Leone XIV: «Fermiamo il riarmo globale. La bomba atomica minaccia il pianeta»
di Leone XIV
Nell’introduzione al suo ultimo libro “Disarmata
e disarmante”
il Pontefice lancia l’allarme: nell’era atomica torna
la domanda decisiva, l’umanità potrà continuare ad abitare la Terra? «La pace è responsabilità e inizia da me, da noi»

L’ultima preghiera per la pace il Papa l’ha pronunciata ieri sulla tomba di san Benedetto, visitando a sorpresa l’abbazia di Montecassino. Al fondatore dell’ordine benedettino, Leone XIV ha affidato «la propria implorazione per la pace in quelle regioni del mondo segnate dal sangue e dal conflitto», prima di rientrare a Castel Gandolfo. In questo primo anno da Papa, Prevost ha già improntato il suo Pontificato sul “magistero della pace”, in un momento storico segnato da conflitti su vasta scala e dall’ipersviluppo tecnologico. A raccogliere insieme discorsi e messaggi sul tema della pace e del disarmo è il volume «Disarmata e disarmante. La pace è un dono», edito da Leve in uscita oggi con l’introduzione inedita di Leone XIV (che pubblichiamo integralmente di seguito). Il libro, a cura di Alessandro Banfi, è un piccolo “bignami” del magistero papale in cui il curatore, attraverso citazioni del Pontefice, fa emergere quello che risulta un itinerario concreto per la costruzione della pace. Un impegno, questo, che non riguarda soltanto i potenti della Terra, come spiega lo stesso Leone XIV nella prefazione, ma che è «responsabilità» di ogni uomo e donna. Si parte dalla consapevolezza che Cristo «è la nostra pace» e «ci indica la via da seguire per superare i conflitti». Infatti «la pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince». Per poi sottolineare il rischio di una guerra nucleare, l’urgenza del disarmo, la denuncia dell’aumento delle spese militari e della giustificazione della guerra in nome di Dio. E ancora la debolezza delle organizzazioni internazionali nate durante secolo scorso per vigilare sul mantenimento della pace. Il passo successivo riguarda le cause della guerra, che il Papa addebita, nei vari interventi, alle disuguaglianze sociali, alla povertà, all’idolatria del denaro che schiaccia i più deboli. L’alternativa al conflitto, di cui la Chiesa si è sempre fatta promotrice nei secoli, invece, è la «civiltà dell’amore», di cui parla sant’Agostino, che «non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente». E una comunità globale che vive in pace nasce da uomini e donne capaci di dialogare e di costruire ponti, dice il Papa. Di vivere insieme nelle differenze, come persone «riconciliate» e accoglienti, sull’esempio di tanti testimoni, da Dorothy Day a Giorgio La Pira, fino a Floribert Bwana Chui, che lo stesso Pontefice ha citato in questi mesi. (A.Pal)
«Pace a voi!»: è stato questo il primo saluto che Gesù Risorto ha rivolto ai suoi apostoli ( Gv 20,19). Questo è anche il primo dono che Cristo risuscitato ha offerto ai suoi amici e a tutto il mondo: la pace. Quel dono, però, non avveniva “a buon mercato”: il corpo glorioso del Maestro di Nazaret mostrava le piaghe della Passione. Egli ha attraversato l’odio, la violenza, il crucifige del mondo. Gesù Cristo ha subito l’ingiustizia, disarmato e disarmante, ed è risorto. L’annuncio evangelico s’inseriva e s’inserisce nella storia. Oggi come duemila anni fa.
La pace è il grande desiderio che agita molti cuori, ma è anche spesso minacciata, calpestata, irrisa. Oggi ben 103 Stati sono coinvolti in qualche maniera in una guerra sulla Terra (cfr. Global Peace Index , Sydney 2026). Le armi rimbombano e uccidono in Ucraina, in Medio Oriente, in Sudan, in Myanmar, nello Yemen, in Congo e in tante altre situazioni. Il mio amato predecessore papa Francesco coniò a suo tempo l’espressione «Terza guerra mondiale a pezzi» per descrivere una situazione di diffusa conflittualità, senza precedenti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ripercorrendo i miei interventi su questo tema, ora raccolti in quest’antologia, voglio sottolineare alcuni aspetti che mi stanno a cuore.
Innanzitutto, la pace è una responsabilità. Se il primo istinto di fronte a un problema che incontriamo, a una tensione che viviamo, a un’offesa che subiamo è quello di giudicare gli altri, di accusarli e perfino condannarli, sarà fatale che prima l’indifferenza e poi l’odio si sviluppino intorno a noi. Esiste un modo di vedere la realtà che distrugge e non costruisce. Invece la pace inizia da me. Inizia da noi. Sant’Agostino diceva: «Sono tempi difficili, sono tempi duri, tempi di sventure. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi» ( Discorsi , 311, 8.8). Non possiamo chiedere la pace ai potenti del mondo se non cominciamo a viverla noi, a partire dai nostri rapporti quotidiani: nelle nostre famiglie, nelle nostre case, nelle nostre città, nei luoghi dove lavoriamo. La pace si costruisce con piccoli gesti quotidiani: un sorriso regalato, un’ingiuria perdonata, una parola buona.
Inoltre, la pace si edifica con la verità. Anche chi fa la guerra afferma di agire “in nome” della pace. Nessuno ha la sfrontatezza di dichiarare che vuole la guerra per la guerra: persino i potenti della Terra sanno che ogni persona aspira alla giustizia e desidera vivere in pace. Soprattutto dopo le terribili conseguenze degli eventi di Hiroshima e di Nagasaki, il ricorso alla guerra è sempre più un’«avventura senza ritorno», come scandì san Giovanni Paolo II ( Preghiera per la pace , 2 febbraio 1991). Ho rievocato più volte l’accorato appello che san Paolo VI rivolse all’Assemblea delle Nazioni Unite. Quel che unisce gli uomini, notava il mio venerato predecessore, è un patto suggellato «con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità!» ( Discorso alle Nazioni Unite , 4 ottobre 1965). Soprattutto nell’era atomica, l’affermazione della verità deve farsi strada: non sono le armi atomiche che generano la pace, ma il disarmo. Tale verità, che sembrava acclarata nei decenni scorsi, durante i quali abbiamo assistito ad una de-escalation nucleare, è stata offuscata da una corsa agli armamenti che oggi spaventa e atterrisce. Come scrisse il cantautore e poeta Bob Dylan rivolgendosi figurativamente alla Bomba atomica, in una sua composizione poetica: «Ti odio perché ti ha fatto l’uomo e l’uomo ti possiede e l’uomo ti maneggia» ( Go Away You Bomb , 1963). La Chiesa pone umilmente oggi all’attenzione di tutti una domanda: la specie umana deve continuare ad abitare la Terra? La combinazione del dominio cibernetico con il riarmo globale induce a porre seriamente tale questione.
La pace cerca testimoni. Quest’antologia ce lo fa presente con la forza di tanti volti. Le figure di cui qui si parla, tra cui il beato Floribert Bwana Chui, i servi di Dio Giorgio La Pira e Dorothy Day, sono emblematiche di tanti uomini e donne che, in prima persona, hanno favorito la pace, vincendo la tentazione della corruzione, soccorrendo i poveri, favorendo la diplomazia. Accanto a uomini e donne conosciuti, la pace è incarnata da “protagonisti non famosi” che hanno seguito la propria coscienza.
È già accaduto nella storia che si arrivasse vicini alla catastrofe nucleare. Le cronache raccontano che la decisione di un singolo uomo, l’ufficiale sovietico Stanislav Petrov, contribuì a evitare una possibile guerra atomica globale: era il 26 settembre 1983. I radar del bunker vicino a Mosca, dove Petrov era di guardia, segnalarono il lancio di diversi missili balistici intercontinentali dagli Stati Uniti diretti verso l’Unione Sovietica. Si trattava però di un errore del sistema satellitare sovietico di localizzazione. Petrov, contravvenendo agli ordini, decise di non segnalare il presunto attacco: una scelta compiuta con la coscienza di chi sapeva che quel semplice gesto avrebbe potuto causare milioni di morti. Un mondo in cui siano le macchine, per quanto sofisticate e più veloci di noi, a decidere un bombardamento su persone inermi sarebbe davvero spaventoso. La coscienza di un singolo uomo può valere il mondo intero.
La pace, infine, ha bisogno di speranza. La Chiesa continuerà a predicare la carità verso tutti gli uomini e le donne. Se c’è qualcosa che il mondo sta cercando oggi, credo sia un messaggio di speranza per il futuro. Guardiamo al domani con speranza, avendo trovato nel messaggio di Gesù l’unica fonte. Perché l’essenza dell’insegnamento di Cristo è questo: la carità, l’amore, il dare la vita per gli altri sconfiggono la morte, l’isolamento, la violenza: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» ( Gv 10,10).
A chi rischia di cadere nella tentazione della disperazione di fronte alle tante guerre in corso nel mondo, rivolgo l’invito che già papa Pio XI estese a tutta la Chiesa: «Ringraziamo Dio perché ci fa vivere in tempi difficili. Ora, a nessuno è permesso essere mediocre». Dio ci guidi sulle strade della non violenza. I credenti e le persone di buona volontà non smettano mai di operare come costruttori di pacificazione. Ciascuno faccia della pace la causa della propria vita.
Dal Vaticano,
19 giugno 2026
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