Non sono problemi umani

Ambiente, guerra, giustizia, potere, tecnologia, verità, diseguaglianze: dieci crisi contemporanee e la loro unica radice divina
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July 21, 2026
Non sono problemi umani
«Perdonami, Signore. Hai scelto come tuo strumento un ragazzo osceno, presuntuoso, sboccato… e a me hai negato il talento». In Amadeus, il film di Miloš Forman, Antonio Salieri si rivolge così al Cielo. Aveva studiato tutto: il contrappunto, la fuga, le grazie della corte viennese. Aveva fatto voto di castità, aveva promesso a Dio diligenza e onestà. E in cambio chiedeva una cosa sola: il genio. Un contratto, dal suo punto di vista. Un semplice contratto. Do ut des. Poi, invece, entra in scena un ragazzino, che ride in maniera pittoresca e scrive musica con la mano sinistra mentre gioca a biliardo con la destra. Non una musica qualunque, tuttavia. La musica. Tra le più sublimi mai ascoltate.
Salieri commise, dunque, un errore semplice nella sua banalità. Aveva creduto che il genio fosse un problema umano. Questione di volontà, di merito, di diritto acquisito. Era, invece – ed è sempre stato – un problema divino. Un dono che precede ogni merito.
Siamo tutti un po' Salieri, a pensarci bene. Abbiamo diviso la realtà in due scaffali. Sul primo, i “problemi umani”: politica, economia, ambiente, tecnica, salute. Roba nostra, ci pensiamo noi. Sul secondo, in alto, dove non si arriva senza la scala giusta, i “problemi divini”: preghiera, salvezza, fede. Materia riservata, da maneggiare (nella migliore delle ipotesi) solo la domenica. Da questa contabilità a partita doppia discende la nostra impotenza: affrontiamo i problemi “umani” con strumenti “umani”, e poi ci stupiamo che invece di risolversi essi si aggravino.
Vorrei proporre, allora, un rovesciamento radicale, e politicamente scorretto: non esistono problemi umani, esistono solo problemi divini.
Ogni problema, infatti, può essere considerato problema umano solo in apparenza, solo nella sua dimensione epifenomenica. In realtà, risalendo alla radice, si tratta sempre di un problema divino. E si affronta in un solo modo: ritornando a Dio e alla Sua verità. Ogni diversa impostazione – per quanto abile – è destinata a fallire. Chi non riporta il problema alla sua radice divina, non lo risolve. Lo sposta, al massimo. Lo maschera. Lo complica. Ritrovandosi, alla resa dei conti, irrimediabilmente senza soluzioni.
C’è un principio, un semplice principio, a presidio di questa prospettiva. La consapevolezza che tutto viene da Dio. E che tutto è dono di Dio. Se questo è vero – come per me, e per molti altri, è essenzialmente ed eternamente vero – allora siamo chiamati a essere conseguenti. Riconoscendo che l'approccio esclusivamente umano è strutturalmente insufficiente.
Proviamo a contestualizzare. In dieci punti.
Primo contesto. La custodia del creato è un problema divino e non un problema umano. Diciamo “ambiente” e pensiamo a un patrimonio da amministrare, a un'eredità da lasciare ai figli. È il linguaggio attuale della sostenibilità: doveroso, ma insufficiente. Perché fonda la cura del creato sull'interesse – nostro e delle generazioni future – e non sulla verità delle cose. Il creato non è un magazzino di risorse: è un dono che porta l'impronta della Sapienza divina, una traccia di ordine, di misura, di bellezza che non abbiamo prodotto noi. Quando vediamo devastazione, non osserviamo un guasto tecnico da riparare, ma la ferita spirituale dell'uomo che deturpa la creazione divina e abita male ciò che gli è stato dato in custodia. La crisi ecologica, prima che ambientale, è antropologica; prima che antropologica, è spirituale. Si custodisce ciò che si riconosce come dono; si sfrutta ciò che si crede di possedere. E nessuna politica ambientale salverà una terra che l'uomo non abbia prima riconosciuto come dono.
Secondo contesto. La guerra è un problema divino e non un problema umano. Poiché la violenza deturpa la creazione: la terra e le persone. Ci chiamiamo sapiens ma viviamo come se la violenza fosse una necessità. La trattiamo come problema umano – geopolitico, strategico – e la affrontiamo con eserciti e trattati. Ma la violenza, prima ancora di uccidere corpi, offende mortalmente la creazione divina, portatrice di un'impronta che nessuna ragione di Stato può superare o cancellare. Chi uccide non compie soltanto un crimine: profana un dono, vìola l'indisponibile, frantuma l'immagine di Dio. La guerra di tutte le guerre è quella che l'uomo combatte contro sé stesso: contro il logos che lo abita, contro la scintilla di eterno che ogni cosa porta in sé. Tutto il resto è conseguenza. La pace non si costruisce soltanto ai tavoli negoziali, pur necessari. La pace è riconciliazione dell'umano con il senso, del potere con il limite, della Storia con la grazia. Ogni «no» alla vendetta è un «sì» all'Umanità: e, in radice, a Chi l'ha voluta come dono.
Terzo contesto. L'ingiustizia sociale è un problema divino e non un problema umano. La ricchezza e la povertà, la felicità e la sofferenza sono problemi divini e non problemi umani. La tentazione è ridurre tutto a redistribuzione, welfare e filantropia. Ma c'è una verità che precede ogni analisi economica e la scavalca. La ricchezza è dono di Dio, da vivere come strumento di comunione e non di dominio. La povertà è dono di Dio da vivere senza indurirsi nell’invidia e nel rancore. La felicità è dono di Dio da vivere nella gioia che si fa condivisione e non privilegio da difendere. La sofferenza è dono di Dio da vivere nell’offerta mite e perenne: la più scandalosa – e, allo stesso tempo, la più ordinaria – delle condizioni umane non può essere affrontata solo come un problema tecnico da eliminare, bensì come una dimensione da elevare e far fruttificare. Nulla della nostra condizione ci appartiene per diritto o ci capita per caso. Tutto ci è affidato perché sia vissuto santamente. L'ingiustizia nasce quando l'uomo smette di riconoscere come dono ciò che ha ricevuto, e lo vive, con superbia, come possesso, come merito, come diritto. La giustizia sociale, prima di ogni cosa, è governo dell'anima e del desiderio. Il bene comune si conquista prima sul piano spirituale e poi su quello materiale. Nessuna struttura sociale regge senza una conversione interiore. Finché si scambia il Modello-Cristo – il Dio che si fa povero – con il Modello-Mammona, ogni riforma sarà solo fragile rammendo su una stoffa lacerata.
Quarto contesto. Il buon uso dei frutti della ricerca tecnologica è un problema divino e non un problema umano. È qui che la tentazione si fa più forte: credere che almeno la tecnica sia terreno esclusivamente nostro. La ricerca, la scoperta, l'innovazione sono frutti buoni: l'intelligenza che indaga la creazione partecipa, a suo modo, dell'atto creatore. Il problema non è la conoscenza che acquisiamo, ma l'uso che ne facciamo. Stabilire se una scoperta serve o domina, se lo strumento resta mezzo o diventa fine, è già rispondere a una domanda che ci precede. Che cos'è l'uomo? Qual è il suo bene? E questa domanda non ha risposta dentro la tecnica, che sa dirci come, ma non perché. La tecnica, infatti, sa costruire ma non sa discernere. Il dono della conoscenza ci è affidato perché diamo luce di verità e di grazia; ma possiamo tradirlo, facendo dello strumento un idolo. La nostra responsabilità è reale, ma è davanti a Dio. Non autosufficiente. Un'innovazione che non conosca la verità dell'uomo resta cieca, per quanto potente. E la potenza cieca non è progresso: è la più raffinata delle rovine.
Quinto contesto. Il buon uso del potere e dei ruoli di responsabilità è un problema divino e non un problema umano. Anche il potere, quali che siano le strade che vi conducono, è sempre un dono ricevuto. Ogni ruolo di responsabilità è opera di custodia. Si risponde sempre di qualcuno e di qualcosa. Si serve un bene più grande (storico e non solo storico) che non ci appartiene. Il potere buono è servizio; quello cattivo è possesso. Chi comanda dimenticando di essere custode diventa inevitabilmente proprietario, tiranno e despota. Divora coloro su cui domina. E divora sé stesso. La tradizione sapienziale ci ricorda che ogni autorità viene da Dio, e a Dio rende conto. Chi esercita un potere senza riconoscere di averlo ricevuto in custodia lo eserciterà male. Anche quando crede di farne buon uso. L'ordine politico è un'esteriorizzazione dell'ordine o del disordine del cuore umano. Le istituzioni sono lo specchio dei desideri che le abitano. Nessuna architettura costituzionale salva un potere esercitato da un cuore che si è fatto padrone. Chi lo dimentica governa rovine. Anche quando siede su un trono.
Sesto contesto. La cura e la custodia del corpo sono un problema divino e non un problema umano. Trattiamo invece il corpo come una macchina da ottimizzare con ogni mezzo. O come un oggetto da edonizzare con ogni vizio. Ma il corpo non è nostro come è nostra una proprietà. È dono. È tempio. Da accogliere con la verità e i limiti di cui è portatore. Per secoli l'uomo ha custodito la vita come un mistero. Oggi il sacro – anche inteso in senso laico, come radice di rispetto, timore, meraviglia – si è dissolto nell'indifferenza. E una società che desacralizza la vita finisce per desacralizzare l'uomo. Riconoscere che il corpo è sacro, a iniziare dalla custodia dei sensi – di ciò che vediamo, tocchiamo, udiamo – è oggi un obbligo. Per dare una svolta vera alla cronaca del male che agita la nostra quotidianità. Chi non custodisce i propri sensi perde il governo della propria mente e dei propri desideri. E chi non governa sé stesso, presto sarà governato dal male.
Settimo contesto. La missione della vita di ogni persona è un problema divino e non un problema umano. Non è questione di libertà ed autodeterminazione. Solo nella verità si è liberi. Ogni persona è un'opera unica di Dio. E come tale ha una missione unica da compiere: una verità da realizzare che nessun altro, in nessun altro tempo, potrà realizzare al suo posto. Spesso, però, spendiamo la vita per compiere i nostri desideri, e non la verità per la quale siamo stati creati. Confondiamo la vocazione con l'aspirazione, la chiamata con il capriccio. E persino, per autogiustificarci, arriviamo a travestire i nostri pensieri da pensieri di Dio, facendo della Sua volontà lo specchio della nostra. È la più sottile delle idolatrie: non negare Dio, ma sequestrarLo a garanzia delle nostre voglie. Un uomo che non realizza la propria verità non manca solo a sé stesso: impedisce che la Storia realizzi la propria verità nella sua pienezza. Perché ogni vita mancata è un tassello che manca al disegno intero, una nota che non risuona nell’armonia della creazione. Siamo liberi di accogliere o di non accogliere; siamo liberi di fare o di non fare; siamo liberi di fare bene o di fare male. Ma questa libertà non riduce la nostra responsabilità: la fonda. Riuscire a discernere, riconoscere ed accogliere la nostra chiamata originaria è frutto solo dello Spirito Santo. Senza lo Spirito Santo in noi, inseguiremo sempre e soltanto i nostri desideri e i nostri pensieri, scambiandoli per la nostra missione. Solo lo Spirito Santo può rivelarci chi siamo e cosa dobbiamo essere. Non «che cosa voglio fare della mia vita», ma «che cosa Dio vuole compiere attraverso di me». È in questo rovesciamento che una biografia diventa vocazione.
Ottavo contesto. L'amore disinteressato per i fratelli è un problema divino e non un problema umano. L'amore è dono: viene da un Altro, ci precede, ci costituisce. Amare – concretamente, questo fratello, oggi, senza tornaconto – è l'atto più libero e costoso che ci sia dato compiere. Ma non nasce da noi. Nessuno può dare ciò che non ha ricevuto. Si ama nella misura in cui si è stati amati per primi, ci si lascia amare e si ama a nostra volta. La morale cristiana non è il minimalismo di chi dice: «Io non ho fatto del male a nessuno». La morale cristiana è realizzare un modello di dono. Per dare la vita a ogni uomo. Sempre. Senza se e senza ma. Senza mezze misure. Senza scuse o eccezioni apparentemente ben motivate. Non basta non rubare: bisogna condividere. Non basta non odiare: bisogna donarsi. Non basta astenersi dal male: occorre creare attivamente il bene. Ci è data la capacità di amare: questo è dono. Il suo esercizio è rimesso a noi: questo è compito. Ma la sorgente resta in Dio: questa è verità. Chi pretende di amare contando solo sulle proprie forze scopre presto quanto limitate e insufficienti esse siano. Solo il chicco che muore produce frutto. Morire a sé stessi per l'altro è la cosa più controintuitivamente umana – e insieme più divina – che ci sia concessa. È il punto esatto in cui l'uomo assomiglia di più a Chi lo ha creato. Perché a Lui attinge.
Nono contesto. La vera religione è un problema divino e non un problema umano. Verrebbe da pensare l'inverso: che sia la cosa più umana, una costruzione, una narrazione con cui l'uomo tenta di addomesticare il sacro e darsi conforto. E invece no. Perché Dio si è già donato, ha già parlato, ha già offerto la salvezza. Ciò che resta da fare è accoglierlo. E l'accoglienza non è un'invenzione umana, è risposta a un'iniziativa che ci precede. C'è un rischio nel nostro tempo: ridurre la religione a filantropia, il cristianesimo a una generica etica dei valori universali. Pace, dialogo, accoglienza, tutela dell'ambiente: realtà buone, ma che, svuotate dell'origine veritativa, diventano gusci senza seme, morale senza mistero, spiritualità senza teologia, cultura senza conversione. La religione autentica non è ciò che l'uomo costruisce per addomesticare il mistero. La religione autentica è ciò che l’uomo accoglie quando smette di illudersi di potersi salvare da solo. E questo – accogliere invece di costruire, ricevere invece di produrre – è la più difficile delle imprese. Perché contraddice l'istinto più radicato: farsi dio da sé stessi.
Decimo e ultimo contesto. Accogliere Cristo come unico Logos è un problema divino e non un problema umano. È il culmine del rovesciamento. Cristo è il dono per eccellenza, il Logos per mezzo del quale tutto è stato fatto e senza il quale nulla sarebbe stato fatto. Non un maestro, non un profeta, non un'idea fra le idee: il Logos, un Tu. E se il principio del reale è un Tu, allora ogni nostra parola, ogni nostro atto è già risposta: un modo di dire «sì» o «no» a Chi ci ha voluti. Il dono è offerto interamente; il «sì» spetta a noi. Ma anche quel «sì» ha bisogno della grazia che lo rende possibile. La grazia che Cristo stesso ci ha meritati con il suo sacrificio. Ecco perché, che lo si accolga come Dio o come evento irriducibile della Storia, Cristo è il centro gravitazionale della nostra esistenza. Tutto ciò che la nostra civiltà ama nel bene – la carità, la scienza come ricerca della verità, la libertà come responsabilità, l'arte come tensione all'infinito – nasce accanto a quella mangiatoia. E solo lì potrà ritrovare l'armonia perduta. Anche la verità, del resto, è dono: non la produciamo, la riconosciamo. E anche la sua difesa, che pare tutta umana, riporta a Lui. La verità non si difende da sola, ha bisogno di voci che la dicano. Ma quelle voci sanno che cosa difendere solo se la verità le precede e le giudica. Chi pretende di difendere la verità senza riconoscere una verità che lo precede difende solo la propria opinione. Riconoscere il vero è dono; dirlo, a costo di essere soli, è compito. Nelle pieghe della Storia, tante piccole voci di verità non cessano di risuonare. Che siano le nostre. Se Cristo è il Logos per mezzo del quale ogni cosa è stata fatta, allora ogni problema trova in Lui la sua misura, la sua verità, la sua soluzione. E fuori di Lui resta insolubile.
Torniamo a Salieri, allora. La sua tragedia non fu la mediocrità. Fu credere che il talento fosse suo di diritto, e non dono da custodire. Trattò come problema umano ciò che era problema divino. La nostra rovina collettiva è speculare. Crediamo di risolvere con le sole forze umane – la tecnica, il potere, il negoziato, la buona volontà – ciò che è, alla radice, divino. Ogni volta che pretendiamo di risolvere da soli, con i meri strumenti dell'immanenza, ciò che affonda le radici nel dono, falliamo. Non per difetto di mezzi. Per difetto di verità.
Riconoscerlo è già cominciare a guarire. Il tempo non è il palcoscenico del nostro ego o della nostra stolta e smisurata ambizione di potenza. Il tempo che ci è dato è un minuscolo segmento, la cui misura è fissata perché possiamo ricevere e dare luce di verità e di grazia, aggiungendo ciò che ancora manca non solo a ogni uomo, ma all'intera creazione.
Ogni buon Armonauta lo sa e lo riempie di senso. Non di senso umano. Bensì, di senso divino.

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