Il ricino di Giona
Da Ninive a Lampedusa: quando l’interesse particolare diventa la radice di ogni ingiustizia

La scorsa settimana, Papa Leone XIV si è arrampicato fin sullo scoglio più estremo del sud Europa. A Lampedusa. Al confine tra speranza e disperazione. Arrivato in cima ha guardato lontano, ha benedetto ed è rimasto in silenzio. In preghiera. Poi ha attraversato la Porta d'Europa – il portale di ceramica e ferro di Mimmo Paladino, resistente al vento e alla salsedine – e vi si è fermato sotto, ancora una volta, a guardare il Mediterraneo. Il Mare nostrum. Da millenni crocevia di civiltà. Divenuto negli ultimi decenni Mare mortuum. Certamente avrà affidato al Cielo il desiderio che quell’antico oceano medio ritorni a essere luogo di incroci e non di croci, di incontri e non di scontri, di vita e non di morte, di luce e non di tenebre. Così come ci ricorda la lastra marmorea del cimitero dell’isola dove sono incisi i versi di Pavese: «Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva e arriverò». Il Papa ha poi posato una corona di fiori bianchi sulla tomba di un migrante senza volto e senza nome. E non ha detto una parola. Ha lasciato parlare, nel silenzio, il peso grave della memoria.
Dall’altare, però, ha spiegato quel silenzio con la parabola del buon Samaritano. E ha pronunciato parole che trafiggono l’anima della società contemporanea: i morti in quel mare «sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». C’è chi sceglie di non farsi prossimo, ha aggiunto, «e chi decide di non decidere». Il sacerdote e il levita, nel racconto evangelico, vedono l’uomo mezzo morto e passano oltre: hanno fretta, hanno paura di contaminarsi, hanno un interesse da proteggere più urgente della vita che giace sul ciglio della strada. Ciascuno di noi può riconoscersi in questo racconto. Il dramma dei migranti, come tanti drammi del nostro tempo, nasce spesso da qui: non dalla ricerca del bene più grande, ma dalla difesa ostinata del proprio recinto, del proprio vantaggio, della propria ombra.
Questi eventi hanno riacceso in me il seme di un ricordo. Qualche settimana fa mi è capitato di incontrare un saggio uomo di Dio. Lo incontro spesso. Da una vita. Per attingere luce e sapienza. Che non sempre riesco a trasformare in vita. Mi ha detto, quasi sottovoce: «Da qualche giorno ho una frase che mi risuona dentro». Si trattava di una pagina della Scrittura, il finale del libro di Giona. Ci siamo lasciati così. Ma quella frase è rimasta a lavorare anche in me fino a riemergere di fronte alle immagini del Santo Padre in visita a Lampedusa. In essa ho scorto, infatti, una delle metafore più potenti, una delle chiavi interpretative più affilate del nostro tempo. Anche della tragedia sulla quale si è chinato il Sommo Pontefice.
La scena è nota. Il profeta, seduto a oriente di Ninive, attende che il cielo si rovesci sulla città. Dio aveva minacciato la distruzione; Ninive si era convertita; Dio aveva avuto pietà. E Giona, invece di gioire, «ne provò grande dispiacere e ne fu sdegnato». È un’indignazione stupefacente: il profeta è furioso non perché il male abbia vinto, ma perché il bene si è compiuto. Avrebbe preferito morire piuttosto che vedere salvati centoventimila uomini che – dice il testo – «non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra».
Poi viene l’immagine che dà il nome a questa pagina. Il Signore fa crescere sul capo di Giona una pianta di ricino, per dargli ombra; e il profeta «provò una grande gioia per quel ricino». Ma un verme, all’alba, rode la pianta; il sole e il vento d’oriente colpiscono Giona, che di nuovo chiede di morire. E Dio gli rivolge la domanda che è il cuore di tutto: «Tu hai pietà di una pianta per cui non hai faticato, cresciuta in una notte e in una notte perita, e io non dovrei avere pietà di una città intera?»
Qui si nasconde una diagnosi antropologica di una precisione impietosa. Giona non è un uomo cattivo: è un uomo che ha anteposto il proprio interesse – la propria ombra, il proprio risentimento, la coerenza della propria profezia – al bene che andava fatto. Aveva persino tentato di non predicare, fuggendo a Tarsis. Proprio temendo che Dio perdonasse. La sua collera non difende la giustizia: difende un interesse personale e particolare, difende un albero. E per quell’albero sarebbe disposto a lasciar perire una moltitudine.
Rileggiamo il gesto con cui tutto comincia: Giona «uscì dalla città e sostò a oriente di essa. Si fece lì una capanna e vi si sedette dentro, all’ombra, in attesa di vedere ciò che sarebbe avvenuto». È la postura dello spettatore, di chi si apparta per assistere alla catastrofe altrui anziché entrare nella storia per cambiarla. Pascal, nei Pensieri, scriveva che «tutto il male degli uomini viene da una sola cosa, dal non saper restare tranquilli in una camera». Giona ha il difetto opposto e speculare: si chiude nella sua camera per non perdonare, fa della propria solitudine non un luogo di verità, ma una tribuna da cui pretendere il castigo del mondo. La capanna del risentimento è la prima trincea di ogni guerra.
A pensarci bene, non è niente di diverso da quel che tutti siamo ogni giorno, nelle piccole e nelle grandi circostanze della nostra esistenza individuale e collettiva. Sui migranti e su moltissimi altri temi che sollecitano la nostra quotidianità. Quante volte, per custodire un interesse particolare – un vantaggio, una rendita, un rancore, una posizione di forza – ci capita non solo di rinunciare al bene che potremmo compiere, ma anche di accanirci contro i fratelli che ci stanno vicini? E l’accanimento prende la forma della guerra: militare, economica, politica, sociale, ambientale, familiare.
La cronaca di questi mesi sembra scritta apposta per illustrare il paradosso di Giona. Non solo sulla questione dei migranti, dunque.
Guardiamo allo Stretto di Hormuz per esempio. Dopo mesi di conflitto fra Stati Uniti e Iran, a metà giugno è stato firmato un memorandum d’intesa che sospendeva le ostilità e riapriva il transito del petrolio. Eppure, a pochi giorni dalla firma, droni iraniani tornano a colpire navi mercantili, gli Stati Uniti rispondono con raid su obiettivi nei pressi dello Stretto, l’Iran attacca basi in Bahrein e Kuwait. La tregua – dicono gli osservatori – può sopravvivere anche alle sue continue violazioni, perché a entrambe le parti conviene mostrare i muscoli più che costruire la pace. Il traffico marittimo si è drasticamente ridotto, il prezzo del greggio è tornato a impennarsi e l'inflazione ha ripreso a correre ben oltre il teatro della guerra. Per la dimostrazione reciproca di forza – per l’ombra del ricino di ciascuno – si lascia che il mondo intero paghi il conto.
Già Tucidide, narrando il dialogo dei Melii, aveva fissato la legge non scritta della potenza: «il forte fa ciò che ha il potere di fare e il debole subisce ciò che deve subire». Venticinque secoli dopo, lo Stretto di Hormuz ne è la trascrizione contemporanea. L’interesse del più forte si traveste da necessità, e la necessità da destino.
Lo stesso accade sul fronte economico. La guerra commerciale fra Washington e Pechino è ormai una liturgia ciclica: dazi annunciati e rapidamente ritrattati, borse che crollano a ogni minaccia e rimbalzano a ogni smentita, una diplomazia da montagne russe in cui ogni messaggio muove miliardi. Il pretesto cambia – i semiconduttori, le terre rare, le tariffe portuali – ma la logica è una sola: piegare l’avversario per custodire il proprio primato. Nel frattempo, le filiere globali si frantumano, i prezzi salgono, e le prime vittime sono proprio le industrie e i lavoratori che avevano avvicinato le due economie. Nessuno vince davvero in una guerra commerciale. Ma nessuno è disposto a rinunciare per primo al proprio ricino.
E poi c’è la guerra ambientale. Alla COP30 di Belém, in piena Amazzonia, molti Paesi avevano chiesto una tabella di marcia per l’abbandono dei combustibili fossili. Il documento finale non li nomina nemmeno. È bastato il veto degli Stati che dalla rendita fossile traggono la propria ricchezza per cancellare ogni impegno vincolante. Anche qui, ciascuno ha difeso il proprio albero: il barile, il giacimento, la quota di mercato. E ciascuno, difendendo la propria ombra, ha contribuito a seccare l’ombra di tutti. Quella di una casa comune che, a differenza del ricino di Giona, non rinascerà in una notte.
Che cosa hanno in comune queste tragedie? La stessa inversione di prospettiva che acceca Giona. L’interesse particolare viene assolutizzato fino a diventare il criterio ultimo; e tutto ciò che gli si oppone – fosse anche il bene, fosse anche la salvezza di centoventimila persone – viene vissuto come una minaccia da combattere. Si arriva al punto in cui il bene altrui ci ferisce e la sua rovina ci consola. È la malattia che René Girard (che, almeno una volta, è bello citare affrancandolo dall’ipoteca di Peter Thiel) avrebbe chiamato del «desiderio rivale»: non vogliamo soltanto il nostro bene; vogliamo che l’altro non l’abbia.
Ma c’è un secondo livello in quella frase, ed è forse il più vertiginoso. I centoventimila «che non sanno distinguere la destra dalla sinistra» non sono soltanto i disorientati: sono i semplici, i piccoli, gli inermi. Sono coloro che non hanno parte nelle decisioni, non siedono ai tavoli, non firmano i memorandum né impongono i dazi né pongono veti alle conferenze sul clima. E tuttavia sono i primi a essere travolti dal male. O, più spesso, dal bene mancato. Quando Giona pretende il castigo della città, non sta punendo solo i potenti di Ninive: sta facendo soffrire, senza vederli, i bambini, gli ignari, gli ultimi. La sua collera, come ogni collera, rende ciechi. La sua collera, come ogni collera, antepone il proprio albero alla città. La sua collera, come ogni collera, colpisce anzitutto gli innocenti.
È la legge oscura di ogni conflitto: chi lo decide quasi mai lo paga: spesso, anzi, ci guadagna. La mancata accoglienza dei più fragili genera ingiustizia e morte tra gli ultimi della terra; le navi ferme a Hormuz fanno salire il pane in mercati lontanissimi dalla guerra; i dazi pensati per piegare un avversario si scaricano sull’operaio e sul piccolo produttore; il clima negato a Belém si abbatte per primo sui poveri del Sud del mondo, che alle emissioni hanno contribuito in misura infima. I semplici di Ninive sono questo: innocenti che pagano il prezzo della superbia altrui, persone ridotte a numeri, a danno collaterale, a variabile di un calcolo che non li riguarda e che pure li schiaccia.
Ed è qui che la pietà di Dio rivela la sua logica mirabile. Dio non conta i centoventimila per misurare l’entità del castigo: li conta per prendersi cura di essi, uno ad uno, con amore e premura divini. Il loro stesso disorientamento – il non saper distinguere la destra dalla sinistra – diventa il titolo della loro salvezza, non della loro condanna. Così rovescia la logica dei potenti, per i quali l’ignaro è sacrificabile proprio perché ignaro, il piccolo trascurabile proprio perché piccolo. Innalza gli umili.
Dobbiamo ammettere, tristemente, di aver oramai perso questo sguardo sul bene. Siamo superficiali e distratti. L’egoismo prevale. Hannah Arendt, osservando Eichmann a Gerusalemme, scoprì che il male più devastante nasce da ciò che lei chiamò thoughtlessness: l’assenza di pensiero, l’incapacità di guardare il mondo dal punto di vista di un altro. Anche questa è una forma di disorientamento morale. Non più quello dei semplici, ma quello di chi amministra con diligenza la rovina senza interrogarsi. Il dramma del nostro tempo somma le due cose: moltitudini disorientate perché travolte ed élite disorientate perché incapaci di pensare le conseguenze delle proprie azioni. Tra l’innocenza degli uni e la cecità degli altri, il male trova la sua strada.
Ma il libro di Giona non si chiude con la collera dell’uomo. Si chiude con una domanda di Dio: «E io non dovrei avere pietà di Ninive?» Dio non distrugge Giona così come, invece, Giona vorrebbe distruggere Ninive; lo educa, lo interroga, lo invita a uscire dalla capanna, roccaforte del proprio risentimento, per guardare la città con gli occhi della misericordia. C’è un segreto, nascosto nella grammatica stessa di questa domanda. Quando Dio dice «Non dovrei avere pietà?», sta rivelando che la sua pietà precede. Precede il pentimento di Ninive, precede la conversione, precede persino il merito. Prima che i niniviti si convertissero, Dio già li amava. È la vertigine che sfugge a Giona. E che, purtroppo, troppo spesso sfugge anche a noi. Dio ci ama di amore eterno. Dio ci ama sempre per primo. Il suo amore non è l’esito di un processo, ma il principio di ogni cosa. Ecco perché, al fondo, la questione è una questione che ha a che fare con l’amore. Con il vero amore. L’amore alla maniera di Cristo, che ha accolto pienamente l’amore del Padre per riversarlo, senza misura e, altrettanto pienamente, nella storia degli uomini.
Anche noi siamo chiamati ad accogliere questo amore e a riversarlo nella storia. Chi custodisce il proprio ricino resta solo, all’ombra effimera di un albero che il verme divorerà. Chi, invece, si lascia amare per primo entra nella città. E, nella città, diventa lui stesso ombra e riparo per gli altri. È tutta qui la differenza. Giona voleva un Dio a sua immagine: contabile, implacabile, giusto secondo la misura degli uomini. E ha trovato un Dio che è Amore. La sola rivoluzione di cui il mondo disorientato ha davvero bisogno è tornare a questa sorgente: lasciarsi amare per primi, per imparare, finalmente, ad amare per primi. In maniera totale. Senza riserve. Donandosi fino in fondo. Rinunciando a proteggere sé stessi.
Siamo disponibili a farlo? È proprio questa la domanda fondamentale che ci pone il libro di Giona. Ma la risposta, nel testo, non c’è. Il libro tace di proposito. L’interrogativo è consegnato intatto a chi legge. Affinché ognuno scelga. Tra due modi diversi di stare al mondo.
C’è la logica del ricino – l’accumulo, la rendita, l’ombra difesa con le unghie, una vita vissuta per proteggere sé stessi e non per donare sé stessi – che produce inevitabilmente guerre, perché fonda tutto sulla scarsità e sulla rivalità.
E c’è la logica di Dio.
La logica di Dio!
Sublime ristoro dell’anima e della storia.
Unico ristoro possibile.
L’Armonauta lo sa. La cerca. La invoca. La fa propria. La traduce in storia vissuta. La traduce in Amore vero.
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