Alle trombe dei tiranni, le campane dell’umanità
Il Manifesto di Palantir, in ventidue punti, svela il volto di una civiltà tecno-feudale. Perché la retta conoscenza di Cristo è matrice della retta conoscenza dell'Uomo.

Firenze, novembre 1494. Carlo VIII di Francia è sceso in Italia con trentamila uomini e impone alla Signoria condizioni inaccettabili. Minaccia il saccheggio. Piero Capponi, Gonfaloniere, prende la pergamena imposta dal re, la strappa in faccia al sovrano e gli scaglia contro parole rimaste scolpite nei secoli: «Voi suonerete le vostre trombe. E noi suoneremo le nostre campane». È la fierezza di un popolo che non si piega. È la dignità civile contro l'arroganza del potere.
Quattro secoli dopo, in un'altra Firenze diversamente assediata – quella della Guerra Fredda, delle bombe H, della deterrenza nucleare – Giorgio La Pira, il “Sindaco santo”, pronuncia un altro memorabile paradosso: «C'è chi ha le bombe atomiche. Io ho soltanto le bombe della preghiera». Contro l'atomica, la coscienza. Contro la potenza, l'intercessione. Contro il terrore, la speranza. Non ingenuo disarmo, ma riconoscimento che la vera potenza abita un altro ordine del reale.
Oggi, davanti a un nuovo assedio della Storia – non meno temibile, forse più subdolo – viene da invocare un proposito analogo. Perché anche il nostro tempo conosce la sua “manciata di tiranni”, così come li ha definiti Papa Leone XIV. Plutocrati, autocrati. Coltivano una visione dispotica, transumana, post-democratica del futuro. Producono guerre, diseguaglianze, ingiustizie. Ci dicono: il futuro sarà dominato dalla tecnologia. Ci dicono: la democrazia è debolezza, lo Stato di Diritto un impedimento, la morale un inutile vincolo. Ci dicono: l'inclusività è mollezza. Ci dicono: la pace si costruisce con il “potere duro”. Ci dicono – si è letto, testualmente, in un recente documento – che «gli umani dovranno adattarsi a strutture di dominio e sottomissione, superando la loro consolidata avversione ai dittatori» Accumulano nelle loro mani uno smisurato potere tecnologico, finanziario e, oggi, anche politico. Sono i nuovi padroni del mondo. E si sentono Dio.
A costoro è tempo di rispondere, con una parola antica e nuova: «Voi suonerete i vostri algoritmi di dominio. Noi suoneremo le campane della Persona».
L'occasione è offerta da un documento che ha fatto giustamente scalpore e che merita un'attenta dissezione. Il 20 aprile, sull'account X ufficiale di Palantir – colosso americano dell'analisi dei dati fondato da Peter Thiel (del quale abbiamo già scritto), nato con capitali della CIA, oggi fornitore strategico del Pentagono, del Mossad e dei principali sistemi di intelligence mondiali, partner operativo nelle guerre di Gaza, in Ucraina e in Iran – è apparso un elenco di ventidue punti. È la sintesi, curata dalla stessa azienda, del libro di Alex Karp e Nicholas W. Zamiska La Repubblica tecnologica, pubblicato – in verità – già da un anno nella disattenzione generale. Non si tratta di comunicazione aziendale. Non si tratta di semplice promozione editoriale. È – nelle intenzioni palesi dei suoi autori – un manifesto ideologico. Una dottrina. Una visione di civiltà. Che, con tempismo non casuale (e tutto da decifrare) hanno deciso di rilanciare proprio in questi giorni.
Leggiamolo con sguardo attento. E impegniamoci in un necessario discernimento.
Il primo punto afferma che la Silicon Valley «ha un debito morale» verso l'America e che i suoi ingegneri hanno «l'obbligo di partecipare alla difesa della nazione». Il quarto dichiara che «la capacità delle società libere e democratiche di prevalere» richiede qualcosa di più dell'appello morale: richiede hard power, e «in questo secolo l'hard power sarà costruito sul software». Il quinto esplicita: «la domanda non è se verranno costruite armi basate sull'IA, ma chi le costruirà». Il dodicesimo proclama la fine dell'era atomica e l'avvento di «una nuova era della deterrenza costruita sull'IA». Il sesto rilancia il servizio militare obbligatorio come dovere universale. Il quindicesimo sostiene che «la neutralizzazione postbellica di Germania e Giappone deve essere superata»; il disarmo tedesco sarebbe stato «una correzione eccessiva, di cui l'Europa sta ora pagando il prezzo».
Poi arrivano gli ultimi tre punti. Forse i più rivelatori. Il ventesimo lamenta «l'intolleranza pervasiva verso la credenza religiosa in certi ambienti». Il ventunesimo afferma che «alcune culture hanno prodotto progressi fondamentali; altre rimangono disfunzionali e regressive». Il ventiduesimo chiude il cerchio: «Dobbiamo resistere alla superficiale tentazione di un pluralismo vuoto e privo di contenuto. In nome di cosa, in fondo, l'inclusione?».
Il disegno si compone. Definitivamente. Un esercito della Silicon Valley al servizio della nazione. Armi autonome basate sull'Intelligenza Artificiale. Deterrenza algoritmica al posto di quella atomica. Rimilitarizzazione dell'Europa e dell'Asia. Gerarchia esplicita di civiltà. Rifiuto teorico del pluralismo. Religione strumentalizzata come marcatore identitario dell'Occidente contro “l'Altro”. Critica alla “psicologizzazione” della politica, ovvero della sensibilità democratica, della cultura dei diritti, del pathos civico. Il tutto innervato, sotto la patina di una prosa accademica, da una volontà precisa: rifondare l’Occidente (decadente) sul binomio sovranità algoritmica e potenza militare.
Non sorprende che autorevoli osservatori – il filosofo della tecnica Mark Coeckelbergh, l'economista Yanis Varoufakis, l'investigatore digitale Eliot Higgins – abbiano descritto questo testo come «tecnofascismo». Non è iperbole polemica. È una diagnosi, per molti versi, fin troppo ovvia. Si tratta di una nuova forma di quel “modernismo reazionario” studiato, tre decenni fa, da Jeffrey Herf: utopia tecnologica saldata a nostalgia imperiale. Ottimismo prometeico sulla macchina e misantropia profonda sull'uomo. È l'Agenda TESCREAL – transumanesimo, estropianesimo, singolaritarismo, cosmismo, razionalismo, altruismo efficace, lungotermismo – che trova finalmente la sua liturgia pubblica. E il suo esercito.
Si osservi la contraddizione radicale. Il Manifesto apre invocando la ribellione alla “tirannia delle app” (punto 2). Ma il suo esito è una tirannia infinitamente più dura: la sottomissione dell'Umano al codice militare. Denuncia «la psicologizzazione della politica» (punto 10), ma pretende che lo Stato si ricostruisca intorno al pathos guerriero. Invoca rispetto per la fede religiosa (punto 20), ma la riduce a bandiera di civilizzazione contro civilizzazione. Rivendica il pluralismo intellettuale delle élite, ma nega il pluralismo come principio (punto 22). Lamenta «la spietata esposizione» della vita privata dei potenti (punto 18), ma fonda la propria economia sulla sorveglianza totale dei cittadini. Esalta «chi costruisce là dove il mercato ha fallito» (punto 16), fingendo di ignorare che quei “costruttori” sono anche i maggiori beneficiari del mercato stesso.
È un mondo capovolto. La libertà diventa servitù tecnica. Il perdono, prerogativa di pochi eletti. La sovranità, monopolio algoritmico. La religione, insegna di civiltà contro altre civiltà. La pace, residuo della debolezza. La persona, variabile da ottimizzare o bersaglio da individuare.
A questa visione dispotica si oppone – da oltre due millenni – una tradizione altra. Non ingenua. Non pacifista per inerzia. È la plurimillenaria tradizione del Magistero Sociale della Chiesa che riepiloga nel proprio corpus anche quella dell'umanesimo classico – ellenico, magnogreco, mediterraneo, rinascimentale – insieme all'eredità liberale del diritto e della democrazia ed alle Costituzioni novecentesche nate sulle ceneri dei totalitarismi.
Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa raccoglie e rilancia questa eredità. La sistematizza. La radica in una sorgente ulteriore. Non propone un codice astratto. Propone un centro. Un centro ontologico e antropologico insieme. Quel centro è la Persona. La persona umana nella sua verità integrale: finita e aperta all'infinito, corporea e spirituale, individuale e relazionale, ricevuta e responsabile.
Mettere al centro la Persona significa riconoscere che essa non è funzione del sistema produttivo. Non è risorsa ottimizzabile. Non è nodo della rete. Non è dato da estrarre. Non è bersaglio da identificare. La Persona è un fine in sé. Un mistero irriducibile. Un indisponibile. La differenza tra il Manifesto di Palantir e il Compendio della Dottrina Sociale non è differenza di opinioni politiche. È differenza di ontologie. È l'antitesi radicale tra una civiltà che mette al centro il potere – tecnologico, finanziario, militare – e una civiltà che mette al centro la Persona e la sua verità.
Ed è qui che la riflessione si fa sapienziale. Perché la Persona – la persona umana nella sua verità – non è un dato naturale da dedurre in un laboratorio antropologico. Non è una tesi filosofica. È una rivelazione. Noi sappiamo cos'è la Persona perché abbiamo conosciuto una Persona: una Persona divina che si è fatta carne, nella quale si è vissuta la più alta e più perfetta comunione tra Dio e l'Uomo.
Gesù di Nazareth è il Modello. È il paradigma. È la forma compiuta dell'Umano. È l'Uomo vero, il solo che riveli all'uomo ciò che l'uomo è. Ma attenzione: Egli è Modello solo se contemplato, compreso, annunziato e testimoniato nella sua interezza. Nel suo mistero di incarnazione, di nascita, di testimonianza della volontà del Padre, di passione, di morte, di risurrezione, di ascensione gloriosa al cielo, di invio dello Spirito Santo. Se di Lui cogliamo soltanto un frammento – il profeta sociale, il maestro di sapienza, il mistico orientale, l'eroe etico, l'icona civilizzazionale dell'Occidente – ne facciamo un idolo. Una pura costruzione della nostra mente. E da una falsa conoscenza di Gesù scaturisce inevitabilmente un'errata presenza cristiana tra gli uomini. Da una visione unilaterale di Lui si genera una risonanza operativa che, lungi dall'essere efficace, si rivela dannosa.
Nell'ignoranza di Gesù c'è ignoranza di Dio. C'è ignoranza dello Spirito. Ma c'è anche – e non è la cosa meno grave – ignoranza dell'uomo. Delle sue vere necessità. Del suo vero destino. La crisi cristologica si fa crisi teologica, pneumatologica e, insieme, antropologica. La sofferenza in cui è immersa l'umanità, a tutti i livelli, è ignoranza di Gesù. Non lo si conosce. Non lo si presenta. O lo si presenta sfigurato, alterato, addomesticato alle esigenze del tempo.
Ecco la radice sapienziale della differenza. Il Manifesto di Palantir invoca la religione come marker identitario. Ma una religione ridotta a identità – un Cristo piegato a vessillo dell'Occidente, un Vangelo compresso nella carta costituzionale della supremazia culturale – è un idolo. È il rovescio esatto del Dio che si è fatto povero, che è nato in una stalla, che è stato «reietto, escluso, rifiutato, consegnato, abbandonato, lasciato solo». È il rovescio esatto dell'Uomo che ha posto interamente la sua vita nelle mani del Padre – non nelle mani del Pentagono, né in quelle di alcuna plutocrazia tecnologica.
La retta conoscenza di Gesù è matrice della retta conoscenza dell'uomo. Perché in Lui la carne è divenuta strumento per far nascere la nuova vita nella verità dello Spirito. Non solo Egli insegna la via della vita; la percorre. Non solo la percorre; trasforma la nostra morte in risurrezione, la nostra passione in virtù, la nostra concupiscenza in desiderio di cielo, il nostro egoismo in dono di vita e in principio di comunione, il nostro attaccamento alla terra in povertà in spirito.
Chi conosce davvero Gesù non costruirà mai una “repubblica tecnologica” fondata sull'hard power. Costruirà la Repubblica della Persona. La civiltà del dono. La civiltà della comunione. Quella dove la vita si consegna e non si estrae. Dove il sangue si versa per salvare e non si fa colare per vincere. Dove la persona è riscattata e non targettizzata.
Ed eccoci, dunque, al proposito dell'Armonauta.
Mentre le trombe dei nuovi tiranni risuonano dagli headquarters di Denver e Palo Alto, mentre i satelliti tessono la rete della sorveglianza globale, mentre i server macinano dataset per identificare bersagli, l'Armonauta fa un'altra cosa. Suona le campane. Antiche e nuove. Campane che chiamano a raccolta la coscienza. Campane che ricordano, a ogni rintocco, che l'Uomo non è software. Che la Persona non è potenza di calcolo. Che la verità non è vittoria militare. Che la civiltà non è egemonia.
L'innovazione armonica non è un’alternativa timida alla “repubblica tecnologica”. È visione radicalmente altra. Non rifiuta la scienza: la subordina alla sapienza. Non rigetta la tecnica: la orienta al servizio della Persona. Non nega la potenza: la misura con la giustizia. Non rinnega l'Occidente: lo restituisce alle sue vere radici –mediterranee, classiche, cristiane, umaniste – che ne fanno la culla possibile di una civiltà della comunione, non il bastione di una supremazia.
Suonare le campane della Persona significa, oggi, custodire l'indisponibile. Ricordare che esistono soglie che nessuna Intelligenza Artificiale potrà mai varcare. Presidiare la coscienza dove l'algoritmo pretende di sostituirsi al discernimento. Educare la libertà dove il codice vorrebbe ingegnerizzare il comportamento. Coltivare la relazione dove il profilo pretende di catturare l'identità. Testimoniare il mistero dove l'efficienza si affanna a dissolvere il sacro.
È una battaglia spirituale prima che politica. È – come diceva La Pira – una battaglia di bombe di preghiera contro bombe di ogni altro tipo. Perché ciò che è nato nella fede solo nella fede può continuare a vivere e produrre frutti.
Fino a quando – e accadrà – tornerà a farsi udire, sopra il frastuono della Storia, la sola voce che davvero salva. Quella del Verbo che si è fatto carne. E ha piantato la sua tenda tra di noi. Lui, unico vero Signore della Storia.
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