diritto.
«Raccogliamo ciò che seminiamo», ci ricorda il Vangelo. Non è una minaccia. È una legge ontologica. Chi semina dominio raccoglie conflitto. Chi semina competizione raccoglie solitudine. La realtà è ordinata. E quella struttura non si può aggirare con il denaro, né con il potere, né con l’ideologia. A nulla serve invocare la pace, la fratellanza, gli impatti sociali, la custodia del pianeta, la riduzione delle disuguaglianze e l’economia etica, se la struttura profonda della vita individuale e collettiva rimane fondata sulla logica del dominio. A nulla valgono i vertici internazionali, le dichiarazioni di principio, le agende di sviluppo sostenibile, i codici etici aziendali. Sono gusci senza seme.
È solo retorica. È solo ipocrisia. E l’ipocrisia è il vizio più pericoloso, perché rassicura. Convince chi la pratica di essere nel giusto. Dispensa dall’impegno reale. Permette di dormire sonni tranquilli mentre si perpetuano le strutture del male. Nel nome di Dio. Papa Leone ha osato denunciarlo. La blasfemia non è più solo il vizio dei miscredenti. È diventata la forma più comune di retorica pubblica.
Questa situazione ci ricorda la visione del profeta Ezechiele, che si trovò in mezzo a una vastissima pianura di ossa aride. Non era un cimitero. Era il mondo. Il mondo di oggi. Ossa aride in guerra. Osso contro osso. Ossa contro ossa. Persino osso contro sé stesso. Guerre di ogni genere e di ogni nome: guerra finanziaria, guerra economica, guerra scientifica, guerra commerciale, guerra psicologica, guerra energetica, guerra politica, guerra antropologica. La stessa guerra che, con abiti diversi, torna ogni giorno nelle nostre relazioni, nelle nostre aziende, nelle nostre istituzioni, nelle nostre famiglie. Nelle nostre anime.
E tuttavia il Signore non inviò Ezechiele a gridare alle ossa aride di smettere di essere ossa aride. Non lo mandò a tenere conferenze sulla pace, a sottoscrivere dichiarazioni di intenti, a costruire agende di sviluppo armonico. Sarebbe stato inutile. Lo mandò, invece, a chiamare lo Spirito dai quattro venti. Perché solo lo Spirito è il Creatore della vera vita. Senza lo Spirito siamo ossa aride che parlano (invano) ad altre ossa aride.
La domanda decisiva non è, dunque: “Come convinciamo le ossa aride a stare in pace?”. È, invece: “Siamo davvero corpi viventi, o stiamo predicando la pace da ossa aride?”. Cristo è il principio ontico di ogni uomo. Senza Cristo l’uomo non è uomo. E se l’uomo non è uomo non può essere capace di alcuna umanità.
Siamo, dunque, chiamati a ricordare a noi stessi e agli altri che esiste una sola pace possibile. Personale, relazionale, economica, ambientale, politica. È sempre la stessa pace. La pace di Cristo l’ha definita Papa Leone XIV fin dal suo primo saluto. Cristo che è Via, Verità e Vita di ogni uomo. Quella pace che nasce dalla riconciliazione con la propria Verità. La morale cristiana non è un insieme di norme astratte. È la riproduzione della vita di Cristo Gesù nella propria vita. Non si tratta di osservare precetti. Cristo è l’unico Modello da realizzare, il paradigma perfetto dell’Umano, la forma compiuta dell’esistenza, la verità vivente di ciò che siamo chiamati a essere. Quando ci separiamo da Lui – dalla verità che Lui incarna e rivela – diventiamo tenebra, falsità, morte. E, di conseguenza, diamo agli altri tenebra, falsità e morte. Produciamo tenebra, falsità e morte.
La pace non viene da fuori. Non si importa. Non si negozia. Non si impone con la forza. Nasce dentro, nel cuore che riconosce la propria origine, accetta la propria limitazione e sceglie di abitare la realtà con la logica del dono. «Il nostro cuore è senza pace finché non riposa in Te», diceva Agostino. Nel Vangelo di Marco, Gesù trova i suoi discepoli a litigare per strada su chi fosse il più grande. Il Maestro non si scandalizza. Li siede attorno a sé e dice – con quella semplicità disarmante che è il registro del Vangelo – una sola frase: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti.»
Non è un’immagine. È un’ontologia. È la rivelazione della struttura profonda dell’Essere. Il servo viene costituito padrone, il padrone si fa servo degli altri. È la verità di Cristo Gesù. All’Ultima Cena, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, Gesù si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugamano e lava i piedi ai discepoli. Il Signore del Tutto – nel momento in cui è più consapevole di essere tutto – sceglie il gesto più umile, donando tutto e donandosi tutto per farci tutto in Lui. Dalla risurrezione di Gesù nasce una umanità nuova, fondata sulla gratuità, l’amore, la compassione, la fratellanza.
Questo è il Modello. Non è debolezza. È la forma più alta di forza: quella che non ha bisogno di imporsi perché è già piena. Chi è veramente grande non ha bisogno di dominare. Chi è veramente sicuro non ha paura di servire. Chi abita nella Verità non ha bisogno di vincere.
Chi, invece, nella quotidianità di ogni giorno, si comporta in maniera ostinata e contraria a questi principi attesta di essere un uomo irrisolto: lontano dalla verità di sé stesso e degli altri, lontano dalla propria origine. A nulla vale appellarsi a falsi criteri di giustizia, invocare il proprio diritto, reclamare il proprio merito, appellarsi alla forza del diritto o al diritto della forza. Tutto inutile. Tutto vano. Esiste una sola giustizia: la legge dell’Amore, la legge del dono di sé stessi, la legge del rispetto della dignità di ogni fratello e di ogni uomo.
Chi contrappone la forza all’amore ha già perso, anche se si illude di vincere. E rimane solo. Questi uomini un tempo erano bambini. Siamo tutti chiamati a ritornare a essere «come bambini». Semplici, puri, gratuiti, liberi, veri.
L’Armonauta lo sa. E non smette di testimoniare, a tutti – anche ai propri carnefici –, che amare è ciò che rende liberi. Non è sentimentalismo. Non è rassegnazione. Non è debolezza. È la conoscenza più esatta della realtà: che nell’Amore è la Verità, e nella Verità è la libertà.
Solo così – come ci ricordano i versi di una canzone che cantavamo da bambini – la pace diventerà facile e non costerà niente.

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