La politica del faraone
Il G7, l’accordo Iran-Usa, il voto europeo sulla “remigrazione”: segnali di una politica che rischia di farsi guidare dall’interesse prima che dalla legge morale.

Sulle rive del Lemano, dove l’acqua separa e insieme unisce due nazioni, i potenti della terra si sono riuniti ancora una volta. Lo fanno periodicamente. Come fosse un rito, ormai. Un rito che ha smarrito il suo senso. Mentre il mondo sembra non rispondere più al vecchio ordine. Évian, blindata, sorvegliata dai cieli e dai laghi, ha ospitato il consesso mentre, poco più a oriente (o chissà dove?), un’altra trattativa si consumava nell’ombra. Quella di una pace fragile e provvisoria, mercanteggiata tra Washington e Teheran. Che sembra finita prima ancora di iniziare. Scandita non dal linguaggio della giustizia, ma da quello del calcolo. E mentre si firmava quella tregua, a Strasburgo il Parlamento Europeo votava una stretta sui rimpatri: trattenimenti che si allungano fino a mesi e mesi, centri spalancati oltre i confini dell’Unione, stranieri da respingere ridotti a procedure da accelerare. Tre scene diverse, un solo copione.
È il volto antico del potere che ritorna. La Sacra Scrittura ha un nome per questo volto. Lo chiama “faraone”. E ne ha lasciato il ritratto più lucido all’alba del libro dell’Esodo.
Israele era disceso in Egitto al tempo di Giuseppe, e nella terra di Gosen si era moltiplicato fino a divenire un popolo numeroso. Troppo numeroso per un re che non aveva conosciuto Giuseppe e che degli Ebrei aveva soltanto paura. La paura – sempre – è la prima consigliera del potere insicuro. «Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi», ragiona il sovrano. «Impediamo che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari». La ragion di stato ha già pronunciato la sua sentenza.
E allora il re convoca le levatrici degli Ebrei – una si chiamava Sifra, l’altra Pua – e ordina: «Quando assistete al parto delle donne ebree, se è un maschio, fatelo morire; se è una femmina, potrà vivere». È qui che la maschera cade. Quando la politica detta la morale e la ragion di stato si fa etica, la coscienza è calpestata, l’uomo è sacrificato, la vita è immolata. È il trionfo del “dio-Stato” e della religione dell’interesse particolare.
Sant’Agostino lo aveva sintetizzato in una frase che ha attraversato i secoli: «remota iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia?». Tolta la giustizia, che cosa sono i regni se non grandi bande di ladroni? Quando lo Stato smarrisce il suo fine – il bene – non resta che la potenza nuda. E la potenza nuda, per quanto si ammanti di trattati, protocolli e atti parlamentari, resta indistinguibile dal latrocinio.
La Storia ne è testimone. Tutta la Storia. Quella antica e quella recente. Cambiano gli imperi, non mutano le logiche. Ogni volta che la prassi di governo si impone sulla morale – rifiutando che la morale giudichi e orienti la prassi stessa – il faraone è di nuovo sul trono.
Guardiamole insieme, quelle tre scene, perché raccontano la stessa storia. Un vertice che si riunisce per spartirsi influenza e mercati. Una guerra che si chiude con una trattativa misurata in barili e fondi sbloccati. Un voto che trasforma l’accoglienza in respingimento e l’uomo in pratica amministrativa. Tre gesti che hanno in comune un’unica radice: in ciascuno la decisione è mossa dall’interesse, o dalla prassi consolidata, prima ancora che dalla legge morale eterna. Non ci si domanda anzitutto che cosa sia giusto, ma che cosa convenga, o che cosa si sia sempre fatto. È esattamente questa l’inversione che la Sacra Scrittura chiama “faraone”: non un uomo, ma un metodo. Il metodo per cui la convenienza si fa norma e la consuetudine si fa comandamento.
L’accordo tra Stati Uniti e Iran ne è forse il frutto più esemplare. È la “politica del faraone” allo stato puro. Non è una pace giusta. È calcolo. A conti fatti, cosa resta? Nulla. Perché nulla è davvero cambiato. Ciò che era prima della guerra è anche oggi. Gli stessi equilibri, gli stessi confini, le stesse minacce sospese. In compenso, qualcosa è accaduto nell’ombra: in molti si sono arricchiti con la guerra, e in molti – forse le stesse persone – si arricchiranno con la pace. Sono le due stagioni dello stesso commercio.
E poi c’è il volto più nudo di tutti: quello dello straniero. Con il voto della massima assise elettiva Europea si è deciso di accelerare i rimpatri, di prolungare i trattenimenti, di esternalizzare le frontiere. Si potrà discutere a lungo di numeri e di sicurezza, di sostenibilità e di ordine. Ma sotto la tecnica delle procedure è passata, quasi inavvertita, una cancellazione ben più grave. Perché in quell’atto — al di là delle intenzioni di ciascuno — una frase del Vangelo è stata di fatto bandita: «ero forestiero e mi avete accolto». Era la misura stessa con cui, un giorno, saremo giudicati. Oggi è diventata l’eccezione da derogare. Non si tratta di ingenuità politica. Nessuno chiede di abolire le regole. Ma si può accettare che si spacci per legge morale ciò che è soltanto difesa dell’interesse e che si chiami giustizia la paura organizzata?
Simone Weil, leggendo l’Iliade, ne trasse la legge più amara di ogni potere senza misura: «la forza è ciò che rende chiunque le sia sottomesso una cosa». È questa la metamorfosi segreta della ragion di stato. Il dramma del potere che invecchia è sempre lo stesso: scambiare la propria conservazione per il bene comune. A poco a poco il governo cessa di domandarsi che cosa sia giusto e si domanda soltanto che cosa sia (apparentemente) conveniente, cosa sia utile alla sua salvaguardia. La liturgia del potere – i vertici, i comunicati congiunti, le fotografie di rito, il cerimoniale delle firme, le deliberazioni di ogni ordine e grado – prende il posto della sostanza. Si celebra la forma della pace mentre se ne tradisce il contenuto. E il formalismo, quando si fa religione di sé stesso, diventa la più sottile delle idolatrie: adora il proprio riflesso e dimentica l’uomo, l’unica ragione per cui governare abbia senso.
Eppure, governare non significa amministrare la paura né perpetuare il proprio comando. Tommaso d’Aquino lo aveva detto con limpidezza disarmante: il fine di chi regge una comunità è il bonum commune multitudinis, il bene comune dei molti, non l’interesse del principe (o del faraone). Chi governa cercando il bene più alto si fa servo; chi governa cercando sé stesso si fa tiranno, anche quando indossa le forme più corrette della legalità. La differenza non sta nelle procedure, ma nel fine. E un fine smarrito non si ritrova attraverso nessuna liturgia, per quanto solenne.
Tuttavia, c’è speranza. L’Esodo non si chiude sul faraone. Si apre, sorprendentemente, su due donne. Due levatrici. Sifra e Pua non obbediscono al re d’Egitto. Rifiutano la legge omicida – e qui la Sacra Scrittura introduce una distinzione abissale – non per ragioni umanitarie, ma per ragioni di fede. «Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva ordinato il re d’Egitto e lasciarono vivere i bambini».
La differenza non è sottile, è ontologica. Il timore dell’uomo può anche piegarci all’adempimento della legge ingiusta: si cede, perché si teme chi comanda. Ma quando siamo governati dal timore del Signore, e la decisione è dettata dalla fede, si procede a costo della vita. È il punto esatto in cui la coscienza diventa più forte del trono.
Sono due levatrici. Il loro ministero è al servizio della vita. Loro non lavorano per la morte. E quando un’ordinanza del re le costringe a divenire strumenti e ministri di morte, si rifiutano. Ci insegnano che la Storia della salvezza non è scritta soltanto dai grandi personaggi, dalle figure che eccellono e che paiono lontane dal nostro mondo. Ognuno vi partecipa secondo la propria vocazione, il proprio ministero, il proprio “cantiere”. Ognuno è chiamato a incarnare la verità là dove esercita la sua specifica professione. Anche oggi. Oggi ancor di più.
Siamo chiamati al cambiamento. Anzi, di più: alla conversione. Ma non si può cambiare o convertire il mondo senza cambiare o convertire sé stessi in maniera autentica. È facile far acquisire a un uomo un’abitudine spirituale. Difficile è farne un vero testimone. Ovvero uno che faccia di una legge superiore la norma di ogni sua azione, di ogni comportamento, di ogni decisione. Sifra e Pua sono questo: responsabilità professionale, rigore etico, e quel coraggio che sfida un comando immorale, ingiusto, iniquo. Di questi testimoni il mondo ha bisogno. Oggi non meno di allora.
Ma c’è una seconda lezione, più nascosta, che attraversa quelle pagine come un fiume carsico. È la convinzione che la Storia non sia un caos di forze cieche, né il semplice urto degli interessi. La Storia è il luogo privilegiato della rivelazione, il momento attraverso cui ci viene detto qualcosa, se solo sappiamo ascoltare.
Imparare il linguaggio della Storia non è semplice. Richiede tempo e molta attenzione, tanto silenzio attorno a noi, tanta capacità di discernimento e di percezione. Lo coglie soltanto chi è di animo retto. Chi si lascia frastornare dal rumore degli annunci, distrarre dal ritmo dei mercati, assuefare dalle circostanze, sopraffare dalle liturgie e dagli automatismi del potere, perde a poco a poco la lucidità e la scioltezza dello spirito, fino a quell’appiattimento che non lascia presagire nulla di buono.
Qui, però, occorre fare un passo ulteriore, il più difficile per chi governa e per chi crede di poter disporre della Storia. Perché dietro l’illusione del potere assoluto si nasconde un equivoco antico: la pretesa di tenere in mano il tempo, di aprire e chiudere a piacimento le porte degli eventi. Ma «quando il Signore apre un sigillo, esso non sarà chiuso finché non avrà prodotto ciò per cui è stato aperto». Solo la Parola di Dio è onnipotente. L’uomo non ha il governo dei propri passi.
È la verità folgorante che attraversa una delle più alte profezie di Geremia. Il profeta contrappone gli idoli – e con essi tutti i potenti di questo mondo – al Dio vivente che ha formato la terra. Vale la pena lasciarla risuonare per intero, perché nessuna parola d’uomo potrebbe dire meglio:
«Quegli dèi che non hanno fatto il cielo e la terra spariranno dalla faccia della terra e da sotto il cielo». Il Signore ha formato la terra con la sua potenza, ha fissato il mondo con la sua sapienza, con la sua intelligenza ha dispiegato i cieli. Resta inebetito ogni uomo, senza comprendere; resta confuso ogni orafo per i suoi idoli, poiché è menzogna ciò che ha fuso e non ha soffio vitale. Sono oggetti inutili, opere ridicole; al tempo del loro castigo periranno».
«Lo so, Signore: l’uomo non è padrone della sua via, chi cammina non è in grado di dirigere i suoi passi».
Ecco il punto in cui ogni vertice si fa piccolo e ogni trattativa si misura davanti a una soglia che non le appartiene. I potenti credono di tenere il filo della Storia, ma il filo non è nelle loro mani. Gli idoli – le potenze del denaro, della forza, della tecnica – sono «menzogna senza soffio vitale: opere ridicole» che, al tempo del loro castigo, periranno. Resta in piedi soltanto Colui che ha formato ogni cosa. E con Lui, resta in piedi chi a Lui si affida.
Non è rassegnazione, questa. È il contrario esatto della rassegnazione. Chi sa che «l’uomo non è padrone della sua via» non depone le armi della responsabilità: le impugna con maggiore lucidità, liberato dall’ansia di dover salvare il mondo con le proprie forze. Le levatrici d’Egitto disobbedirono proprio perché sapevano che il faraone, per quanto potente, non aveva l’ultima parola. La Storia non si chiude sul suo trono. Si chiude sul sigillo che Dio apre e che nessuna potenza può richiudere.
La Storia, a chi sa leggerla, non consegna mai soltanto una notizia. Consegna una chiamata. E davanti al potere che detta la morale, restano in piedi – sempre – le due levatrici: la coscienza che non obbedisce all’ingiusto, e la fede che non baratta la vita. Su di loro, non sul faraone, si regge la Storia vera. Perché il sigillo che il Signore ha aperto nessun potere lo richiuderà, finché non avrà prodotto ciò per cui è stato aperto.
Ogni buon Armonauta lo riconosce. E lo testimonia. Con semplicità.
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