I due alberi del giardino della storia
Sotto la superficie sociale, politica ed economica dell’enciclica pulsa una verità altissima. Una verità che riguarda non ciò che l'uomo fa, ma ciò che l'uomo è.

Sotto la superficie sociale, politica ed economica dell’enciclica – sotto la critica al paradigma tecnocratico, sotto l'analisi dei poteri – pulsa una verità altissima. Una verità che riguarda non ciò che l'uomo fa, ma ciò che l'uomo è.
Ritorniamo ancora una volta sull’enciclica Magnifica Humanitas. Ne vale davvero la pena. Da molti è stata letta come un evento culturale di portata inedita. Un quotidiano francese l'ha definita un manifesto politico che nessun governo, nessun regolatore, nessun think tank aveva saputo ancora elaborare e sistematizzare. Filosofi, economisti, scienziati, psicologi, uomini di tecnica si sono affrettati a commentarla, ciascuno traducendola nel proprio idioma. C’è chi vi ha visto una requisitoria contro l'algocrazia. Chi una difesa laica della persona di fronte al dominio computazionale. Chi, persino, l'atto fondativo di una nuova resistenza democratica e umanistica. Tutti, dai più entusiasti ai più critici, hanno riconosciuto un punto: che quel documento parlava a loro. Che li chiamava in causa. Che li riguardava. Così come interpella e riguarda i nostri tempi e quelli che verranno.
È qui che si manifesta la prima grandezza di un'enciclica.
Il Papa parla al mondo. Parla, cioè, anche – a maggior ragione, in questa circostanza – ai non credenti, agli scienziati, agli imprenditori, ai legislatori, agli uomini di buona volontà di ogni latitudine. Il suo desiderio, la sua speranza, è costruire un dialogo amabile e fecondo sul futuro dell'umanità. Un dialogo che non escluda nessuno. Che non chieda, come pregiudiziale, la fede. Che offra a tutti una grammatica comune per discernere il bene e il male in un tempo di transizioni vertiginose. Per questo l'enciclica si occupa di autocrazia, super plutocrazia, algocrazia e algoretica. Per questo evoca la sovranità espropriata dei popoli, denuncia il potere privato e transnazionale che sfugge a ogni accountability democratica. Per questo parla di lavoro, di salario giusto, di guerra automatizzata, di disinformazione. È il linguaggio del mondo. Ed è giusto che sia così.
Ma il Papa non parla solo al mondo.
Il Papa parla anche – e soprattutto – ai cristiani. E ai cristiani chiede una lettura più profonda. Una lettura capace di oltrepassare la sociologia. Capace di andare oltre l'economia. Capace di non fermarsi alla pur necessaria diagnosi dei rapporti di forza. Perché sotto la superficie storico-politica del documento – sotto la critica al paradigma tecnocratico, sotto l'analisi dei poteri – pulsa una verità altissima. Una verità che riguarda non ciò che l'uomo fa, ma ciò che l'uomo è. Non i suoi strumenti, ma la sua origine. Non le sue opere, ma il suo destino.
Questa verità – che attraversa in filigrana l’intera enciclica fino a diventarne la struttura portante e invisibile – ha un nome antico. È un principio – un ἀρχή – che precede l'uomo stesso.
Apriamo il Libro della Genesi. Torniamo all'inizio dell'inizio. «Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse». E subito un comando, che è insieme un dono e un avvertimento: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire».
Siamo al bivio decisivo della Storia. Il bivio che riassume ogni bivio. Quello tra il bene ed il male. Quello del rapporto tra Creatura, Creato e Creatore. Qui è racchiuso il principio antropologico eterno. La radice di ogni cosa. Dio vede. L’uomo non vede. Dio vede oltre il visibile e l'uomo, troppo spesso, non vede neppure il visibile. Dio vede l'invisibile e lo rivela all'uomo. Nel giardino crescono due alberi che, all'apparenza – solo all'apparenza – si somigliano. La stessa corteccia. Le stesse foglie. Lo stesso frutto offerto alla mano. Ma uno produce vita. L'altro produce morte. E l'occhio dell'uomo, lasciato a sé stesso, non sa coglierne la differenza. È la prova suprema: che il discernimento del bene e del male non abita nello sguardo della creatura, ma le viene dato. E poiché l'uomo da solo non saprebbe distinguerli, Dio si assume verso di lui un obbligo. Un obbligo di amore: avvisarlo. Dargli la vista che da sé non possiede. All'uomo, in cambio, resta un solo obbligo: ascoltare. Si ascolta nell’obbedienza e nell’amore. L’amore per la vera vita che ci impedisce di cadere nella perenne tentazione: cogliere i frutti dell'albero della morte.
È tutto qui. È sempre stato tutto qui.
Su questo ἀρχή si fonda l'intera relazione di Dio con l'uomo, e dell'uomo con sé stesso. Su di esso poggia l'Antica Alleanza, come ci ricorda il Siracide: «Da principio Dio creò l'uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte». E su di esso, identico, si edifica la Nuova: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna».
Lo stesso Siracide spiega perché il dono della vista venga proprio da Dio, e da nessun altro: «Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini». Ecco la sorgente. La vista è dono perché è anzitutto attributo di Colui che la dona: Dio vede ogni cosa e i suoi occhi si posano su chi lo teme. Vedere, per l'uomo, non è dunque produrre uno sguardo proprio, ma lasciarsi raggiungere dallo sguardo di Dio. Accogliere quegli occhi posati su di lui, e farli propri. La sapienza non è informazione accumulata. È partecipazione allo sguardo di Dio.
Lo stesso principio risuona, drammatico, sulle labbra di Cristo. «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». I Giudei fraintendono e si domandano se voglia uccidersi: lo ascoltano con i soli occhi terreni, e quegli occhi non arrivano, non possono arrivare dove Egli arriva. È il fraintendimento di sempre: credere che il visibile esaurisca il reale, e ridurre l'invisibile a enigma o ad assurdo. Poi Cristo precisa: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati». Parole dure, persino taglienti. Eppure sono il vertice di quell'obbligo di amore. Cristo non condanna: avverte. Come Dio nel giardino, indica i due alberi, le due rive, le due provenienze. C'è un quaggiù e c'è un lassù. C'è uno sguardo che nasce dal mondo e uno sguardo che viene dall'Alto. E chi pretende di vedere con i soli occhi del quaggiù – chi rifiuta la vista che gli è offerta dall'eterno «Io Sono» – resta nella propria confusione e nella propria incompiutezza. Non perché sia punito da fuori. Ma perché è cieco da dentro.
Lo dice il medesimo Vangelo, e va inteso senza ambiguità. «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato». Già condannato. Non in un giudizio futuro, ma nell'atto stesso del rifiuto. La condanna non scende dall'Alto come una sentenza: sale dal basso come una scelta. Dio non spinge nessuno nelle tenebre. È l'uomo che, potendo aprire gli occhi, preferisce tenerli chiusi. Ecco perché il Siracide può scrivere che «a nessuno Dio ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare». La vista è offerta a tutti. Nessuno è costretto alla cecità. E nessuno potrà dire di esservi stato condotto.
Ecco, all’origine, il bivio tra la Babele e la Città di Dio su cui si fonda tutta l’enciclica. Ci ricorda che una sola legge attraversa la Rivelazione, dalla prima Parola detta all'uomo prima ancora che esistesse, all'ultima del Libro dell'Apocalisse. Su di essa si edifica l’unica autentica Magnifica Humanitas.
Ecco, all’origine, il bivio tra la Babele e la Città di Dio su cui si fonda tutta l’enciclica. Ci ricorda che una sola legge attraversa la Rivelazione, dalla prima Parola detta all'uomo prima ancora che esistesse, all'ultima del Libro dell'Apocalisse. Su di essa si edifica l’unica autentica Magnifica Humanitas.
È un cammino di obbedienza e di amore. E l'obbligo di amore che Dio si è assunto dall'eternità ha due volti, e sono inseparabili: dare all'uomo la sua vista, donandogli la sua Parola; dare all'uomo la sua grazia, donandogli il Figlio e lo Spirito. Vista e grazia. La luce per vedere e la forza per camminare. L'una senza l'altra non basta: vedere l'albero della vita e non avere la forza di sceglierlo sarebbe condanna, non salvezza. Per questo il dono è duplice e unico insieme. Un obbligo che non grava solo sul Padre. Anche il Logos eterno lo ha assunto. Anche lo Spirito Santo. Tutto ciò che il Padre compie nel Figlio per mezzo dello Spirito, lo compie per dare vita e compimento a questo obbligo di amore. È un obbligo trinitario. Che attraversa i secoli senza incrinarsi. A esso il Padre, il Figlio e lo Spirito restano fedeli per tutto il tempo della vita di ogni uomo sopra la terra, e per tutto il tempo della vita dell'umanità sulla terra.
Ecco la verità altissima che l’enciclica rivela ai cristiani, dietro la sua veste sociale e politica.
Comprendiamo allora perché l'enciclica insista – con una fermezza che ha sorpreso molti commentatori laici – sull'incolmabile distanza tra l'intelligenza dell'uomo e quella della macchina. I sistemi artificiali, dice il Papa, non vivono un'esperienza, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall'interno cosa significhino l’amore, il lavoro, la responsabilità. Il loro apprendere è adattamento statistico. Non crescita interiore. Qualcuno ha giudicato la tesi troppo netta, una premessa assunta più che dimostrata. Ma chi legge da cristiano sa che il punto non è filosofico. È antropologico. Anzi: è creaturale.
Perché la macchina calcola ma non vede. E vedere, nel senso del giardino di Eden, significa una cosa sola: distinguere l'albero della vita dall'albero della morte. Riconoscere, sotto la somiglianza apparente, il bene e il male. Ora, questa vista l'uomo non se la dà da sé. La riceve. Gli è donata dall'Alto, come Parola che lo precede e lo costituisce. «L'Uomo non si limita a interpretare il mondo: si scopre già interpretato. Preceduto da uno sguardo e da una Parola che lo conoscono prima ancora che egli possa conoscere sé stesso». Nessun algoritmo può ricevere questo dono. Nessun modello, per quanto immenso il suo addestramento, possiede occhi che vengano da Dio. Esso ordina i token, pesa le probabilità, restituisce la risposta più verosimile. Ma il verosimile non è il vero. E la somiglianza non è la vita.
C'è di più. Nel principio sta scritto che Dio vede oltre il visibile, mentre l'uomo, a volte, non vede neppure il visibile. È una gradazione vertiginosa. Tra lo sguardo di Dio e lo sguardo dell'uomo corre già un abisso; e l'uomo, per giunta, vede meno di quanto potrebbe. Ora si affaccia un terzo grado, più basso ancora. La macchina non vede né l'invisibile né il visibile: registra. Ordina superfici. Calcola occorrenze. Non guarda il mondo, lo misura. E ciò che chiamiamo la sua «visione» è il riflesso di una luce presa in prestito, la nostra, scomposta in dati e ricomposta in forma. Affidarle il discernimento del bene e del male significa allora chiedere a chi non vede di guidare chi vede poco. È la più antica delle tentazioni travestita da progresso: rovesciare l'ordine del giardino e pretendere la vista da ciò che ne è radicalmente privo.
Non è un'accusa. È un limite ontologico. Un'insufficienza, non una colpa.
Qui sta il discrimine che la Magnifica Humanitas affida ai credenti. La macchina può imitare la conoscenza del bene e del male – l'albero proibito – ma non potrà mai possedere la vista che da sola sa scegliere la vita. Quella vista appartiene alla creatura amata da un Creatore. È la dote di chi è stato fatto a immagine del Dio trinitario. E proprio perché è dono, può essere accolta o rifiutata. Custodita o smarrita. È qui che il dramma del giardino si ripete, oggi, su scala planetaria.
L'incipit dell'enciclica lo dice con un'immagine folgorante: la magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva. Innalzare una nuova torre di Babele, oppure edificare la Città dove Dio e l'umanità abitano insieme. Due costruzioni. Due alberi. Un unico bivio. Due vie. Una produce confusione, dispersione, dominio. L'altra, comunione. Ed è la stessa scelta posta all'uomo fin dal principio. «Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà».
La differenza, oggi, è che l'uomo costruisce strumenti capaci di amplificare la sua scelta fino a renderla irreversibile. Mai come ora la mano si tende verso il fuoco o verso l'acqua portando con sé le sorti di una civiltà intera. Mai come ora l'albero della morte sa rivestirsi delle forme seducenti del progresso, dell'efficienza, dell'inevitabile. È per questo che l'avvertimento di Dio torna attuale come non mai. E con esso l'obbligo di amore che ne discende.
Papa Leone XIV si è incaricato di ricordarcelo. Perché – e questo i cristiani non possono dimenticarlo – l'obbligo di amore che Dio ha verso l'uomo non resta sospeso nei cieli. Gesù lo ha partecipato agli Apostoli, costituendoli pastori, maestri, datori di grazia, di verità, di Spirito Santo. Gli Apostoli lo hanno trasmesso ai presbiteri e ai diaconi con modalità differenti, per ordine e grado. E lo stesso obbligo Gesù lo ha consegnato a ogni battezzato e a ogni cresimato, facendoli in Lui, con Lui e per Lui, sacerdoti, re e profeti della Nuova Alleanza. Sicché oggi, dinanzi alla macchina che imita l'uomo, l'obbligo ricade su ciascuno di noi. L'obbligo di vedere con gli occhi della Parola. L'obbligo di operare con la potenza della verità, della grazia e della sapienza che sono in Cristo e nello Spirito. L'obbligo di donare quella vista al mondo intero, perché ogni uomo possa scegliere la vita e non la morte.
Ma c'è una condizione, e noi cristiani la dimentichiamo spesso. Non si dona una vista che non si possiede. Non si offre una luce che non ci abita. Chi vuole dare al mondo gli occhi di Dio deve anzitutto rivestirsene egli stesso.
Al mondo, l'enciclica offre un dialogo. Ai cristiani, una vocazione. A tutti, lo stesso giardino e gli stessi due alberi. La macchina non saprà mai distinguerli. L'uomo sì. Ma solo se accetta di guardare con occhi che non sono i suoi.
Ogni buon Armonauta lo sa, lo vive e lo testimonia. In cammino.
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