Thiel, Habermas, Francoforte e la fine della democrazia

Una riflessione su Habermas e Thiel come simboli di due idee opposte di uomo, potere e modernità. E su ciò che, oltre il dialogo e oltre il dominio, può ancora salvare l’umano.
March 24, 2026
Thiel, Habermas, Francoforte e la fine della democrazia
All’indomani del voto referendario, vorrei chiudere la trilogia di articoli su Peter Thiel parlando (of course) di democrazia. E di una coincidenza (singolarissima), poco valorizzata, che vale la pena evidenziare e commentare. Il 14 marzo 2026 Jürgen Habermas si è spento a Starnberg, in Baviera. Novantasei anni. Tra i più fervidi custodi della cultura democratica contemporanea. Ultimo erede della Scuola di Francoforte. Il giorno seguente, il 15 marzo, Peter Thiel, che a Francoforte ci è nato, ha inaugurato a Roma le sue quattro conferenze. Per parlare di Anticristo (sic!), Apocalisse e Fine della Democrazia. Muore il filosofo del dialogo. Inizia il convegno del dominio. Stessa città, destini capovolti. Habermas ha fatto di Francoforte il laboratorio intellettuale dell'Europa deliberativa. Thiel vi è nato e l'ha abbandonata – insieme a tutto ciò che rappresenta – per costruire altrove un edificio concettuale radicalmente opposto.
La coincidenza si acuisce quando entra in scena Alex Karp, amministratore delegato di Palantir Technologies, la creaatura di Peter Thiel. Prima di diventare il Leporello di Thiel, Karp aveva studiato proprio a Francoforte. Alla Goethe Universität. Nell'orbita intellettuale di Jürgen Habermas. La sua dissertazione si intitolava Aggression in the Lebenswelt – «L'aggressione nel mondo della vita» – e portava nel titolo il concetto più caro al maestro. Per decostruirlo però. Trasformandolo da spazio di dialogo emancipativo a campo di aggressione da governare. Ancora una volta, torna in scena Francoforte. Sorprendente coincidenza. Evidentemente casuale. Ma, proprio per questo, ancora più eloquente.
Così come non è casuale che Thiel abbia trascorso l'infanzia in Sudafrica e in Namibia – l'ex colonia tedesca dove l'apartheid era legge dello Stato, dove la sorveglianza etnica era prassi quotidiana, dove la gerarchia di razza non aveva bisogno di giustificarsi davanti ad alcun discorso pubblico. Il suo sodale (delle prime ore) più noto, Elon Musk, è cresciuto nello stesso ordine sociale. Un'antropologia appresa nell'infanzia non si cancella con la filosofia appresa all'università. Si sublima, probabilmente. Si traduce in codice. Si trasferisce nelle architetture di potere che si costruiscono da adulti. Palantir come apartheid digitale. Non è una provocazione. È una genealogia. Anche questo aspetto è poco approfondito.
Lo stesso giorno della morte di Habermas, l’amico Padre Paolo Benanti, consigliere di Papa Leone XIV per l'intelligenza artificiale, definiva l'intera azione di Thiel «un atto prolungato di eresia». Non eresia nel senso corrente. Bensì, nel senso originario di hairesis, la scelta che isola un frammento di verità e lo eleva a principio assoluto. Competizione, tecnologia, individuo: staccati dall'Armonia del tutto, diventano idolo.  Le quattro sessioni romane – tra smentite, interrogazioni parlamentari e partecipanti vincolati al silenzio – hanno rappresentato la summa della pseudo-teologia tecno-politica di Thiel. Il suo vocabolario ruota attorno a due parole greche: katechon ed eschaton. Il katechon – la forza che trattiene il male finale – non è, per lui, la Grazia né il legame comunitario: è la tecnologia. Il monopolio computazionale. L'eschaton non è promessa di autentica e salvifica redenzione, ma catastrofe imminente da dominare prima che la domini.
Il cardine dell'argomentazione era un versetto di Paolo: “«quando dicono «“pace e sicurezza”», allora verrà su di loro la rovina improvvisa”. » L'Anticristo non è una figura individuale: è un sistema. È la pace imposta. La sicurezza garantita al prezzo di ogni autonomia. Al costo della morte dell’Umano e dell’Umanità. I suoi precursori? La regolamentazione tecnologica. Le istituzioni sovranazionali. La governance globale. La struttura retorica è di un'eleganza quasi ammirevole: Thiel si posiziona come difensore della libertà, e il suo prodotto – che sorveglia letteralmente tutto – diventa il katechon, lo scudo contro la tirannia. Ma la sostanza è confusa ed ingannevole. Anzi di più. Potremmo dire – azzardando un parallelismo ardito ma metaforico – che Thiel utilizza i concetti ed i valori della tradizione cristiana con la stessa strumentalità con cui essi vengono utilizzati da certa sottocultura mafiosa. La tecnologia diventa il santino sul quale giurare col sangue il patto (mortale). Di appartenenza e di dominio.
Habermas, invece, ha fatto la scelta opposta. La sua risposta fu la Teoria dell'agire comunicativo. Il linguaggio (e la relazione) come luogo originario in cui gli esseri umani costruiscono – o distruggono – il mondo comune. L'etica del discorso: una norma è valida soltanto se tutti i concernenti possono accettarla come partecipanti a un discorso razionale. Il valore della partecipazione: è nella comunità che la dignità del singolo è custodita e valorizzata, come dono essenziale per l’utilità ed il bene comune. La legittimità non nasce dalla forza: nasce dall'argomentazione libera. È stata, quella di Habermas (e non solo di Habermas) una scommessa eroica. Egli sapeva quanto fosse fragile di fronte all’urto della modernità. Eppure, non ha ceduto. Fino alla fine.
La divergenza tra i due, dunque, non è (solo) politica. È ontologica. Habermas credeva che la razionalità comunicativa potesse vincolare il potere. Thiel crede che il potere sia la sola razionalità che conta. Uno fondava la legittimità sul consenso argomentato. L'altro la fonda sulla forza capace di garantire l'ordine nella catastrofe. Entrambi, però, hanno guardato nell'abisso della modernità tardiva e hanno visto lo stesso vuoto. La stessa forma svuotata di una civiltà che ha perso il suo principio fondativo. La differenza è nella risposta. Habermas vuole riparare la modernità dall'interno. Thiel vuole accelerarne il collasso per estrarne il controllo. Due medicine insufficienti. Perché entrambe, per ragioni opposte, si fermano prima della verità.
Il dialogo habermasiano è nobile. Ma presuppone ciò che dovrebbe fondare: la buona volontà degli interlocutori. Quando questa manca – quando, per esempio, Karp impara l'etica del discorso per costruire l'algoritmo del sospetto universale – la teoria crolla. Non perché sia sbagliata. Ma perché non è abbastanza. La buona volontà che Habermas presuppone ha un altro nome, che la filosofia laica fatica a pronunciare. Si chiama Grazia. Si chiama Verità. Si chiama Spirito Santo.
La pseudo-teologia di Thiel, dunque, rischia di essere una copia in codice dello stesso errore, travestita da tecno-escatologia. Thiel usa il lessico cristiano per svuotarlo del suo contenuto più radicale: l'annuncio che la storia non è nelle mani del più forte, ma del Crocifisso risorto. Che il vero katechon non è Palantir, non è il monopolio del codice: è l'Eterno Amore che si offre senza calcolo. La Persona che si consegna senza riserve.
La crisi della modernità è, allora, nella sua radice una crisi soteriologica. È la crisi di chi ha dimenticato che il dialogo è possibile perché c'è un Logos che precede ogni discorso. E che il potere vero non appartiene a nessuno. Perché appartiene a Colui che l'ha consegnato senza condizioni. Facendosi servo.
È questa la risposta che né Habermas né Thiel hanno trovato. Non perché non abbiano cercato. Ma perché non si cerca: si riceve. E si accoglie.
Ogni buon Armonauta lo sa. E lo testimonia.

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