Tutti quei momenti andranno perduti nel tempo
Lo smarrimento dell'intelligenza della Storia

«Tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia». Roy Batty, il replicante di Blade Runner, muore recitando l'elegia della memoria. Vertiginoso paradosso. L'essere artificiale piange ciò che l'essere umano dissipa ogni giorno. Lui, creatura senza infanzia, sa che perdere i ricordi e gli insegnamenti che essi recano in dote, significa morire due volte. Noi, noi umani, che custodiamo ricordi e insegnamenti da millenni, abbiamo, invece, deciso che essi non servono più a nulla. E non insegnano più nulla.
Eppure, non è stato sempre così. Per venti secoli l'Occidente ha ripetuto la massima di Cicerone: la Storia è testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae. Qualcuno la considera – ancora oggi – un’elegante formula retorica. Niente di più falso. In realtà, si tratta di una raffinata tesi epistemologica. E, in qualche misura, finanche di una profonda prospettiva soteriologica (come proveremo a spiegare più avanti). Quella massima racchiude ed esprime, infatti, una verità molto semplice: esiste un ordine intelligibile degli eventi, l’uomo può leggerlo e, leggendolo, può correggersi.
Oggi, invece, la maestra è stata licenziata.
Senza clamore. Senza lacrime. Senza rimpianto.
Reinhart Koselleck aveva diagnosticato questa frattura con precisione disarmante, individuando nella modernità come il punto in cui l'orizzonte di attesa si stacca dallo spazio di esperienza. Prima si attendeva il futuro perché lo si era già intravisto nel passato; poi si è preteso di attendere un futuro che il passato non autorizza; infine, si è deciso di costruire un futuro artificiale, senza l’Uomo e senza Dio. François Hartog ha dato un nome all'esito di questo processo: presentismo. Un presente dilatato, obeso, autosufficiente, che divora insieme sia la memoria che la profezia. Un presente senza passato e senza futuro, poiché senza verità. Un presente senza verità, poiché senza passato e senza futuro. Un presente utilitaristico ed edonistico. Un presente onnipotente.
Ci sentiamo invincibili. Sentiamo di bastare a noi stessi. Dimenticando la lezione della Storia. Quando, nel Trecento, Ibn Khaldun pose le basi di una scienza della storia, lo fece su un'intuizione che, nel corso dei secoli, abbiamo volutamente e colpevolmente deciso di ignorare (spiritualmente ed epistemologicamente): le dinastie e le civiltà potenti non muoiono per una debolezza sopraggiunta, bensì per il loro stesso successo effimero, che le indebolisce dall’interno. La coesione che le ha fatte nascere si dissolve nell'agio che hanno conquistato. Il declino non è l'interruzione della prosperità: ne è il frutto maturo.
Norbert Wiener lo ha tradotto nel linguaggio della macchina. Nessun sistema vivo sopravvive senza retroazione negativa. Quel dispositivo umile e decisivo che contrasta la deviazione, confronta il risultato con lo scopo, misura lo scarto e corregge la rotta. Il timoniere, il termostato, l'organismo, la coscienza. Toglietela e non otterrete la libertà: otterrete la corsa cieca. Il sistema amplificherà sé stesso fino a distruggersi. Non per malvagità. Per struttura.
Ecco, dunque, la diagnosi che nessuno osa formulare: la Storia era la retroazione negativa dell'umanità. L'abbiamo disattivata. E abbiamo consegnato il timone a un meccanismo che conosce soltanto la retroazione positiva: accelerazione, amplificazione, capitalizzazione, crescita illimitata.
Se volessimo estrapolare, tra i tanti, un dato capace di rappresentare efficacemente questa condizione, ce n’è uno particolarmente paradigmatico, sul piano sia quantitativo sia qualitativo. Secondo Gartner, nel 2026 i data center consumeranno 565 terawattora di elettricità contro i 447 del 2025: un balzo del ventisei per cento in dodici mesi, con i server dedicati all'intelligenza artificiale che passano da 95 a 175 terawattora. L'intelligenza artificiale consuma già più elettricità dell'Italia intera. Google, per acquistare capacità di calcolo, si è impegnata a versare a SpaceX circa 920 milioni di dollari al mese. E il 23 luglio Blackstone ha comunicato che nove dei suoi dieci investimenti più rivalutati sono legati all'intelligenza artificiale, con 1.350 miliardi di dollari di attivi in gestione. È la fotografia della nostra società. Della sua deriva di potenza. Della sua miopia. Dell’incipiente disastro che si intravede all’orizzonte.
All’apparenza è solo software. Invece, cresce come siderurgia. Consuma suolo, acqua, trasformatori, turbine, minerali, paesaggio. E intanto disegna un futuro distopico, senza aver ancora dimostrato la sostenibilità del proprio modello di business. E forse non la dimostrerà mai, a sistema sociale, produttivo ed economico invariato. Nel frattempo, la politica e le policy arrancano nell’incapacità di costruire un avvenire buono e sapiente.
È l’inganno degli inganni del nostro tempo. Uno dei tanti.
Ivan Illich chiamava soglia di controproduttività il punto in cui uno strumento comincia a generare l'opposto del proprio scopo. La medicina che ammala, la scuola che istupidisce, il trasporto che immobilizza. Nicholas Georgescu-Roegen lo aveva dimostrato attraverso la legge dell'entropia: il processo economico non è un circolo, è un imbuto. Una teoria che ignora l'entropia non è audace, è una contabilità falsa. Si accumula informazione alla velocità della luce e si perde comprensione alla stessa velocità. E vale la legge di Goodhart: ogni misura, divenuta obiettivo, cessa di essere una buona misura.
L’inganno della Storia è mascherato anche dalla contabilità. Da metriche che misurano tutto tranne ciò che conta. Simon Kuznets avvertì che il prodotto interno lordo non era una misura del benessere, e nessuno lo ascoltò. Da tassi di sconto che rendono il futuro leggerissimo, quasi nullo, quasi inesistente. Da esternalità che escono dal bilancio e rientrano dalla biosfera. Hartmut Rosa ha descritto questo fenomeno come un'accelerazione sociale che non lascia più il tempo di elaborare l'esperienza, e dunque di trasformarla in sapienza. E l'entropia, ricordava ancora Georgescu-Roegen, trasforma irreversibilmente energia disponibile in energia dissipata, materia ordinata in scarto. Nessun bilancio trimestrale lo registra.
Albert O. Hirschman aveva individuato nella voce – il reclamo, il dissenso, la critica leale – il vero organo di correzione delle istituzioni. Dove la voce è silenziata resta soltanto la fuga. E dopo la fuga il collasso. Eugenio Colorni insegnava che la critica non è un'opinione, è un metodo. Sono precisamente gli organi che il nostro tempo ha atrofizzato. Alla voce abbiamo sostituito la reazione; alla critica, la profilazione; al dissenso, l'algoritmo che ci conferma.
Il piano inclinato verso l'autodistruzione è servito. E, come tutti i piani inclinati riusciti, è camuffato magnificamente da teorie sofisticate quanto sintetiche e manipolatorie, capaci di persuaderci che stiamo attraversando il periodo più luminoso della Storia. Nonostante non manchino le denunce. Joseph Tainter ha mostrato che le società complesse non muoiono soltanto per aggressione esterna, ma anche per i rendimenti marginali decrescenti della loro stessa complessità, che le porta a investire in soluzioni che costano sempre di più e rendono sempre di meno, fino a rendere insostenibile la struttura. Ulrich Beck ha nominato la nostra condizione società del rischio, nella quale i pericoli non provengono dalla natura ostile, ma dalla nostra stessa modernizzazione. Karl Polanyi aveva già descritto il gesto originario: sradicare l'economia dalla società, e poi pretendere che la società si adatti all'economia.
Sembra un film già visto. Il racconto dei nostri giorni non è inedito. Non è casuale che molte antiche cosmogonie narrino di una società morta per troppo sviluppo. O, più esattamente, per troppa superbia. Che genera un falso sviluppo. Uno sviluppo senza l'uomo. Uno sviluppo che asserve l'uomo ma non lo serve. Uno sviluppo che minaccia l'umano ma non lo custodisce. Ma anche questa verità non siamo più in grado di vederla.
Eppure, molte antiche letterature e tradizioni antropologiche (e non solo) ce la raccontano. Esiodo colloca la rovina non all'inizio ma alla fine: dall'età dell'oro a quella del ferro, il perfezionamento tecnico coincide con la regressione morale. Il diluvio di Gilgameš e di Atraḫasīs sommerge civiltà già sviluppate, non comunità ai loro inizi. Il Popol Vuh racconta di uomini di legno, capaci di parlare e moltiplicarsi, cancellati perché privi di memoria e gratitudine. E i sacerdoti di Sais, nel racconto platonico, rivolgono a Solone il rimprovero più temibile che si possa muovere a un popolo colto: voi Greci siete sempre bambini, perché non avete memoria. Erano loro, gli Egizi, a custodire la cronaca delle civiltà scomparse. Erano loro a sapere che Atlantide non affondò per debolezza, ma per delirio di potenza. Il progetto di Babele, fra tutti, non fallisce per arretratezza: fallisce per eccesso di coordinamento e di ambizione verticale. E il diluvio della Genesi non travolge una tribù di primitivi: sommerge una civiltà che aveva riempito la terra di violenza mentre credeva di averla riempita di opere. Il mito è più realista della statistica. Ma noi non lo percepiamo. Nulla più ci scalfisce. Né le evidenze empiriche. Né le evidenze meta-empiriche. La superbia e l’idolatria ci posseggono. E, di solito, la superbia e l’idolatria precedono la caduta definitiva. Sempre. Perché la superbia e l’idolatria sono le sole forme di cecità che si presentano come apparente (e falsa) lucidità. Il denominatore comune di tutte le cosmogonie è teologico prima che sociologico.
È cosa giusta chiedersi, allora: perché? Perché vediamo, viviamo e non comprendiamo? La risposta che ci dona la teologia fondamentale è impietosa: il nostro cuore è indurito. Questa risposta trova fondamento nella lettura delle Sacre Scritture. E rovescia il problema come un guanto. L'indurimento del cuore è il frutto della nostra storia personale. Non ci impedisce di leggere la Storia per distrazione. Ci impedisce di leggerla perché è la Storia stessa che ci ha formati così. Ovvero, stiamo progressivamente diventando strutturalmente incapaci di accogliere la verità.
Tutto ciò non è casuale. Dove la verità è ridotta a preferenza e convenienza, nessuna lezione è più deducibile. Perché nessun errore è più riconoscibile. Siamo, oramai, oltre il relativismo. Siamo ben oltre la post-verità. Siamo nel pieno della società artificiale. Che fabbrica false verità a piacimento. Senza tener conto degli insegnamenti della Storia. Il fallimento non viene appreso: viene sublimato. La catastrofe non diventa esperienza: diventa narrazione. Il passato non istruisce: al massimo intrattiene.
Come abbiamo già detto c'è una figura, nella Sacra Scrittura, che riassume questa deriva e, con essa, ogni superbia della Storia: il Faraone d'Egitto. Possiamo paragonare il cuore indurito dell'uomo contemporaneo al cuore indurito del Faraone d'Egitto. Egli era stato formato in una così grande falsità da pensarsi un dio. Non solo. Da pensarsi il dio più grande di tutta la terra. Ogni altro dio era inferiore a lui, dal momento che ogni altro popolo era inferiore al suo popolo e ogni esercito era inferiore al suo esercito.
Quando il vero Dio, il solo vero Dio, iniziò a manifestarsi come il solo Signore – non solo degli uomini, ma della creazione intera – il Faraone rimase irrimediabilmente schiavo della propria falsità. Concesse, sì, ma a metà: il Dio degli Ebrei potrà anche governare la creazione, ma il suo popolo è pur sempre fatto di uomini, e sugli uomini il potere è suo.
È esattamente il patto che il nostro tempo ha sottoscritto. Al Cielo lasciamo volentieri le grandi cause simboliche e spirituali. Ma sull'uomo e su tutto ciò che è sensibile – sul suo inizio e sulla sua fine, sul suo corpo, sui suoi dati, sul suo lavoro, sul suo desiderio – il potere resta nostro. Come se le due dimensioni fossero scindibili l’una dall’altra.
Continuiamo a ingannarci e a illuderci. Ma la Storia continua a ricordarci la verità. Una verità che non sappiamo riconoscere, però. Perché il nostro cuore è indurito, abbiamo già detto. È indurito il cuore dell’Umanità. È indurito il cuore della Cristianità (che dell’umanità dovrebbe essere sale e lievito). È già successo. Vengono in mente i discepoli: avevano visto i pani moltiplicarsi poche ore prima; poi, nella notte, sul lago in tempesta, vedono Gesù camminare sull'acqua e lo credono un fantasma. Il Vangelo non attenua: «non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito». Il segno c'era stato. Ma non fu riconosciuto. A questo proposito c'è un contrappunto che quasi nessuno nota mai. Appena sbarcati a Gennèsaret, «la gente subito lo riconobbe». Come a dire: i discepoli, che avevano visto tutto, non capiscono; la folla dei sofferenti, che non aveva visto nulla, riconosce all'istante. La differenza sta nel cuore. Lo conferma anche l'Apostolo Paolo, riferendosi ai suoi: «ma le loro menti furono indurite». Il velo resta sempre steso sul cuore, e cade solo quando avviene la conversione al Signore, perché «dove c'è lo Spirito del Signore, c'è libertà».
Nonostante il Signore aggiunga segni a segni, il popolo non si converte. Il suo cuore rimane indurito. Vale per l'Egitto delle dieci piaghe, per i discepoli della barca, per l'Occidente delle crisi finanziarie, delle pandemie, delle guerre riaccese, delle disuguaglianze scandalose, del clima impazzito. Vale per tutti noi. Anche il nostro cuore è indurito. E questa durezza è fonte di morte. La vera morte della Storia. L'Apocalisse attesta che, nonostante il Signore dia all'uomo ogni segno della sua Signoria, l'uomo giunge perfino “ad adorare la bestia”. Eppure, anche oggi, in tutto il mondo, l’Onnipotente non smette di rivelare a ogni uomo che solo Lui, il Dio Creatore, è il Signore della creazione. Ma una falsità divenuta struttura non si smonta dialetticamente. Si smonta solo con la conversione del cuore.
Allora la domanda non è più politica, né economica, né tecnologica. La domanda è spirituale. È detto: «toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne». Dal cuore di pietra al cuore di carne si passa solo per opera dello Spirito. Spetta ai veri profeti annunciare questa verità. Se questa verità non viene annunciata, l’opera dello Spirito Santo non potrà essere riconosciuta e accolta.
Poiché, come ci ricorda San Paolo, la porta non è chiusa: vi sarà un tempo nel quale, per purissima grazia di Dio, anche i cuori più induriti torneranno a essere popolo del Signore. Non però senza Cristo: in Cristo, con Cristo, per Cristo. È la sola profezia che ci sia consentito pronunciare sul futuro. E non riguarda le macchine: riguarda i cuori.
È qui che l'innovazione armonica smette di essere una teoria e diventa una missione. La speranza è, infatti, una sola: che il santo rimanga santo e si santifichi ancora, affinché, per la sua santità, lo Spirito Santo possa trasformare altri cuori induriti in cuori di carne. Solo questa è la via che si può percorrere. Non è poco: è tutto.
Ogni buon Armonauta lo sa. Sa che tutto è dall’ascolto. Sa che nell’ascolto è la benedizione. E nella benedizione è la grazia. La grazia che fa nascere (ogni giorno) l’Uomo nuovo. Dall’Uomo di pietra all’Uomo di carne. E poi, ancora, dall’Uomo di carne all’Uomo nello Spirito. L’Uomo vero. Se non si passa per la grazia si passerà necessariamente per la sofferenza della Storia. È legge inderogabile. Non sprechiamola, allora, la Storia. Ascoltiamola. È l’ultimo strumento attraverso il quale Dio, con infinita misericordia, ci parla e ci cerca. Per salvarci. Per renderci parte della gloria eterna.
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