Sal Da Vinci, cuore e amore. Prove di una catechesi nuziale (che funziona)
di Luciano Moia
Gli autori non avevano certamente questo obiettivo, ma la coerenza del testo con l’antropologia cristiana ci dice almeno due cose: ve le spieghiamo

Cuore e amore, da sempre l’impasto tradizionale delle canzoni di Sanremo. Talvolta vince l’emozione, il turbamento, l’estasi. In altre occasioni l’amore viene declinato nella varietà dei suoi infiniti registri, dolce e amaro, lieto e tormentato, desiderato e impossibile, dolce e tossico. Raramente però, anzi quasi mai, una storia di coppia viene cantata con la totalità che emerge dalle parole di «Per sempre sì», il brano presentato dal cantautore napoletano Sal Da Vinci. Parla senza paura di amore «per sempre», descrive la sua lei come una regina «vestita in bianco sposa», ammette che la vita senza la sua innamorata non vale niente, promette «davanti a Dio» amore eterno, anche se si tratterà di attraversare momenti difficili, di affrontare le incognite del futuro. Ma un amore che si allunga sulla vita intera, canta ancora Da Vinci, non è tale «se non ha affrontato la più ripida salita». C’è anche un passaggio che rimanda a un’apertura sociale, o almeno fa presagire uno sguardo all’esterno della coppia, quando annuncia la volontà di costruire tutto insieme ma spiega che «non alzeremo un muro». Niente chiusure intimistiche, ma un atteggiamento che si fonda su un amore forte, che prende vita da una promessa che da una parte ha Dio e dall’altra il mondo. E, alla fine, il richiamo alla fedeltà. Il cantante indica la fede nuziale e assicura, con la simpatia del dialetto napoletano, che «accussì sarà per sempe sì».
Che dire? Una canzone che potrebbe sembrare semplice ma che è allo stesso tempo una bella sintesi di catechesi nuziale. Gli autori non avevano certamente questo obiettivo, ma la coerenza del testo con l’antropologia cristiana ci dice almeno due cose. Innanzi tutto che quello che la Chiesa pensa e insegna sull’amore di coppia non è una pretesa né confessionale, né strampalata, ma intercetta un sentire profondamente umano, ancora largamente condiviso. E poi che questa semplificazione efficace e orecchiabile, con le sue intonazioni neomelodiche, di ciò che sarebbe auspicabile in ogni storia d’amore racconta una verità profonda. Chi ama davvero non può accontentarsi di vedere il suo progetto di vita circoscritto in una dimensione immanente, ma guarda in alto, al tempo senza tempo, al cielo della trascendenza. Ecco perché il «qui e ora» si sublima nel «per sempre sì». Banale? Tutt’altro. Collegare l’umano al divino attraverso l’amore di coppia è da sempre un passaggio inevitabile per spiegare il mistero che la Bibbia sintetizza con le parole: «A sua immagine lo creò» e che, rovesciando il parallelismo, Benedetto XVI ha approfondito dicendo che «il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l'icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell'amore umano».
Sarebbe facile, come qualche commentatore ha fatto in questi giorni, liquidare tutto come una furba operazione commerciale destinata ad attirare i consensi di quella parte del pubblico meno evoluta, diciamo così, perché ancora legata a un’immagine tradizionale dell’amore come percorso esistenziale che nasce in modo occasionale, quando «io per te ero solo un uomo sconosciuto» – sono ancora parole di Sal Da Vinci – poi cresce, si trasforma da innamoramento in amore, supera le difficoltà, si consolida e approda nel matrimonio. L’operazione, al contrario, è coraggiosa. Parlare di amore per sempre, di matrimonio come promessa fatta davanti a Dio, di fedeltà e di eternità in un’epoca di liquidità relazionale, di incertezze, di paure e di crescente disimpegno nei rapporti di coppia, vuol dire al contrario investire su un valore che merita di essere ripreso, riattualizzato e rilanciato proprio perché racchiude il senso ultimo dell’amore. Non c’è quindi nulla di superato o di desueto nel brano di Sal Da Vinci, come hanno voluto far intendere coloro che l’hanno subito declassato a «vetusto neomelodico», ma c’è la trama di una verità che attraversa i secoli e parla con la stessa efficacia e lo stesso impatto a credenti e non credenti. Ecco perché crediamo che uno spunto così suggestivo non vada lasciato perdere ma vada approfondito e inquadrato come traccia di educazione all’amore. Giusto cercare di capire cosa dica oggi ai giovani il concetto di «per sempre»? Giusto raccontare ai ragazzi che l’amore è un dono di Dio? Giusto spiegare loro che il matrimonio non è quella temuta «tomba dell’amore» di cui si blatera ma uno straordinario punto di partenza, se spiegato e raccontato nel modo più corretto, per un’avventura a due che sostiene e integra le fragilità di ciascuno? Giusto testimoniare davanti ai figli la bellezza dell’amore di coppia? Giusto ricordare che la Chiesa ha nel suo Dna memorie straordinarie come il Cantico dei Cantici per rintracciare il filo misterioso che lega l’espressione più profonda e più radicale dell’amore tra uomo e donna all’amore supremo di Dio? Noi crediamo di sì.
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