L’État c’est moi. La Foi c’est moi.

Sullo scontro tra Leone XIV e Trump, la domanda vera non è il rapporto tra Stato e Chiesa. È se esistono ancora uno Stato e una Chiesa con cui sia possibile rapportarsi.
April 21, 2026
L’État c’est moi. La Foi c’est moi.
Il confronto è senza precedenti. Da un lato Donald Trump, che ha definito Papa Leone XIV “debole” in politica estera e – con un’arroganza inquietante e senza precedenti nella storia recente delle democrazie liberali – ha rivendicato il merito della sua elezione e lo ha violentemente attaccato. Dall’altro il Sommo Pontefice, costituito da Cristo Gesù custode del suo Vangelo e di ogni verità in esso contenuta, che, nelle sue vesti di Papa, ad Annaba – l’antica Ippona agostiniana, dove per la prima volta nella storia un Pontefice agostiniano posava lo sguardo sui luoghi del proprio predecessore nel carisma – ha affermato in modo solenne: «Non ho paura. Continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra. Non penso si possa abusare del Vangelo nel modo in cui alcune persone stanno facendo». Ma chi è il Sommo Pontefice per Trump, per il mondo e per moltissimi cristiani del nostro tempo? Solo Robert Francis Prevost. Un uomo come tutti gli altri uomini. Un cristiano come tutti gli altri cristiani. Un capo di stato come tutti gli altri capi di stato. Con una parola come tutte le altre parole. JD Vance, “cattolico convertito”, ha completato il trittico imponendo – o presumendo di poter imporre – al Papa i confini del proprio magistero: il Vaticano – ha sentenziato – «dovrebbe limitarsi alle questioni morali e interne alla Chiesa», prestando attenzione – ha aggiunto – alle posizioni teologiche di volta in volta assunte. Salvo poi riconoscere, chissà quanto tatticamente, che il Papa “parla del Vangelo”.
La scena è, dunque, di straordinaria densità drammatica. Ed è comprensibile che moltissimi commentatori vi abbiano trovato materia per approfondire il grande e antico tema del rapporto tra Stato e Chiesa, tra fede e politica, tra autorità spirituale e potere temporale. La domanda sembra quasi scriversi da sé. Chi può parlare di cosa? Dove finisce Cesare e dove inizia Pietro?
A pensarci bene, però, la questione è ben più profonda. Perché – ecco il punto – dovremmo chiederci: di quale Stato stiamo parlando? E di quale fede?
Luigi XIV diceva: «L’État c’est moi». Era una pretesa totalizzante: la fusione del sovrano con la macchina dello Stato. Arrogante, certo, ma almeno strutturata. Aveva ancora un’istituzione dietro di sé, un corpus di leggi, una continuità dinastica, una forma riconoscibile. Oggi, ogni politico – e Trump ne è il paradigma compiuto – dice qualcosa di più radicale e, in fondo, di più nichilista: «Lo Stato sono io». Non l’istituzione, non la costituzione, non la res publica. Io. Il mio post sui social. La mia percezione della realtà. Il mio nemico di questa settimana.
È la logica del “super-uomo” liquido proiettata sul potere. Lo Stato non come patto tra cittadini, ma come estensione narcisistica del sé del governante. L’istituzione come costume di scena, indossato e dismesso secondo convenienza. Il bene comune come appendice retorica della volontà di un singolo. È la pianificata e progressiva distruzione del concetto di limite.
E il cristiano? «La Foi c’est moi», risponde, senza saperlo, dall’altra parte dello specchio.
Ogni cristiano – e qui la questione si fa più dolorosa, perché tocca non il potere ma la coscienza – si costruisce la propria fede a propria immagine e somiglianza. La personalizza. Ne espunge ciò che disturba. Ne amplifica ciò che conforta. Cita Agostino per legittimare le deportazioni di massa – come fa Vance, e non solo lui per la verità: il malcostume è ormai diffusissimo – e dimentica le Beatitudini. Oppure abbraccia la misericordia e dimentica la verità. In entrambi i casi, non è la fede ad abitare il cristiano: è il cristiano a modellare la propria fede, ridotta a spazio su misura. Specchio di sé. Non porta verso la trascendenza che ci eccede.
Il Cristianesimo si trasforma così in cristianismo: ideologia personale, sistema di senso su misura, conforto identitario. Una parola che ha risuonato con inattesa precisione nella giornata conclusiva dello splendido Impatta Disrupt, il Festival italiano dell’Innovability ideato da Pierluigi Sassi, dove Ezio Mauro l’ha rilanciata come diagnosi di un’epoca: non più la fede come incontro con un Altro che trascende e trasforma, ma come proiezione del sé su un cielo che si è svuotato. Il cristiano che si fa il proprio Cristo. Il fedele che si fa il proprio Vangelo.
Ma il cristiano non si fa la fede. La riceve come un dono. E come un dono è chiamato ad abitarla, custodirla e viverla. Non è lui il metro della fede: è la fede a misurare lui.
Se entrambe le premesse sono vere – che ogni politico si fa il proprio Stato, e ogni cristiano si fa la propria fede – allora il dibattito sul rapporto tra fede e politica diventa – per quanto nobile – quasi surreale. Come si articola il rapporto tra due entità che l’era fluida, relativista e artificiale ha reso evanescenti, se non addirittura inesistenti? Come si ragiona di confini tra sfere quando le sfere stesse si sono liquefatte? Prima del rapporto tra i soggetti è necessaria l’esistenza degli stessi soggetti. E i soggetti – il cittadino e lo Stato; il cristiano e la fede – sono oggi in crisi strutturale, non congiunturale.
La vera sfida, allora, è duplice. Prima: ricostruire il cittadino nel suo rapporto con lo Stato. Poi: ricostruire il cristiano nel suo rapporto con la fede, con la vera fede, con la vera trascendenza. Solo dopo si potrà tornare a parlare di fede e politica con una qualche speranza di senso e verità.
Sul primo versante, la dissoluzione del legame tra cittadino e Stato non è accidentale. È sistemica. È il frutto di decenni di progressiva deistituzionalizzazione, alimentata da un individualismo che ha scambiato la libertà per la liberazione da ogni vincolo, incluso quello del bene comune. Il risultato è uno Stato che non riesce più a essere casa di nessuno. E un cittadino che non riesce più a essere membro di qualcosa che lo superi. È la liquefazione delle grandi narrazioni: politiche, poetiche, metafisiche, morali e spirituali.
La risposta non viene da nuove leggi né da nuovi algoritmi. Viene da una ricostituzione del legame tra persona e comunità che non sia imposta dall’alto ma generata dall’interno: non la governance tecnocratica, ma la responsabilità relazionale. L’innovazione armonica, in questa prospettiva, non propone strumenti: propone un’ontologia. Innovare non è ottimizzare processi; è obbedire alle leggi della vita, della comunità e della creazione. È riconoscere che l’io non si realizza contro il noi, ma attraverso di esso. Che il cittadino non precede la comunità: da essa emerge, di essa è figura e responsabilità.
Sul secondo versante – il rapporto tra cristiano e fede – la posta in gioco è ancora più alta, perché tocca l’eternità, non solo la storia. La differenza tra il cristiano e il cultore del cristianismo è esattamente questa: il primo si lascia trasformare da un incontro; il secondo usa e strumentalizza il vocabolario di quell’incontro senza lasciarsene toccare.
Ma questa non è soltanto una questione individuale. È una questione soteriologica, ecclesiale, comunitaria, corporea. Nel senso più pieno e radicale. La domanda che emerge dalle radici più profonde della tradizione apostolica è questa: quanto noi crediamo che sia necessario divenire corpo di Cristo e crescere in esso, se vogliamo liberarci dall’otre della carne in cui l’umanità giace ammassata, facendosi guerra? Quanto confessiamo che solo nel corpo di Cristo si trovano la pace, la comunione, la concordia, la verità, la luce? Quanto amiamo gli uomini da indicare loro questa via – necessaria, assoluta, universale, eterna, indispensabile – per raggiungere la vera salvezza?
La risposta dell’innovazione armonica, anche su questo fronte, non è tecnica. È antropologica e, più in profondità, ontologica. È la restituzione dell’uomo a sé stesso e alla propria Verità costitutiva. Attraverso la relazione con l’Altro. L’Altro che, per il cristiano, ha un nome preciso, una carne precisa, una storia precisa: il Logos eterno. Senza questa restituzione, la fede rimane ideologia, il cristiano rimane solo con il proprio specchio, e la Chiesa è ridotta a teatro dell’identità individuale.
E la Storia si attorciglia in un vortice sempre più privo di soluzioni.
Lo scontro tra Leone XIV e Trump è reale, e le sue implicazioni geopolitiche, pastorali e simboliche sono enormi. Ma l’Armonauta sa che le tempeste di superficie nascondono correnti più profonde.
La vera posta in gioco non è chi comanda il mondo: è chi abita sé stesso. Non è il confine tra la politica e la fede: è se la politica è ancora politica e se, soprattutto, la fede è ancora fede.

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