Fermati Piero, fermati adesso!

Gli alberi senza colpa e la logica divina della guerra
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July 28, 2026
Fermati Piero, fermati adesso!
«Sparagli Piero, sparagli ancora». Probabilmente si tratta di uno dei versi più famosi della musica popolare italiana. Ma spesso, troppo spesso, si dimentica di ricordare che, nello stesso brano, “La guerra di Piero”, Fabrizio De André fa risuonare anche un’altra invocazione: «Fermati Piero, fermati adesso!» Quella voce che dice fermati è il limite. Il limite che si affaccia nel cuore dell'uomo proprio là dove tutto congiura affinché non ci sia alcun limite. La guerra, infatti, è diventata matematica bellica. Matematica dei grandi numeri. Matematica che assolve. E che, addirittura, glorifica. «Un omicidio fa di te un criminale, milioni di omicidi fanno di te un eroe: i numeri santificano», osservava il Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin. Fabrizio De André, invece, sceglie la strada opposta. Non le moltitudini, ma un uomo. Un solo uomo. Un solo uomo in dialogo con la propria coscienza. Un solo uomo sospeso tra il bene e il male.
Teniamo a mente questi due poli. Da un lato, la matematica della guerra, che assolve e glorifica. Dall'altro, il nome proprio di un uomo di fronte a un altro uomo. E quella voce che grida: fermati. Nello spazio che li separa – i due poli – si gioca ciò che potremmo chiamare, provocatoriamente, la logica divina della guerra. Perché anche sulla guerra, – finanche sulla guerra – la più orribile e insensata delle condizioni umane, esiste una logica divina che dista dalla logica umana quanto l'oriente dista dall'occidente.
Non si tratta di evocare il Dio che benedice gli eserciti: questa è la caricatura comoda, il bersaglio prediletto di ogni ateismo frettoloso. Si tratta, piuttosto, di porsi in dialogo con il Dio che, camminando con l'uomo storico, con l'uomo reale, – quello che la guerra la fa e la subisce – lo accompagna di limite in limite, di superamento del limite in superamento del limite, fino a plasmare l'uomo nuovo, fatto di Spirito e non di carne. Passo dopo passo, gradino dopo gradino, verso una verità più grande e più perfetta. L’ineludibile verità personale. L’ineludibile verità universale.
In questo cammino, i limiti posti da Dio sono piccoli, all'inizio. All'apparenza insignificanti. Quasi assurdi nella loro sproporzione rispetto all'orrore che li circonda. Ma è proprio così che si schiude una consapevolezza più matura di ciò che è bene e di ciò che è male. Sublime pedagogia divina. Ripercorriamola.
Il primo limite che il Signore pone in materia di guerra riguarda gli alberi. Sì, proprio gli alberi. Siamo nel Deuteronomio, al capitolo 20. È qui che inizia il cammino. È un capitolo scomodo. Contiene prescrizioni che, lette con la coscienza maturata nei secoli, oggi ci appaiono atroci e che chiameremmo crimini di guerra. Dio non vieta la guerra a quegli uomini. Sarebbe stata la cosa più semplice e radicale da fare. Ma sarebbe stato inutile: non avrebbero compreso. Dio non cammina per astrazioni. Dio cammina con l'uomo storico. Sa che cosa l'uomo storico è in grado di accogliere. Eppure, proprio dentro quella durezza, affiora un versetto che sembra non c’entrare nulla con ciò che lo precede: «Quando cingerai d'assedio una città per lungo tempo, per espugnarla e conquistarla, non ne distruggerai gli alberi colpendoli con la scure; ne mangerai il frutto, ma non li taglierai: l'albero della campagna è forse un uomo, per essere coinvolto nell'assedio?» (Dt 20,19-20)
Il messaggio è semplice quanto sconvolgente. L'albero non è un uomo. Dunque, non è parte del conflitto. Dunque, non può esservi coinvolto. Tremila anni prima delle Convenzioni di Ginevra, il testo introduce il principio di distinzione: esiste un fuori dalla guerra, e quel fuori è inviolabile. La guerra, per quanto totale si pretenda, non può totalizzare. Si noti la sproporzione, che è poi il vero scandalo dei versetti citati. Lo stesso capitolo che consente lo sterminio dei maschi di una città vieta di tagliare un fico. Molti si fermano qui, gridando all'incoerenza. Ma la sproporzione è precisamente il metodo. Dio non abolisce la guerra per decreto, perché nessun decreto ha mai convertito il cuore dell’uomo. Dio prende l'uomo là dove si trova e gli pianta dentro una domanda. L'albero è forse un uomo? Una volta ammesso che l'albero non ha colpa e per questo va risparmiato, il pensiero è avviato su un piano inclinato dal quale non tornerà più indietro: e il bambino, ha colpa? E la donna? E quel soldato che ha la mia stessa paura negli occhi? La domanda sull'albero è la miccia lunga della domanda sull'uomo. È l’inquietudine che Dio soffia nel cuore dell’uomo. Michael Walzer ha mostrato quanto il pensiero occidentale sulla guerra (in)giusta debba a questo lento lavorio di eccezioni che diventano regole. Ma l'origine è qui, in una scure che si ferma davanti a un albero.
Perché è così che opera la pedagogia divina. Non per abolizione, ma per limite, appunto. Non cancella la storia: la sconvolge dal suo interno. Introduce nel meccanismo un granello che lo inceppa. E lascia, pazientemente, che l'inceppamento lavori nei secoli. Non è un caso che quella domanda ci interroghi ancora oggi. E che ancora oggi ci offra delle risposte. È l’esatto contrario del nostro modo di pensare la riforma, che proclama il principio perfetto e poi si stupisce che nessuno lo osservi. La legge del limite non proclama: redime. Con sapienza, con amore con pazienza.
Prima ancora degli alberi, del resto, lo stesso capitolo fa qualcosa di militarmente inspiegabile: smonta l'esercito. Chi ha costruito una dimora e non l'ha inaugurata torni a casa. Chi ha piantato una vigna e non ne ha goduto il frutto torni a casa. Chi si è fidanzato e non ha ancora sposato torni a casa. E infine, nel congedo più straordinario di tutti, chi ha paura torni a casa, perché il suo timore non contagi i fratelli. Nessuno stato maggiore della storia ha mai concepito una norma simile. Ogni esercito conosce la diserzione come reato capitale; qui il congedo per paura diventa un diritto. Il testo, con calma disarmante, antepone la casa alla vittoria, la vigna alla conquista, le nozze alla campagna militare. Rovescia l'intera assiologia militare. Non è la vita che serve la guerra. È la guerra che deve inchinarsi davanti alla vita non ancora fiorita.
Ma la pedagogia divina non si limita a prescrivere: giudica. E giudica soprattutto quando la logica della guerra tracima oltre il proprio recinto e si fa regola di vita. Il secondo libro di Samuele racconta la lunga guerra tra la casa di Saul e la casa di Davide. Abner, capo militare di Saul, passa dalla parte di Davide e conduce le trattative con lealtà: viene a Ebron, siede al banchetto, riceve il congedo del re e parte in pace. Il testo insiste su questa formula — «e se n'è andato in pace» — ripetendola tre volte in pochi versetti, quasi a voler porre in evidenza, in anticipo, in confine che sta per essere violato. Poi Ioab, generale di Davide, lo richiama con l'inganno, lo prende in disparte «come per parlargli pacificamente» e lo colpisce a morte al ventre. L'omicidio si ammanta di una giustificazione apparentemente inoppugnabile: la vendetta di sangue per il fratello Asaèl, ucciso da Abner in battaglia. Il diritto tribale sta tutto dalla parte di Ioab. Eppure, Davide maledice: «Sono innocente io e il mio regno per sempre davanti al Signore del sangue di Abner» (2Sam 3,28). E nel lamento funebre pronuncia il verdetto teologico: «Come muore un insensato, doveva dunque Abner morire? Le tue mani non sono state legate, i tuoi piedi non sono stati stretti in catene!» (2Sam 3,33-34)
Il punto non è che Abner fosse innocente: non lo era, aveva ucciso. Il punto è che era slegato. Era un uomo libero, in pace, fuori dal combattimento. Ioab ha applicato in tempo di pace la regola del tempo di guerra. Questa è la colpa: non semplicemente aver ucciso, ma aver esteso alla vita il codice della battaglia. Ecco il crinale. La guerra ha un dentro e un fuori. Quando il fuori scompare, quando la logica bellica smette di essere un'eccezione tragica e diventa la grammatica ordinaria dei rapporti, allora non siamo più davanti soltanto a un conflitto, ma a una civiltà malata. È la deriva delle categorie teorizzate da Carl Schmitt: lo stato d’eccezione che tende a farsi permanente, il nemico come categoria fondativa del politico. Il sangue di Abner grida contro tutto questo.
A questo punto, però, si impone una riflessione ancora più profonda. Sono molte le voci che parlano della guerra nella speranza di costruire la pace. Ci ricordano che la guerra non deve diventare l'unico linguaggio possibile. Che alle spalle della radicalizzazione ci sono anni di narrazioni violente ed escludenti. Che occorre passare da un vocabolario esclusivo a uno inclusivo, capace di riconoscere le ferite di entrambe le parti. Che la pace calata dall'alto ha fallito e va ricostruita dal basso, imparando a guardarci come esseri umani. Che la pace è anzitutto una cultura, e che la cultura della pace non è affatto diffusa quanto sembra, perché prevale ovunque l'individualismo del proprio interesse. Che esiste perfino un business del dialogo, fatto di convegni e dichiarazioni che non diventano mai relazioni reali. Sono diagnosi limpide, e nessuna di esse è falsa. Sono diagnosi vere. Necessarie, dovremmo dire.
Ciascuna di esse, però, si ferma sulla soglia di una verità più grande e ancora più necessaria. Quella custodita dalla logica divina. Come abbiamo già evidenziato nel precedente numero dell'Armonauta, non esistono problemi soltanto umani. Se il male fosse un fatto di vocabolario, basterebbe cambiare vocabolario; se fosse un fatto di cultura, basterebbe una cultura migliore; se fosse un difetto di sguardo, basterebbe imparare a guardare. Purtroppo, non è così. E la prova più impietosa ce la offre ancora Ioab, che di vocabolario inclusivo era maestro: parlò ad Abner «come per parlargli pacificamente», e proprio quella prossimità simulata divenne lo strumento del colpo. Nessuna cultura della pace, da sola, ha mai trattenuto una mano che avesse già deciso di uccidere. Il linguaggio, la cultura, la reciprocità dello sguardo sono conseguenze, non sorgenti.
La sapienza teologica dice qualcosa di più, e di più duro. Dice che la guerra, ogni guerra, è frutto dell'idolatria. E l'idolatria si converte, non si corregge. Dice che, per il cristiano, la pace non è un equilibrio, ma una Persona: la si riceve, non la si costruisce. Dice, infine, che il limite alla violenza non è mai nato da un consenso tra le parti, ma sempre da una parola capace di raggiungerle da fuori. Non fu la cultura a fermare la scure davanti all'albero. Fu un comandamento. Chi riduce la pace a cultura le sottrae proprio ciò che la rende possibile: un'origine che non dipende da noi. E la lascia nelle mani di noi soli, cioè della causa del problema promossa a soluzione.
Isaia lo sapeva, e lo dice con un'immagine che ancora oggi disarma. Vede un tempo in cui le spade diventeranno aratri e le lance falci, e le nazioni «non impareranno più l'arte della guerra». Ma Isaia non è un utopista illuso. Sa bene da dove viene la guerra, e lo dice nei versetti che si citano meno: quella terra è piena d'argento e d'oro senza limite, piena di cavalli e di carri senza limite, piena di idoli, e adora l'opera delle proprie mani, «ciò che hanno fatto le loro dita». Tre pienezze e due volte senza limite. L'accumulo illimitato, l'apparato militare illimitato, l'adorazione del proprio prodotto: un unico movimento. Ovvero: dove non c'è limite, c'è la guerra. L'assenza di limiti impone la distruzione dell'altro. E dove si adora ciò che le proprie dita hanno fabbricato, prima o poi il fabbricato esigerà sacrifici umani.
La lettera di Giacomo ce lo spiega ancora meglio: «Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!» (Gc 4,1-2) Tre righe, e l'intera scienza politica moderna viene ricollocata al suo posto. Le cause prossime della guerra possono essere i confini, le risorse, i trattati violati. La causa remota è un desiderio che non ha imparato la misura. Agostino lo dirà con la frase che racchiude la sua antropologia: il cuore resta inquieto finché non riposa in Dio.
Ciò è vero a tal punto che la frase più radicale della lettera di Giacomo recita: «Chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.» (Gc 4,3) Si badi bene. Questa frase non è detta all'uomo che non prega. È detta all'uomo che prega, ma prega per essere confermato nella propria voracità. È la forma più raffinata di ateismo: quella che tratta l'Assoluto come strumento del proprio peccato.
La parola dell'evangelista Matteo porta a definitivo compimento questo cammino: «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio» (Mt 5,38-39). Non è un aggiornamento normativo. È un cambio di fondamento. La legge del taglione era già stata una conquista di civiltà: un occhio per un occhio, non una strage per un occhio, ovvero il limite posto alla vendetta illimitata. Gesù non abolisce quel limite, ne rivela la logica interna e la porta a compimento. Se il limite serve a interrompere la catena, l'unico modo di interromperla è non aggiungere l'anello. Porgere l'altra guancia non è passività: è la rottura unilaterale della reciprocità mimetica, l'unico gesto capace di far uscire il sistema dalla violenza reciproca.
E il fondamento è dichiarato senza mediazioni: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.» (Mt 5,44-45) La ragione dell'amore per il nemico non è strategica né sentimentale: è genealogica. Si ama il nemico per somiglianza al Padre.
Con queste parole, si conclude il lungo cammino di salvezza che ha per protagonisti Dio e l’uomo storico, che abbiamo provato a ripercorrere in poche righe. Tuttavia, giunti a questo punto, vale la pena ricordare che già al primo uomo che mosse guerra a un altro uomo – Caino – Dio affidò lo stesso mandato: l'uomo sia custode dell'uomo. A testimonianza del fatto che Dio certamente accompagna l'uomo storico così come egli è. Ma, in Dio, la verità è sempre piena. Dall'inizio dei tempi alla fine dei tempi.
Basta rileggere il Capitolo 4 della Genesi: «Il Signore disse allora a Caino: Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovresti forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai.» (Gen 4,6-7)
E ancora: «Allora il Signore disse a Caino: Dov'è Abele, tuo fratello? Egli rispose: Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello? Riprese: Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto, lontano dal suolo che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra.» (Gen 4,9-12)
Tutto è già qui, all'alba della storia. Il peccato è accovacciato alla porta e il suo istinto preme verso l'uomo; ma la parola divina non si arrende all'istinto, gli oppone un «tu lo dominerai» che è insieme promessa e comandamento. E la domanda che Caino rovescia contro Dio per sottrarsi – sono forse io il custode di mio fratello? – è speculare alla domanda che il Deuteronomio porrà sull'albero: «L'albero della campagna è forse un uomo?» Là dove l'uomo nega la custodia, Dio la impone; là dove l'uomo estende il diritto di uccidere, Dio lo restringe. La risposta è sempre la stessa, e la Scrittura la ripete dalla prima pagina all'ultima: sì, tu sei il custode di tuo fratello.
Ecco perché il sangue di Abner grida come già gridava il sangue di Abele. È la stessa voce che sale dal suolo, la stessa terra che si rifiuta di dare i suoi frutti a chi l'ha bagnata di sangue fraterno. Caino e Ioab sono lo stesso uomo, separato da millenni e unito da un unico gesto: aver ritenuto che il fratello fosse una cosa propria, di cui disporre. Ogni guerra, da allora, non è che la dilatazione, sulla scala dei popoli, di quel primo fratricidio domestico. E ogni limite che Dio pone alla guerra non è che la paziente, instancabile ripetizione della prima domanda: «dov'è tuo fratello?» Domanda alla quale nessuna strategia, nessun trattato e nessun algoritmo potranno mai rispondere al posto nostro.
Torniamo, allora, al Piero di Fabrizio De André. Il suo errore – l'esitazione che gli costa la vita – è, teologicamente, l'unico gesto giusto di tutta la canzone. Ha visto un uomo. Ha rifiutato l'aritmetica di Verdoux e ha scelto il nome proprio. In termini militari è un fallimento; nella logica di Deuteronomio 20 è obbedienza perfetta: davanti a lui non c'era un bersaglio, ma una creatura che poteva avere una casa non inaugurata, una vigna di cui non aveva goduto, una promessa di nozze.
Non ci si illuda: nessuno di questi testi abolisce la guerra, e chi li legge come un semplice manuale di pacifismo li tradisce. Ma tutti, dal primo all'ultimo, fanno la stessa cosa: sottraggono. Sottraggono l'albero, sottraggono il fidanzato, sottraggono chi ha paura, sottraggono l'uomo slegato che se n'era andato in pace. E ogni sottrazione ripete che la guerra non ha diritto alla totalità. La logica divina della guerra è, tutta intera, una pedagogia della sottrazione, fino al punto in cui l'ultimo territorio da sottrarre alla guerra sarà il cuore stesso dell’uomo: quel desiderio di male che lo abita e che soltanto una grazia soprannaturale può vincere. Allora, solo allora, non ci sarà più guerra. Allora, solo allora, non ci sarà più bisogno di gridare: «Fermati Piero, fermati adesso!».
È questa l'unica buona guerra che ogni Armonauta è chiamato a combattere: quella contro i propri vizi interiori. La sola che non produce vittime, perché l'unico nemico da abbattere è il male che ci abita. Per poter dire, un giorno, con San Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno.» (2Tm 4,7-8)

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