Risorgere dalla società artificiale

Nell'ora del sepolcro, la verità torna viva e la vita torna vera
March 31, 2026
Risorgere dalla società artificiale
Siamo dentro la Settimana Santa. I giorni più densi dell'anno liturgico.
È in questo contesto che irrompe una notizia che sta suscitando grande eco mondiale. Sabato 28 marzo 2026 l'Indonesia ha applicato il divieto di accesso ai social network per tutti i cittadini under sedici. Il giorno prima, il governo austriaco aveva annunciato la propria proposta di legge: stessa direzione, soglia fissata a quattordici anni, disegno di legge atteso entro giugno. Non sono notizie isolate. Sono l'ultimo capitolo – per ora – di una storia che nel giro di pochi mesi ha attraversato l'Australia, la Francia, la Danimarca, la Norvegia, la Spagna, il Brasile, la Malesia, e che in Italia conta già quattro proposte parlamentari in attesa di voto. Una mappa mondiale di divieti, di soglie d'età, di sistemi di verifica dell'identità digitale, di sanzioni miliardarie alle piattaforme che non vigilino. Il mondo ha deciso: i bambini devono essere protetti dai social network.
“Il codice è legge”, sosteneva Lawrence Lessig, celebre giurista di Harvard. Il codice si installa silenziosamente, sui dispositivi di miliardi di persone. Mentre vivono, mentre dormono.
Lo scroll infinito non è un'innovazione tecnica neutrale: è un meccanismo progettato con precisione ingegneristica per intercettare i circuiti neurologici della ricompensa e tenerli in uno stato di eccitazione permanente che impedisce la quiete, la riflessione, il silenzio. Le notifiche calibrate sull'ansia non sono un effetto collaterale: sono il prodotto, sono l’obiettivo. I meccanismi di confronto sociale incorporati nella struttura delle piattaforme non sono un danno imprevisto: sono il motore del business. Una macchina di questo tipo non produce dipendenti come esito indesiderato. Li produce come scopo. Nuove dipendenze emergono inevitabilmente.
Quando un adolescente apprende a elaborare il dolore attraverso un feed, quando misura il proprio valore attraverso i like, quando costruisce la propria identità in funzione di ciò che un algoritmo premia, quando scopre l'amore e il corpo attraverso sequenze di immagini selezionate da una macchina progettata non per la sua fioritura ma per la massimizzazione del tempo di permanenza, non sta semplicemente usando uno strumento artificiale: sta diventando, in modo progressivo e spesso irreversibile, un essere la cui esperienza interiore è mediata, plasmata, sostituita dall'artificiale. Una persona il cui desiderio è stato colonizzato, la cui attenzione è stata espropriata, la cui identità è stata costruita in funzione di un algoritmo esterno: quella persona è libera? La risposta onesta è no.
La soluzione pensata dai governi è, tuttavia, figlia della cultura che ha creato il problema. Quando un governo impone alle piattaforme di verificare l'età di ogni utente, non sta scrivendo solo una tutela: sta ordinando la costruzione di un'infrastruttura di identificazione capillare che esisteva fino a ieri soltanto nei sogni dei servizi di intelligence. Soluzioni artificiali per problemi artificiali. Il nesso non è teorico. In pochi mesi si sono consumati tre movimenti paralleli. Una delle maggiori piattaforme mondiali ha rimosso la crittografia dai messaggi privati di centinaia di milioni di persone, adducendo la sicurezza dei minori, mentre documenti interni emersi in un'aula giudiziaria parlano di una scelta consapevolmente «irresponsabile». Un sistema operativo ha introdotto la verifica obbligatoria dell'identità per accedere ai contenuti di un dispositivo personale, in ottemperanza a una legge sulla sicurezza online. Sistemi di riconoscimento facciale confrontano i volti di cittadini con miliardi di fotografie per costruire database di deportazione, incrociando dati sanitari, migratori e comportamentali. Tre processi separati, tre soggetti diversi, la stessa direzione: ogni utente identificato, ogni comunicazione leggibile, ogni contenuto filtrato a monte.
Di fronte a queste convergenze unanimi e simmetriche, in questi giorni che portano alla Resurrezione, c'è allora il dovere di compiere il passo che la cronaca non fa: non contestare la conclusione, ma interrogare la premessa. Non chiedersi a quale età si accede ai social, ma chiedersi che cosa è diventata la società che li ha generati. E chi sono diventati gli esseri umani che quella società ha formato. La domanda, dunque, è doppia. Chi non la pone si preoccupa di rimuovere i sintomi e non sta curando la malattia. Eccola nella sua forma più nuda: stiamo inesorabilmente scivolando verso una società artificiale? E la società artificiale, davvero, conviene?
Non si tratta, si badi bene, di un tema riferibile alla sola questione dell'intelligenza artificiale. Sarebbe fin troppo comodo: indicare l'algoritmo come colpevole, circoscrivere il problema alla macchina, e tornare a dormire tranquilli. L'intelligenza artificiale costituisce soltanto l'ultima acquisizione – la più spettacolare, la più visibile – di una tendenza che da molto tempo si muove coerentemente nel solco di una prospettiva tesa a costruire una società – e conseguentemente un'economia e un modello culturale, relazionale e dello sviluppo – eminentemente artificiale.
Abbiamo iniziato col rendere artificiali i sistemi economici e poi, a seguire, la moneta, i beni, i prodotti, il lavoro, i fattori produttivi, i bisogni, le comunità, la famiglia, l'informazione, la democrazia, la politica, il sapere, le relazioni, i sentimenti, le passioni, le ideologie, il passato, il presente, il futuro, le persone, la società. In una parola: l'Umano. E, a pensar bene, anche il Divino. Ma una società artificiale non può produrre frutti né essere generativa, per sua stessa ontologia costitutiva: inizia e finisce in sé stessa. È un manufatto amorfo e non un organismo pulsante: è priva di vita autentica. Non è dotata di potenza e movimenti relazionali: costringe ogni persona a una solitudine ontica. In conclusione – e la parola va pronunciata senza attenuazioni – una società artificiale è sterile: in se stessa e fuori da se stessa.
Ecco il punto che la Settimana Santa illumina con una luce che nessuna analisi sociologica può eguagliare. La civiltà artificiale è una civiltà sepolcrale. La civiltà artificiale ha costruito forme perfette di vita – istituzioni, mercati, schermi, algoritmi, identità – che assomigliano alla vita, la replicano, la simulano, ma dentro le quali la vita vera non respira più. Da questo sepolcro artificiale è necessario risorgere. È necessario lasciarsi risorgere. Una società artificiale, infatti, produce uomini artificiali. E l'uomo artificiale – e qui sta il nodo che la politica e la sociologia sistematicamente eludono – è uno schiavo.
Non uno schiavo in senso metaforico. Schiavo nel senso aristotelico aggiornato: colui che è privato della facoltà deliberativa non per natura né per decreto, ma per architettura. Colui la cui libertà è stata svuotata dall'interno attraverso la sostituzione progressiva del desiderio autentico con quello artificialmente indotto, della relazione con la sua simulazione, della verità con il verosimile computazionalmente ottimizzato. Come ha scritto il teologo Costantino Di Bruno, spostare il fine naturale dell'uomo, sostituendolo con un fine artificiale, significa «porre l'umanità tutta in una schiavitù dalla quale non c'è liberazione».
In questo inferno artificiale, l'Umano naturale si smarrisce e si perde, poiché esso non è stato creato per l'artificialità: è stato creato per portare a compimento la sua natura. La società artificiale uccide l'Umano. Edificando la società artificiale, l'Umano ha dichiarato – di fatto – la morte dell'Umano stesso: un suicidio programmato, silenzioso, incrementale, applauditissimo.
È questa la dinamica pervasiva cui i nostri bambini e adolescenti (e l’Umanità intera) sono sottoposti. Molto di più che una semplice dipendenza da scroll. La contemporaneità è carente del principio di realtà e, per conseguenza, del principio di normatività e di autenticità. «Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu», ricordava Tommaso d'Aquino. L'umanità ha costruito un intelletto senza senso – senza quel contatto primigenio con la realtà che soltanto l'esperienza autentica, incarnata, ferita, guarita, può dare. Ha costruito un mondo di «oggetti incorporei» e di necessità non necessarie, nelle quali — come ha scritto Gian Paolo Caprettini — «le relazioni di scambio diventano sempre più astratte» e «le dipendenze dai bisogni sempre più imperscrutabili».
La vera questione è, quindi: come possiamo affrancare i bambini (e l’Umanità intera di cui i bambini sono il presente e il futuro) dalla tirannia pervasiva e crescente della società artificiale in un’epoca nella quale i “padroni del mondo” disegnano e implementano agende esplicitamente distopiche? La soluzione non è (solo) giuridica. Non c'è nulla di sbagliato, in sé, nel vietare ai bambini l'accesso a macchine progettate per indurre dipendenza. Anzi. È ragionevole. È persino doveroso. Ma chiunque abbia frequentato un adolescente negli ultimi dieci anni sa che un divieto senza un senso alternativo è una porta chiusa davanti a un edificio senza pareti. Si aggira, si scala, si trova sempre il modo. E spesso il modo conduce in luoghi più bui di quelli da cui si voleva proteggere.
La soluzione non è nemmeno (solo) sociologica. Non basta ridisegnare i contesti –famiglie, scuole, comunità – se al loro interno continua a mancare la sostanza che rende l'esperienza umana qualcosa di diverso da un flusso di stimoli da ottimizzare. I programmi di educazione digitale, le app di parental control, i sistemi di verifica biometrica dell'età: tutto necessario, tutto insufficiente. Come un antibiotico che combatte l'infezione ma non ricostruisce il sistema immunitario. La soluzione è ontologica: riguarda ciò che l'essere umano è, non ciò che fa né ciò che consuma. Riguarda la domanda che ogni adolescente, affacciandosi alla vita porta dentro di sé come un fuoco che brucia e non sa ancora nominare: chi sono? Perché esisto? Che cosa vale la pena di amare?
La soluzione è, insieme, soteriologica: riguarda la liberazione. Nel senso alto, antico, inesauribile del termine. Nel senso in cui si libera chi è stato prigioniero senza saperlo. Nel senso pasquale, precisamente: nel senso in cui si restituisce a qualcuno la propria vita, sottratta prima ancora che sapesse di averla. La Pasqua non è una metafora. È il prototipo ontologico di ogni vera liberazione. È l'evento in cui la realtà ha dimostrato, una volta per tutte, che la morte non ha l'ultima parola — né la morte biologica, né la morte dell'Umano, né la morte della verità.
C'è una parola nel Vangelo di Giovanni – pronunciata in un'aula di pietra, davanti a un uditorio ostile, in una città occupata – che la tradizione ha consegnato ai secoli come uno dei vertici della rivelazione antropologica: «La verità vi farà liberi». Non: la regolamentazione vi farà liberi. Non: il divieto vi farà liberi. Non: l'algoritmo più equo vi farà liberi. La verità. Solo la verità. Quella stessa verità che il Venerdì Santo sembrava definitivamente sconfitta – sepolta, sigillata, sorvegliata da soldati armati – è la verità che, la domenica di Pasqua, è uscita dal sepolcro. Non è la verità di un'idea. È la verità di una Persona. È Logos incarnato. Questa è la notizia che la Settimana Santa custodisce: che la verità non può essere definitivamente sepolta. Che la vita autentica – quella che nessuna simulazione può replicare – resiste a ogni artificio, perché è più forte di qualunque artificio.
Einstein amava ricordare che «la realtà è probabilmente un'illusione, ma molto persistente», dalla quale non si può prescindere. Ritorna, così, la connessione profonda tra intelligenza e verità, tra realtà e libertà. L'uomo artificiale non è libero perché non abita la realtà: abita la sua simulazione. E chi abita la simulazione non può volere autenticamente, non può amare autenticamente, non può – nel senso più proprio – vivere autenticamente. La libertà che il Vangelo annuncia non è la libertà di fare ciò che si vuole – quella è l'ideologia pubblicitaria con cui le piattaforme hanno colonizzato il desiderio degli adolescenti. È la libertà di diventare ciò che si è: di compiere la propria natura fino in fondo, di abitare la propria esistenza con quella pienezza che i greci chiamavano eudaimonia e i medievali beatitudo. Una libertà che non si consuma nell'istante del clic: matura nel tempo, nella fedeltà, nel sacrificio, nella relazione autentica, nella contemplazione di ciò che è bello perché è vero.
Allora la Pasqua, quest'anno, porta con sé una domanda che non è solo liturgica. È civilizzatoria. Siamo disposti a uscire dal sepolcro che ci siamo costruiti? Siamo disposti a riconoscere che la vita artificiale – per quanto comodamente organizzata, socialmente approvata, tecnologicamente sofisticata – è una forma di morte? Siamo disposti a desiderare, di nuovo, la vita vera? L'Armonauta non si oppone ai divieti. Si oppone all'illusione che i divieti bastino. Si oppone alla comodità di una risposta tecnica a una crisi che è, nel suo nucleo, una crisi di verità. Perché il problema dei problemi è che abbiamo costruito una società artificiale, un'umanità artificiale, una vita artificiale. E infinite necessità artificiali che esigono il sacrificio – fino all’olocausto – di tutto ciò che è intimamente e autenticamente umano. E le leggi non toccano il sacrificio: possono soltanto, al più, rallentarlo.
Il Modello-Mammona non si combatte con le contromisure di Mammona. Non si combatte vietando Mammona ai minori di sedici anni e concedendolo agli adulti, come se una soglia anagrafica rendesse l'essere umano immune al meccanismo di sostituzione che lo svuota. Si combatte con il Modello-Cristo.  Non si tratta di invocare una decrescita felice né di demonizzare il cammino di progresso dell'umanità nella storia. Anzi, al contrario: si tratta di ridare vera vita alla vita vera. Tutto è buono, se usato bene e per il bene. La questione non è la tecnologia: è il fine. Non è il mezzo: è la verità che orienta il mezzo. Non è lo strumento: è l'uomo che lo tiene in mano e sa – o non sa più – chi è.
Questa libertà non si legisla. Si testimonia. Si incarna. Si trasmette attraverso la qualità della presenza: di un genitore, di un maestro, di una comunità, di una Chiesa che sia casa e non museo, profezia e non nostalgia. Si trasmette attraverso l'esperienza – ancora possibile, ancora capace di meravigliare – del silenzio, della natura, dell'amicizia, dell'arte, della preghiera: esperienze che le piattaforme non possono simulare perché richiedono una cosa che la macchina non può dare – la realtà di un altro che ti guarda e ti vuole bene non per ciò che produci, ma per ciò che sei.
Il mondo sta vietando i social agli adolescenti. È un passo. È un passo che arriva tardi, già in parte aggirato, che lascia intonse le radici. Ma è un passo – e ogni passo nella direzione giusta merita rispetto, anche quando non è abbastanza. Il passo successivo è più difficile, più lungo, più scomodo. Non richiede un parlamento né un sistema di verifica biometrica. Richiede adulti che abbiano deciso di risorgere – di uscire, per primi, dal sepolcro della vita artificiale – e disposti a mostrare ai loro figli come si fa.
Non si tratta di vietare.
Si tratta di risorgere.
Alla Vita Vera.
Buona Settimana Santa.
Buona Pasqua.

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