Il sogno di Nabucodonosor

Dalla civiltà d’argilla alla Magnifica Humanitas
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May 26, 2026
Il sogno di Nabucodonosor
Pechino, 15 maggio 2026. Roma, 15 maggio 2026. Lo stesso giorno. Due scene. Due prospettive divergenti. A Pechino, nella Grande Sala del Popolo, sotto i ventuno colpi di cannone sulla piazza Tian’anmen, il presidente degli Stati Uniti d’America e il presidente della Repubblica Popolare Cinese si stringono la mano e annunciano, per i prossimi tre anni, un patto di «stabilità strategica» tra le due più grandi superpotenze del nostro tempo. A Roma, in silenzio, il Pontefice firma la sua prima Enciclica. La firma proprio nel centotrentacinquesimo anniversario della «Rerum Novarum» di Leone XIII. Il titolo è «Magnifica Humanitas». Il tema: «la custodia della Persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale».
Due scene. Lo stesso giorno. Mondi opposti. Nella prima, i padroni del nostro tempo – i Capi di Stato e la loro corte di autocrati e plutocrati tecno-finanziari – disegnano l’architettura del dominio. Nella seconda, il Vicario di Cristo alza una voce antica e nuova. L’Umano non è merce. Non è dato. Non è algoritmo. È Persona. È Mistero da custodire. Magnifica Humanitas. Magnifica Umanità. Da costruire. Da partorire. Nella Verità.
È utile e interessante osservare più da vicino queste due scene apparentemente distanti. Cominciamo dalla prima scena. Quella dei “Sovrani”. Al seguito di Trump non ci sono solo diplomatici e ministri. Ci sono i veri padroni del nostro tempo. Elon Musk, arrivato sull’Air Force One. Tim Cook di Apple. Jensen Huang di Nvidia, che parla del summit di Pechino come di «uno dei vertici più importanti della storia umana». Sanjay Mehrotra di Micron. Dina Powell McCormick di Meta. E i grandi della finanza globale: Stephen Schwarzman di Blackstone, Larry Fink di BlackRock, Jane Fraser di Citigroup, David Solomon di Goldman Sachs. Trilioni di dollari di potere concentrati in pochi metri quadrati di sala riunioni.
È la fotografia perfetta della nostra epoca. La tecno-destra-capitalista americana – fatta di magnati della Silicon Valley e dei colossi di Wall Street – stringe la mano alla tecno-sinistra-statalista cinese. Due agende. Due ideologie. Due narrazioni.  Apparentemente agli antipodi. Ma davvero sono così distanti e distinte l’una dall’altra? La domanda è legittima. La risposta scomoda.
Cominciamo dai dati di fatto. La Cina detiene oggi circa settecento miliardi di dollari di debito pubblico americano, quasi mille se si aggiunge Hong Kong: è tra i più grandi creditori sovrani della prima potenza dell’Occidente, dietro solo a Giappone e Regno Unito. Il «nemico sistemico», come lo chiamano i think tank di Washington, finanzia da decenni i deficit del suo presunto avversario. E viceversa: le grandi imprese americane producono in Cina, vendono in Cina, dipendono dalle catene di fornitura cinesi. È una simbiosi mascherata da conflitto. Una dipendenza camuffata da rivalità. Un’alleanza che si finge guerra.
Ma c’è qualcosa di molto più profondo del debito e delle filiere produttive. C’è una convergenza “spirituale”. Anzi: una convergenza anti-spirituale.
Entrambe le superpotenze inseguono lo stesso sogno: governare il futuro attraverso la tecnologia. Entrambe puntano sull’intelligenza artificiale come nuova forma di sovranità. Entrambe trattano l’Umano come materia prima da ottimizzare. Entrambe – la prima nel nome del mercato, la seconda nel nome dello Stato – hanno smarrito ogni ancoraggio alla Persona. Entrambe sono civiltà costruite sull’effimero. Entrambe sono statue colossali. Entrambe promuovono una visione del futuro sostanzialmente nichilista. Entrambe poggiano su piedi di argilla. Tra un po’ ne parleremo.
Andiamo, ora, nella seconda scena. Roma. Aula del Sinodo. Papa Leone XIV ci ricorda che esiste un’alternativa. È il grido del profeta. Qual è questa alternativa? È a questo punto che la cronaca chiede aiuto alla profezia.
C’è un sogno, antichissimo, che attraversa i millenni. Come una costante inevitabile. È il sogno di Nabucodonosor, re dei re, sovrano di Babilonia, nel secondo anno del suo regno. Si svegliò turbato. Nessun mago, nessun indovino, nessun astrologo seppe interpretarlo. Solo Daniele, l’esiliato d’Israele, ricevette la spiegazione dal Dio del cielo. E quella spiegazione vale ancora oggi. Vale, soprattutto, oggi.
Il re aveva visto una statua. Enorme, splendida, terribile. Aveva la testa d’oro puro. Il petto e le braccia d’argento. Il ventre e le cosce di bronzo. Le gambe di ferro. E i piedi: in parte di ferro, in parte di argilla. Mentre Nabucodonosor osservava, una pietra si staccò dal monte – non per intervento di mano d’uomo – e andò a battere contro quei piedi fragili. La statua intera, in un istante, divenne pula sulle aie d’estate. Il vento la portò via senza lasciare traccia. E la pietra, che aveva colpito la statua, divenne una grande montagna che riempì tutta la terra.
La sapienza biblica ci consegna un’evidenza decisiva: una costruzione che poggia su piedi di argilla è destinata a crollare, qualunque sia lo splendore dei suoi metalli superiori. Non importa quanto sia preziosa la testa. Non conta quanto sia robusto il petto. È irrilevante quanto sia compatto il ventre. Se i piedi sono di argilla, il crollo dell’intero edificio è solo questione di tempo.
Daniele lo spiega al re con franchezza disarmante. Quattro saranno i regni: il tuo è la testa d’oro; dopo verrà un regno d’argento, inferiore al tuo; poi uno di bronzo, che dominerà su tutta la terra; infine, un quarto, duro come il ferro, che spezzerà e frantumerà tutto. Ma le dita dei piedi saranno un’unione impossibile di ferro e argilla. Le due parti si uniranno per via di matrimoni – cioè di accordi, alleanze, ibridazioni – ma non potranno mai diventare una cosa sola. Come il ferro non si amalgama con l’argilla fangosa.
È la parabola delle civiltà. È la parabola del nostro presente (e non solo del nostro). Nessun re fu più sapiente di Salomone. Costruì il Tempio. Compose tremila proverbi e mille e cinque cantici. Conosceva le piante – dal cedro del Libano all’issopo che spunta dal muro – e gli animali – gli uccelli, i rettili e i pesci. Da ogni angolo della terra venivano sovrani per ascoltarne la sapienza. La regina di Saba, vedendolo, restò senza fiato.
Eppure: Salomone fu il primo dai piedi di argilla nella storia del grande regno d’Israele. Quando fu vecchio, le sue settecento principesse e le trecento concubine gli fecero deviare il cuore. Seguì Astarte, dea di Sidone. Innalzò altari a Camos, obbrobrio dei Moabiti. Edificò templi a Moloc, abominio degli Ammoniti. Il re più sapiente del mondo divenne idolatra. E il suo regno, di lì a poco, si frantumò. Della casa di Davide rimase soltanto la piccola tribù di Giuda. Le altre dieci tribù seguirono Geroboamo, e si persero per sempre.
Ecco la lezione antica e nuova: anche la sapienza, se non poggia sulla roccia, è argilla. Anche l’intelligenza, se non obbedisce alla verità, è polvere. Anche la potenza, se non si inginocchia davanti al Mistero, è già rovina. Da Salomone in poi, la Storia non fa che ripetere la stessa parabola. Geroboamo: re dai piedi di argilla, sostenuto da sacerdoti dai piedi di argilla. Acab: re dai piedi di argilla, accompagnato da quattrocento profeti dai piedi di argilla. Geremia descrive un intero regno in rovina: «dal piccolo al grande tutti commettono frode; dal profeta al sacerdote tutti praticano la menzogna». E ogni volta, sempre: rovina, esilio, dispersione.
Veniamo a noi. Veniamo all’oggi. Veniamo alla nostra grande statua dalla testa d’oro – che furono Atene, Gerusalemme e Roma – dai piedi sempre più di argilla. È il compimento di un cammino. Tragico e superbo. L’ultimo approdo della Storia.
Per secoli abbiamo vissuto nella società chiusa: identità monolitiche, appartenenze predeterminate, codici condivisi e indiscussi. C’era stabilità, certo. Ma anche oppressione del singolo. Pochissimo spazio per la libertà della coscienza. Allora venne la società aperta. Spazio di pluralismo, di critica continua, di possibilità inedite. Doveva essere l’approdo definitivo della libertà. È stata, per qualche decennio, un esperimento eccitante. Poi, anch’essa, ha cominciato a sgretolarsi. È arrivata la società liquida: civiltà in cui ogni legame – familiare, sociale, identitario, istituzionale – diventa reversibile, intermittente, riconfigurabile a piacere. Tutto scorre. Nulla più si solidifica. Il matrimonio, il lavoro, l’identità, la fede: tutto scorre. Dalla liquidità si è scivolati nella società relativista: ogni verità vale l’altra, ogni opinione equivale a un’altra, ogni desiderio diventa diritto, ogni fantasia legittima. Non c’è più un fondamento. Tutto è negoziabile. Tutto è opinione. La verità stessa è percepita come violenza contro la libertà. E quando ogni verità diventa equivalente, è inevitabile lo scivolamento nella società della post-verità: una civiltà in cui i fatti non contano più, valgono solo le narrazioni, le emozioni, gli algoritmi delle piattaforme. La menzogna ben confezionata batte la verità mal raccontata. Il falso diventa più vero del vero. Le scorie semantiche avvelenano l’aria che respiriamo. Infine, oggi, siamo dentro la società artificiale. Quella già intuita da Heinrich Popitz, oggi tragicamente realizzata. La massa tecnosferica ha superato la massa biosferica. Più artefatti che organismi. Più macchine che alberi. Più dati che memorie. L’intelligenza artificiale non si limita più a strumentare la nostra azione: comincia a sostituirla. Antropocene aumentato. Umanità artificializzata. Tutto è progettato. Tutto è ottimizzato. Tutto è simulato. Anche il dolore. Anche l’amore. Anche la verità.
Sei stagioni. Sei tappe. Una sola direzione: piedi sempre più di argilla. Oggi siamo, tristemente e fatalmente, nel pieno della società d’argilla.
E poi? «E poi sarà come morire», recitava la canzone. Quale sarà il prossimo approdo? Cosa ci attende oltre l’artificio dell’artificiale? Forse la società vacua. Una civiltà che, dopo aver dissolto ogni verità e ogni legame, si consuma nel proprio linguaggio fino a sparire nell’evanescenza del significato. Una società che non sa più nemmeno di esistere. Forse la società post-umana. Quella sognata dai nuovi pseudo-profeti della Silicon Valley e di Pechino: l’uomo emendato, l’uomo aumentato, l’uomo sintetico, l’uomo immortale, l’uomo disancorato da quel “fastidioso” impedimento che è la sua creaturalità. O forse, semplicemente, la fine. La fine. La pietra che si stacca dal monte – non per intervento di mano d’uomo – e colpisce i piedi di argilla. Il vento che porta via la pula. La Storia che presenta il conto.
A questa visione – e a questo “destino” di ferro e d’argilla, insieme ineluttabile e disumano – Papa Leone XIV oppone la luce aurea della sapienza biblica: la testa d’oro.  Senza la quale non sarà possibile costruire e custodire nessuna Magnifica Humanitas.
Una costruzione regge tutte le avversità – quelle che vengono dal cielo e quelle che vengono dalla terra – solo se se poggia su fondamenta salde. Ma le fondamenta, da sole, non bastano. L’edificio dev’essere anche ben costruito. Non si erige una casa sull’argilla. Non si erige una civiltà sull’effimero. E non basta nemmeno scegliere la roccia giusta: bisogna costruire pietra su pietra, in un solo corpo, in una sola fede, in una sola edificazione.
Quando un solo membro della comunità è dai piedi di argilla, tutto il corpo è a rischio. E più alto è il posto di chi è di argilla, più rovinosa è la caduta. Un capo spirituale dai piedi di argilla potrebbe essere la rovina di tutta la comunità di credenti. Un capo di stato dai piedi di argilla potrebbe essere la rovina di un intero popolo. Un padre dai piedi di argilla potrebbe essere la rovina di una famiglia. Un docente dai piedi di argilla potrebbe essere la rovina del suo insegnamento e dei suoi allievi. Un giornalista dai piedi di argilla potrebbe essere la rovina dei suoi lettori.  Un imprenditore dai piedi di argilla potrebbe essere la rovina dei suoi collaboratori.
Questa è la grande responsabilità della comunità umana: vegliare gli uni sugli altri. Quando il re viene meno alla verità, è il sacerdote che deve intervenire. Quando il sacerdote diventa cappellano di corte, è il profeta che deve gridare. E quando anche il profeta tace, è la fine della comunità.
Costruire insieme, secondo verità e nella verità, è la purissima regola della stabilità. Nessuno può essere dai piedi di argilla. Nessuno può edificare in solitudine. Nessuno può essere salvato da solo. Una sola Parola. Una sola fede. Una sola edificazione.
E la roccia – l’unica roccia capace di reggere il peso della Storia – non è un’idea, non è un sistema, non è un’ideologia. È una Persona. È un Volto. È un Logos. È un Modello vivente che precede ogni nostro modello. È il modello Cristo. L’Armonauta lo sa. La civiltà non nasce dall’effimero, né può fondarsi sul desiderio del momento. La Magnifica Humanitas si costruisce. Su Cristo, con Cristo e in Cristo. È Lui la Magnifica Humanitas che tutti siamo chiamati a compiere nella nostra vita. È Lui la Gerusalemme Celeste. È Lui la roccia. Solo su quella roccia è possibile costruire. Solo su quel Modello. Solo su quel Mistero. Senza di Lui, tutto crolla, prima o poi. Senza di Lui inseguiamo retorica ed illusioni. Senza di Lui è la Babele, interiore ed esteriore. Senza di Lui siamo estranei a noi stessi ed agli altri.
Ogni volta che un Armonauta restituisce voce a una verità sepolta, sostituisce un piede di argilla con un piede di ferro. Ogni volta. Depone una pietra sopra la roccia. Oppone la stabilità alla liquidità, la Verità alla post-verità, la Persona all’artificio.
Il sogno di Nabucodonosor non è una profezia chiusa nel passato. È un avvertimento aperto sul nostro futuro. La pietra è già nella mano di Dio, Signore della Storia. Sta a noi decidere se costruire sulla roccia che dura per sempre, o sull’argilla che sarà spazzata via dal vento. Magnifica Humanitas.

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