Perché non sappiamo parlare ai giovani di eros nel modo giusto
di Luciano Moia
Alla vigilia di San Valentino la teologa Selene Zorzi invita a ripensare l’educazione affettiva e sessuale degli adolescenti: prima di parlare, ascoltarli. «I ragazzi, saturi di pornografia e immersi nel digitale, faticano a dare senso alle relazioni»

«Prima di parlare di affetti, di amore, di sessualità con i nostri ragazzi, ascoltiamoli. Probabilmente quello che noi vorremmo dire, non è per loro così interessante, probabilmente lo conoscono già, probabilmente la maniera che noi abbiamo scelto per dirlo, non è quella più efficace, quella più coinvolgente. Se non sappiamo quello che loro desiderano conoscere da noi, rischiamo di perderci in discorsi teorici che non toccano il cuore e fanno perdere tempo. E non possiamo permettercelo». Il suggerimento, alla vigilia della festa di San Valentino, arriva da una teologa come Selene Zorzi che, ormai da anni, lavora a stretto contatto con i ragazzi adolescenti. E si tratta di una condizione tutt’altro che abituale. Dopo anni di teologia militante, come docente di patrologia e di teologia spirituale in varie istituzioni ecclesiali – ora è all’Istituto superiore di scienze religiose di Verona - ha accettato anche di insegnare storia e filosofia in un liceo statale della città veneta. E ogni giorno sono innumerevoli gli spunti per approfondire con i suoi ragazzi il senso di temi come innamoramento, relazioni, genere, orientamento, libido. «Quando ho iniziato a parlare loro di Freud e delle sue teorie sullo sviluppo psicosessuale non riuscivo a finire una frase tante erano le domande che mi arrivavano, la curiosità di approfondire, di capire meglio. Non è difficile ottenere la loro attenzione quando ci si inoltra in argomenti coinvolgenti».
Ma occorre farlo con attenzione, prudenza e rispetto perché – aggiunge la docente – le insidie sono tante. La prima difficoltà è quella di riuscire a staccarsi da certi appesantimenti che derivano da uno sguardo un po’ datato sulla sessualità come legata unicamente alla procreazione. «Sappiamo da tempo che non è così, ce l’aveva detto anche Platone – scherza la teologa – ma quando affrontiamo certi temi quel retaggio ritorna e rischia di rendere meno credibile le nostre proposte. La sessualità riguarda tutti gli aspetti della persona e va distinta dalla genitalità. Con la sessualità si costruiscono rapporti, si costruiscono affetti. Ed è con gli affetti che costruiamo la società, il mondo che sta intorno a noi».
La seconda attenzione investe direttamente l’antropologia cristiana, un grande arcipelago in cui spesso non è facile distinguere i fondamenti buoni, quelli che ci arrivano direttamente dal Vangelo, dalle sovrastrutture di un certo passato sessuofobico e giudicante. Qui, a parere di Selene Zorzi, andrebbe fatta una grande e coraggiosa opera di rinnovamento, affidandosi a persone davvero competenti. «Anche noi teologi, quando parliamo di affetti e di sesso, dobbiamo studiare e aprirci ai contributi di altri saperi. Quanto contano le neuroscienze sullo sviluppo di questioni decisive per i ragazzi, come l’identità di genere e l’orientamento sessuale? Quanto è decisivo conoscere ciò che ci dicono le ultime ricerche in ambito psicologico o pedagogico? Tantissimo, ma troppo spesso purtroppo vengono ignorate da chi è in prima linea per l’educazione dei ragazzi. Oggi, senza la capacità di integrare le conoscenze, non si va lontano. Anche nell’ambito ecclesiale sento ancora gente, per esempio, che prende le distanze dall’omosessualità perché “non è generativa”, come se il fine procreativo fosse l’unico obiettivo relazionale. E qui i ragazzi non ci seguono più, perché a loro il sesso come l’intendevamo noi, ai nostri tempi, non interessa più». Qui l’esperienza della teologa si intreccia, per esempio, con quella dello psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini che ormai da anni teorizza e motiva il crescente disinteresse degli adolescenti per tutto ciò che riguarda il mondo del sesso. Sembra incredibile, ma nella società pansessualista e permissiva in cui tutti siamo immersi, questa presa di distanza viene raccontata come l’ultima frontiera di un processo di evoluzione culturale quasi inevitabile, una deriva che produce rifiuto, indifferenza, disorientamento. Perché siamo arrivati qui? «Non è difficile comprenderlo. L’overdose del porno, a loro disposizione h24 sullo smartphone, ha finito per renderli disinteressati a qualsiasi percorso educativo sulla scoperta della sessualità. È inutile, insomma, raccontare loro il “come” perché hanno già scoperto tutto, accettiamo invece la sfida di spiegare il “perché”, il senso della relazione. Dobbiamo passare dall’attrazione alla costruzione. Parliamo loro di eros, energia esistenziale e spirituale che è esattamente il contrario del porno».
E qui l’antropologia cristiana, purificata e rafforzata dagli spunti più originali delle scienze umane, può davvero giocare un ruolo fondamentale, a patto – precisa la teologa - «che sia una proposta e non un’imposizione. Raccontiamola bene. La nostra sapienza, pensiamo al Cantico dei cantici, arriva da lontano. Non è l’unica, certamente, ma noi ci crediamo e abbiamo il dovere di riproporla nel modo più accattivate, anche accettando il rischio che i ragazzi non la considerino più così interessante. Ma, in questo caso, la colpa è nostra, perché vuol dire che non riusciamo più a motivare quello di cui siamo convinti. Così, tra l’altro, crolla il numero dei matrimoni». Come ne usciamo? «Cambiando registro, prospettive, punti di vista, ma dobbiamo farlo in fretta. Vedo all’orizzonte il ritorno di certi modelli di machismo e di femminilità che mi fanno spavento. I maschi stanno perdendo i codici della relazione, parlano con il coltello non con la poesia. Le ragazze si rinchiudono nel privato, sull’importanza del successo scolastico come risposta alle aspettative concentrate su di loro».
Perché succede? La teologa punta il dito da una parte contro il clima sociale e politico che in tutto l’Occidente trasuda muscolarità e autoritarismo, dall’altra contro la confusione di un’esistenza sempre più online. «Non sono più abituati a relazionarsi con una persona ma solo con uno schermo, dobbiamo pensare a nuove strategie per far tornare il gusto della relazione in presenza». Il contributo di Selene Zorzi è un piccolo corso di teologia e filosofia popolare nato all’interno del suo progetto Didaskaleion, idea sostenuta dall’editore Gabrielli per far tornare il gusto di dialogare con empatia che, spiega ancora l’esperta, è anche il fondamento della democrazia. «L’ho pensata per tutti, giovani, anziani, credenti e non. Partiamo il mese prossimo con il primo modulo, “Dire Dio”. Nessuna lezione frontale, ma solo confronto di esperienze. Una sfida giovane. Speriamo».
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