Non solo uncinetto. Come la manualità sta tornando a unire i giovani e i “nonni”
di Barbara Garavaglia e Viviana Daloiso
Il volto che non ti aspetti della Generazione Z: tra gruppi di quartiere, café e laboratori universitari i gesti e i saperi degli anziani diventano ponti e insieme antidoti alla solitudine del nostro tempo. Un viaggio nel fenomeno

Giovanna, 30 anni, che da settembre scorso ha organizzato un gruppo di quartiere sartoriale con altre neoamme nella periferia est di Milano, guarda in tv le immagini delle bombe che infiammano il Medio Oriente mentre fa l’uncinetto e ripete «che sarebbe bello se invece che distruggerlo si decidesse di ricucirlo, questo nostro mondo». Sua nonna Pia faceva così quando quelle bombe cadevano su Milano, nel 1945, «e mio padre si nascondeva sotto il tavolo per la paura. Lei tirava fuori la maglia e iniziava a sferruzzare. Poi lo chiamava e gli chiedeva di controllare un punto, perché lei non ci vedeva, oppure di aiutarla a infilare il filo nell’ago». I racconti di quel tempo andato, a Giovanna, li ha fatti papà Piero, che di mestiere ha fatto il sarto poi. Una storia di famiglia che attraversa tre generazioni, tenute insieme dal filo (letteralmente) del ricamo. E non un caso isolato, anzi. Della cosiddetta Generazione Z oggi – quella compresa tra i 14 e i 30 anni per intendersi – si dice che è stata vittima della rivoluzione digitale, che vive attaccata agli smartphone e ai social network, ma i numeri raccontano anche altro. E cioè che oltre 4 milioni di giovani italiani sono attratti dall’artigianato e dalle attività manuali, apprezzando il valore sostenibile di queste ultime e la possibilità di esprimervi il proprio talento, tanto che oltre un terzo di loro le praticherebbe stabilmente: chi creando vestiti e borse, chi bigiotteria fai-da-te, chi candele, chi ancora lavorando il legno, intrecciando la corda. Nella vicina Francia il 35% degli under 35 si dedica alla maglia, oltreoceano, in America, le vendite online di articoli creativi sono aumentate del 136% mentre le ricerche di kit per lavorare i fialti del 1.200% solo nell’ultimo anno. Fascino del passato? Passioni solo al femminile? Tutt’altro. Ciò che è certo è che proprio le attività manuali stanno diventando quel ponte intergenerazionale dentro e fuori le famiglie che in altri ambiti della vita sociale è sempre più difficile da costruire e che può funzionare come antidoto alla solitudine e all’isolamento sociale del nostro tempo.
Dai social alla sala cinema. La geografia del fenomeno
L’uncinetto, in particolare, è il protagonista incontrastato di questo fenomeno. Tra le ultime iniziative che hanno riscosso più successo, pronta essere replicata, c’è quella di portarlo al cinema. La sala del Moretto, in questo caso a Brescia, si è riempita di persone appassionate alla maglia lo scorso dicembre, richiamate da Francesca Panada, una tra le più seguite influencer in questo “settore” che, sui suoi canali social (frainodi.crochet), propone tutorial, filati, offre consigli e che ha coagulato migliaia di “uncinettine”. Perché va bene la manualità, ma Gen Z si resta, col proprio di comunicare, preferibilmente sui social: gli appassionati di uncinetto si sono creati il loro social netowrk, Raverly.com, che conta oltre 2 milioni di iscritti in tutto il mondo e in cui si condividono gratuitamente oppure si vendono schemi, si pubblicano lavori, si scambiano consigli e si lasciano commenti (spesso spalancati su racconti personali). Interessante è quando dal virtuale si compie il salto al reale: ritrovarsi all’interno della già di per sé magica sala cinematografica, tornando a Brescia, per condividere l’esecuzione di un lavoro ai ferri è diventato un evento catalizzatore che illuminato un mondo, variegato, eterogeneo, che vede nell’intreccio di fili un’opportunità. Quella di riscoprire una manualità accantonata, trovarsi tra conoscenti oppure creare nuove relazioni amicali, alleggerire tensioni e liberare la mente. Soprattutto, quella di creare un ponte tre giovani e anziani, all’insegna della comunicazione e della trasmissione di abilità.
Maschi e femmine, un filo anche tra i generi
A proposito di ponti, quello costruito dall’uncinetto avvicina in modo del tutto inedito donne e uomini. Se nel 2024 ha suscitato estrema curiosità il tuffatore inglese Tom Daley seduto sugli spalti tra un tuffo e l’altro e intento a sferruzzare (Daley è poi diventato il presentatore di un reality dedicato all’uncinetto in Inghilterra), oggi incontrare maschi dediti alla maglia è piuttosto comune. L’ultimo, gustoso esempio è quello del biatleta canadese Adam Runnalls, che ha partecipato alle gare di Milano-Cortina raccontando la sua preparazione all’evento e la sua stessa partecipazione attraverso la sua passione per l’uncinetto. Ma tra i personaggi famosi dediti allo sferruzzo ci sono l’indimenticabile “gladiatore” Russel Crowe e le icone di bellezza Ryan Gosling e Jason Mamoa. Chi in Italia ha deciso di girare in camper per diffondere i benefici dell’uncinetto è il trentenne Andrea Padovan, che con il crochetterapytour.it propone raduni dalle piazze alle biblioteche, dai negozi di filati ai bar fino alle scuole. Non solo: la crochet terapy (che è documentata anche da un ampio filone scientifico di pubblicazioni) sbarca anche in oratori, centri di recupero, comunità, perché non sono pochi gli educatori e gli psicologi che colgono per i più piccoli e per i più fragili la positività del gesto, della concentrazione, della coordinazione, della possibilità di realizzare qualcosa di concreto superando, punto dopo punto, intreccio dopo intreccio, le difficoltà iniziali. In effetti si tratta di una metafora efficace: il filo che si dipana, oppure si aggroviglia, si intreccia è un rimando alla vita, alla quotidianità complessa, a volte in maniera così marcata da apparire come una matassa impossibile da districare. Qualche anno fa l’economista Loretta Napoleoni ha dato alle stampe un libro intitolato Sul filo di lana (edito da Mondadori), nel quale delinea la storia del lavoro a maglia, attraverso una miriade di episodi del passato e del presente, intrecciandovi vicende personali, anche dolorose, per superare le quali il lavorare a maglia ha rappresentato un mezzo potente di aiuto. «Le brave magliaie – scrive l’economista – hanno il coraggio di disfare per rimediare a un grave errore, sanno che è possibile sistemare tutto se si hanno i ferri e il filato in mano, e nel cuore il coraggio di tornare indietro e ricominciare».
Knit café e microcomunità: la socialità ritrovata
E a proposito di esistenze che non sempre riescono a portare avanti, giorno dopo giorno, il proprio compimento in maniera lineare, non è un caso che la moda del ricamo sia esplosa soprattutto durante il lockdown e che da allora in tutto il mondo impazzino i knit café. Perché non lavorare da soli? Le motivazioni sono molteplici. Ci sono persone che desiderano apprendere i primi rudimenti di questa attività artigianale da altri, stando gomito a gomito ed essendo guidati punto dopo punto, altre che vogliono approfondire e cercare novità. Insieme, anche nello sferruzzare o nel creare con l’uncinetto, si possono superare momenti di crisi, oppure di solitudine. E approfondire tematiche specifiche, aprire dibattiti, appassionarsi di letteratura. È quello che succede in un ex monastero di Firenze, dove un gruppo di uncinettine e magliaie è attivo proprio dal periodo drammatico del Covid: si chiama “Il Conventino” ed è una realtà poliedrica, nella quale trovano spazio artigiani e anche un caffè letterario. Ideatrici dell’iniziativa Olivia Turchi, storica dell’arte e presidente dell’associazione Città sostenibile, con l’amica e compagna di scuola Letizia Boretti, in possesso di un “dono”, anche in questo caso trasmesso dalla nonna, ovvero quello di saper lavorare ai ferri, all’uncinetto, di saper cucire e rammendare. «Il nostro caffè letterario è un progetto ampio – racconta Olivia –. Il Conventino da oltre cent’anni è una residenza di artisti. Il caffè letterario è nato nel 2019 con l’idea che per i fiorentini ci fosse la necessità di una nuova piazza, di uno spazio di socialità. Frequentato anche da stranieri. Poi ci siamo “contaminati” con la manualità, grazie al contributo di Letizia. Tutti i martedì il gruppo si ritrova. Siamo partiti con poche amiche che si incontravano attorno a un tavolo al caffè. Ora che siamo anche in venti, abbiamo bisogno di uno spazio più grande». Il gruppo è una microcomunità: «Ci sono pensionate della zona – spiega la stessa Letizia – che vengono per uscire di casa, scambiare due parole con altre persone, ma anche ragazze e ragazzi, studenti universitari che vengono per imparare. Con la pandemia le persone si sono rimesse a fare cose. Oggi ci siamo accorti che l’uncinetto no n è più solamente finalizzato a realizzare un centrino. Dopo un paio d’ore, vedere un piccolo risultato, qualcosa che si è confezionato con le proprie mani, rende subito felici. In un mondo virtuale, creare un oggettino, personalizzare, combinare colori e filati, scegliere un modello, dà soddisfazione. Ed è un bel momento di socialità, con un tè, uno spuntino, condividendo esperienze, capacità; possono nascere amicizie. È un circuito virtuoso sotto vari aspetti, anche quello della circolarità, del riciclo».
Obiettivo: rallentare. Ago e filo all’università
Non solo socialità: fare l’uncinetto oppure portare avanti un lavoro a maglia è un esercizio importante anche per rimettersi in gioco, verificare che la propria progettualità ha una realizzazione, uscire dalla logica prestazionale che troppo spesso la scuola impone ai ragazzi. Non mancano infatti insegnanti ed educatori che propongono percorsi di questo tipo: all’interno dell’Università Bicocca di Milano è nato da poco un laboratorio di uncinetto per offrire agli studenti la possibilità di “rallentare” e di esprimersi al di fuori del codice omologato degli esami e dei voti. Giulia, che insieme ad alcune sue coetanee coordina lo spazio e il progetto (al momento frequentato da una trentina di giovani) spiega che il laboratorio si basa sulla collettivizzazione delle conoscenze: «La competizione resta fuori, così come la performatività, il che si oppone molto all’idea di università e in generale di luoghi di formazione che da quando siamo piccoli siamo stati abituati ad attraversare. Crediamo che un ateneo vada vissuto come uno spazio di socialità e di formazione accessibile a chiunque nel quale, parallelamente allo studio, possano vivere le proprie passioni». Attività e appuntamenti del gruppo sono consultabili sul suo profilo Instagram, uncinetto.bicocca, così come i tutorial e le foto delle creazioni realizzate dai partecipanti. Un altro elemento che si inserisce nel fenomeno della diffusione di questi gruppi intergenerazionali, specie tra i ragazzi, è quello della sensibilità nei confronti dello spreco e del riuso. Alcuni hanno scopi solidali, vendono i lavori per sostenere progetti specifici, oppure realizzano coperte o altri capi di abbigliamento per persone in difficoltà o per i bambini delle terapie intensive neonatali. Alcuni allestimenti pubblici (yarn bombing) portano allegria per le strade, oppure in hospice o in residenze per anziani, e possono diventare una forma non violenta di protesta e di sensibilizzazione su cambiamento climatico, sfruttamento del territorio, conflitti. Oltre a scambi e donazioni di filati, si riciclano maglioni, oppure si interviene con la creatività per ridare vita a capi di abbigliamento oppure a oggetti che andrebbero scartati e, aspetto non secondario, si creano vestiti o altri elementi che hanno nell’unicità un punto di forza.
La merenda in maglia che “salva” gli ospiti della Rsa
Nei percorsi di incontro tra generazioni diverse proposte nelle residenze per anziani, il lavoro a maglia e all’uncinetto rappresenta un’opportunità che mette in luce diversi vantaggi. In una residenza sul Lario, ai piedi del Resegone di manzoniana memoria, è stata sperimentata con successo una “merenda in maglia”. «L’iniziativa – spiegano a proposito dagli Istituti riuniti Airoldi e Muzzi di Lecco –, aperta a tutti, giovani, giovanissimi, adulti e grandi adulti, all’interno di un ambiente di vita poco conosciuto come una Rsa, nasce con l’idea di rafforzare i legami intergenerazionali attraverso lo scambio di competenze, migliorando la qualità della vita dei partecipanti e contestualmente abbattendo i pregiudizi che ruotano intorno ai luoghi di cura». Che possono diventare generativi, di relazioni e di prodotti veri e propri come decorazioni, sciarpe e cappelli, piccole borse. Dopo un primo pomeriggio in maglia, l’iniziativa è stata riproposta e ora si colloca all’interno di un più ampio progetto che coinvolge studenti delle scuole medie locali, anziani che vivono al di fuori della Rsa, anche alcuni ragazzi con disabilità significative (nella foto uno dei loro recenti incontri). «Abbiamo voluto proseguire per promuovere la socializzazione, l’inclusione sociale e la condivisione di competenze tra diverse generazioni – commentano dalla Rsa –, valorizzando il lavoro con l’uncinetto e l’utilizzo di materiali più familiari ai nostri ospiti, ma oggi molto apprezzati anche dai più giovani. Per gli anziani si tratta di un’occasione per mantenere attive le mani e la mente con movimenti a loro conosciuti, per i giovani lo stesso obiettivo si trasforma nell’opportunità di concentrarsi e allenarsi imparando movimenti nuovi, riscoprendo il gusto e la bellezza della condivisione».
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