La sindrome di Sansone
Sansone diventa il ritratto del nostro tempo: forte, potente, ma cieco perché privo di sapienza. L’Armonauta sceglie invece un’altra via: cercare la Verità, la bellezza e l’impronta di Dio nell’uomo

C’era una volta Sansone. L’uomo dalla forza senza limiti. L’uomo dalla potenza senza sapienza.
C’era una volta Sansone. E c’è ancora. Ha cambiato connotati. Ha abbandonato la mascella d’asino sul ciglio della storia per impugnare strumenti più sofisticati. Ma la sua sagoma — la zoppia di gigante — la si può riconoscere dovunque. Cammina sui palchi delle conferenze, si aggira per gli studi televisivi, firma editoriali apocalittici, governa nazioni e comanda eserciti, lancia razzi e bombe, sviluppa modelli computazionali e architetture semantiche, accumula trofei e dimentica cuori e volti, dichiara guerre e invoca pacificazioni ingiuste, inganna le folle. Esercita la potenza. Ma ignora la sapienza. È la nostra civiltà. È il nostro tempo riassunto in una figura storica.
Il Libro dei Giudici lo dipinge come un colosso dalla biografia di perpetuo adolescente. Eroe ingombrante e pasticcione. Sceglie una donna che lo tradirà e, dopo aver squarciato un leone come fosse un capretto, si addormenta, beato e ottuso, sul grembo che lo sta consegnando al boia. Quando lo Spirito del Signore irrompe su di lui concedendogli una di quelle epifanie di forza che dovrebbero inaugurare una storia di salvezza, lui la spende per trecento volpi accese sulla coda in un campo di grano in fiamme. Tutta la sua vita racconta di un continuo e spettacolare spreco di doni. Tutta la sua biografia è il commento esteso di una stoltezza fondativa. Potenza senza sapienza, abbiamo già detto. Non rifiuta il dono di Dio: lo dilapida nell’inavvertenza. Non bestemmia il nome di Dio: lo dimentica. Crede che il segno sia la sorgente. Adora sé stesso e il proprio bicipite come un idolo intimo. Ci ricorda qualcuno. Ci ricorda noi.
Sansone è il ritratto della nostra civiltà. L’affresco più appropriato di quella superbia che attraversa la nostra epoca. Si assumono cariche pubbliche e private di altissima responsabilità, ci si impegna per disegnare e costruire il futuro, ci si ingegna per dominare le forze della natura e della vita, si dichiarano guerre, si conquistano mercati, si lotta per apparire e si dice, con la quieta tracotanza dei figli viziati: «Eccomi, sono qui». Si strumentalizza il nome di Dio. Ci si illude di essere gli “unti del Signore”. Ma non si sa, invece, che la sorgente si è ritirata. La frase che la Scrittura riserva a Sansone è la più impietosa che il Libro santo abbia scritto su un suo eletto: «non sapeva che il Signore si era ritirato da lui». Valse allora per Sansone. Vale oggi per i Sansoni del nostro tempo. Convinti di essere forza a sé stessi. Dimentichi che fra luce e tenebre non esiste un temperato e neutrale porto franco dell’anima e della Storia, dove parcheggiare comodamente la coscienza. Se non siamo con la verità, siamo con la falsità. Se non siamo con il Bene, siamo con il Male. Se non siamo nella luce, siamo nelle tenebre. Se non siamo con Dio, siamo contro di Lui. Se non produciamo frutti di vita, produciamo frutti di morte. Se non camminiamo verso il Paradiso, avanziamo verso l’Inferno. Nella vita — dello spirito e non solo — non c’è alcuna neutralità. O produciamo vita o produciamo morte. O produciamo verità o produciamo menzogna. O produciamo luce o produciamo tenebre. O generiamo il Bene nei cuori o generiamo il Male. Ognuno produce secondo la sua natura. Natura secondo Dio, opere secondo Dio. Natura secondo il mondo, opere secondo il mondo. Natura secondo il Bene, opere secondo il Bene. Natura secondo il Male, opere secondo il Male. Natura secondo la Verità, opere secondo la Verità. Natura secondo la Falsità, opere secondo la Falsità. Se siamo privi di questa sapienza, siamo stolti. Dalla sapienza produciamo frutti di vita. Dalla stoltezza generiamo frutti di morte. La Parola ascoltata e obbedita genera frutti di verità, di luce, di vita, di santità, di comunione, di giustizia. La Parola ascoltata e non obbedita, o non ascoltata e non obbedita, genera frutti di falsità, di tenebre, di morte, di divisione, di ogni ingiustizia.
Verrà il giorno del giudizio. E sarà doloroso. Per tutti.
È sufficiente osservare la Storia e subito si vedrà la grande stoltezza che oggi la avvolge. È come se avessimo smarrito anche il lume di quella razionalità e di quel discernimento naturali che erano capaci di pervenire alle sorgenti della Verità: non si vedeva tutta la Verità nella pienezza della luce divina, ma la si intravedeva e si aveva, almeno, sete di essa. Oggi dobbiamo confessare che la pesantezza del Male che ci sovrasta ci sta privando anche di questa naturale capacità di vedere il Bene. Siamo talmente schiavi dei nostri errori da essere stati accecati, allo stesso modo in cui fu accecato Sansone per effetto della sua stoltezza. È quanto sta accadendo oggi a moltissimi uomini e donne del nostro tempo. È grande la nostra cecità. Cecità degli occhi, certo. Ma anche e soprattutto cecità della mente, del cuore e della stessa anima. La cecità del corpo è solo la rivelazione esteriore di una cecità anteriore e interiore, molto più profonda ed essenziale.
Per queste ragioni la storia di Sansone è paradigmatica. È la storia di un uomo talmente accecato dalla sua stoltezza da estirpare da sé stesso tutta la parte spirituale. Fino a ridursi a un corpo che vive per soddisfare solo il corpo. Nutrendolo, però, di vizi e di peccati sempre più grandi. È la storia di un uomo – e dell’Uomo – che gira a vuoto. Sansone gira intorno a una macina. L’Umanità di oggi gira a vuoto intorno ai vizi, alle chimere e alle illusioni effimere. Gira il consumatore intorno alla pubblicità che ne anticipa i desideri prima che egli stesso li sappia. Gira lo sviluppatore intorno al modello che lo addestra mentre lo sostituisce. Gira il cittadino intorno alla piattaforma che lo monetizza. Gira l’elettore intorno al feed che lo manipola. Gira il combattente intorno al drone che gli sceglie il bersaglio. Gira il fedele intorno alla falsa verità. Gira il potente intorno alla sua superbia senza limiti. È la civiltà vuota: forte, cieca, omologata, ripetitiva. Inutile. Senza fine. Senza fini. Senza confini di bene e male.
È il volto esatto del nostro tempo.
Non c’è bisogno di forzare il parallelismo. Come Sansone, anche i Sansoni di oggi gridano — dichiarando ineluttabile la rovina che essi stessi causano: «Muoia con me ogni filisteo». La Scrittura annota, con asciutto candore: «Furono più i morti che egli causò morendo di quanti ne avesse uccisi in vita». Ha vissuto da forte; muore da demolitore. È il destino degli uomini contemporanei. È la civiltà della morte che sovrasta la civiltà della vita. È il compimento storico e spirituale della profezia biblica: la stoltezza che acceca, la cecità che estirpa, l’uomo che si riduce al proprio corpo finché il corpo stesso, privato dell’anima, diviene macchina fra macchine.
Abbiamo bisogno di sapienza, di vera sapienza.
Lo ha confermato proprio in questi giorni Papa Leone XIV, varcando la soglia dell’Università La Sapienza. Un luogo che porta nel suo stesso nome ciò che il nostro tempo ha smarrito.
Ai cuori giovani che lo ascoltavano ha parlato della «passione per la bellezza e la sapienza». Quella di Agostino. Quella di ogni cuore inquieto.
Cuore inquieto. Due parole che dicono per intero l’altra biografia. Non il cuore sazio di sé. Ma il cuore che cerca. Non il cuore di Sansone. Ma il cuore di Agostino.
E ha aggiunto: «chi ricerca, chi studia, cerca la verità, e alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta, in tutto quello che siamo noi, soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte a sua immagine, ma anche nella sua creazione».
Ecco la rotta dell’Armonauta. Cercare la Verità. Riconoscere la bellezza. Scorgere nel fratello l’impronta di Dio.
In una bottega di questa terra, che ho avuto la gioia e la grazia di frequentare, un anziano artigiano della verità, con spalle curve e spirito saldo, con mani chine sul banco della Storia e cuore vibrante di Cielo, prosegue il suo paziente e minuzioso lavoro. In silenzio. In preghiera. Senza aggiungere altro. Non ce n’è bisogno.
L’Armonauta non è Sansone. E non vuole esserlo.
L’Armonauta cerca la Sapienza.
La Sapienza si lascerà trovare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






