Anna e io
Il concerto della vita per una figlia adolescente, l'esperienza di un palazzetto pieno di genitori disarmati e una risultato portato a casa

Se non lo sai, “Il padre ignoto” è la rubrica familiare che affronta le piccole, grandi sfide della paternità oggi. Puoi leggere le puntate precedenti qui. Se invece vuoi dire la tua, puoi farlo utilizzando questa bacheca online, così da costruire uno spazio di confronto a più voci che sia utile a tutti. Non solo padri.
Fino a pochi anni fa per me Anna era, nella mia testa, un «bello sguardo che ogni giorno perde qualcosa» (cit. Lucio Dalla). Poi, non so come, è entrata nella nostra casa e ha iniziato ad abitarci. Diventando qualcosa di diverso: il primo comandamento, musicale e non solo, di Giada. Da qui il passo alla fatica frase «papà, io devo andare al suo concerto» è stato breve. E all’inizio, nonostante quello sfacciato imperativo categorico, un passo da me sottovalutato anche perché «figuriamoci se questa Anna è in grado di riempire 7 palazzetti in giro per l’Italia!». E invece no, 10 concerti tutti sold out in un attimo mentre la dura vita di noi genitori ci vedeva distratti in altre faccende. [Ora, se ancora ti stai chiedendo chi sia questa «nuova» Anna significa che hai la fortuna di non avere per casa una figlia dai 5 anni in su. E allora tocca aggiungere quattro coordinate: nata a La Spezia, classe 2003, apripista della scena rap al femminile in Italia, 4.532.830 ascoltatori mensili su Spotify la scorsa settimana].
Prima di capire quanto lunga potesse essere la mia caccia al biglietto, la prima mossa è stata ricercare il duro confronto a quattr’occhi con mia moglie. «Lo trovo del tutto diseducativo», ha sentenziato prima che arrivassi al punto. Del resto, come darle torto? Basta ascoltare la gran parte dei testi, ad iniziare da quello che ne ha segnato il debutto nel 2020: «Anna fattura e no, non parlo di buste». Eppure anche io le parole di quella canzone nella quale Lucia giocava nel cielo con i diamanti (cit. John Lennon) le sapevo recitare a memoria meglio di una poesia di Leopardi. Ed ero pienamente consapevole che vi era un doppio senso: ma, ad oggi, non ho fumato neppure uno spinello. Così, aiutato dal web nel reselling sicuro e firmata al genitore perplesso la liberatoria da corresponsabilità future derivanti da questa mia scelta, abbiamo affrontato le sfide che ci attendevano: incontrare Anna prima dello spettacolo quella, già improbabile in partenza, di Giada. Di sicura realizzazione la mia: guardare negli occhi chi voleva innestare nuovi principi morali nel cervello di una undicenne e recapitarle, anche solo con poche parole, il mio risoluto messaggio di padre.
Ammetto che il mio outfit poteva sembrare provocatorio, con quella maglietta di Woodstock che ancora mi andava a pennello. Ma anche Anna conosce l’inglese e quindi sui concetti di «peace, music» ma soprattutto di «love» potevamo ben intavolare una conversazione. Arrivare 90 minuti prima, nonostante i posti a sedere numerati, non è servito a Giada per realizzare il suo intento. Mentre lei cercava disperatamente percorsi misteriosi per guadagnarsi il backstage, il mio sguardo era rivolto altrove: a quelle madri sorridenti alle quali avrei voluto chiedere il numero di telefono ma solo per inserirle tutte in una chat con mia moglie, per cercare di capire meglio, insieme, le fondamenta di quella ostentata contentezza. A quel bambino di 7 anni con le scarpe da tennis rosa, che accompagnava la sorella più grande e forse – per la prima volta – si sentiva davvero a suo agio senza essere deriso dai suoi coetanei. A quel padre dietro di me che sedeva a fianco a due ragazze, di età apparente tra i 14 e i 16 anni, assorto a guardare il suo cellulare.
Ma poi le luci si spengono, e devo dire che di concerti in vita mia ne ho visti parecchi ma un boato così intenso non l’avevo mai sentito prima, a segnare l’apparizione di una divinità autonominatasi Vera Baddie. Giada si alza in piedi e io non riesco ad essere da meno: Edoardo mi ha chiesto di filmare qualche brano, «nel caso arrivi qualche ospite» più vicino al suo panorama musicale. Ma Giada mi sorprende perché, una canzone dopo l’altra, inizia a strattonarmi: vuole starci anche lei in quei video. Le parole da lei urlate e la sua ombra che balla diventano un pezzo di quel palcoscenico, per votarsi così interamente ad Anna. E quando non conosce una canzone, vuole comunque condividere questo rito sacrificale anche con alcune sue compagne di classe, con il semplice dono di una videochiamata. «Siete proprio pazze di me, come vi ho cresciute bene» dice Anna ad un certo punto, e questo suo atteggiarsi da genitore di mia figlia mi sembra davvero troppo. Ma, dopo un saluto veloce, se ne è già andata di corsa. E io invece non sono riuscito a confrontarmi con lei su questo suo manifesto amoroso di dipendenze tossiche per giovani adolescenti: «Lui si fa una chain con il mio name, sono la best bitch ever» (tratto da «BBE» che in italiano suona come l’etichetta di scadenza).
Le luci si riaccendono. Guardo per l’ultima volta il padre dietro di me: chissà che cosa ha guardato con tanta attenzione sul suo cellulare, anche per tutto il tempo durante il concerto. Penso ad una occasione persa, la sua. O forse sono solo le difficoltà nelle relazioni che mi attendono, dietro l’angolo e nonostante Anna. Vorrei però ritornare a casa con una speranza: «Giada, magari quando sarai più grande e non avrai bisogno più di me come accompagnatore, potremmo tornare insieme a vedere un concerto. Che dici?». «Ci devo pensare», risponde sorridendo. Sorrido anche io guardandola mentre ha ancora voglia di tornare a casa, dalla sua famiglia e dalla sua Vera Mamma. E prima di addormentarmi penso che quella risposta sia già qualcosa di meglio che un no.
N.N.
[10 - continua, forse. Qui le puntate precedenti]
Ci sono momenti in cui ci sembra di non sapere più nulla, e il nostro essere padri diventa sconosciuto. Ignoto, prima a noi che ai nostri figli.
E tu hai mai «accompagnato» ad un concerto i tuoi figli? Hai avuto occasione di discutere con loro sui testi di alcune canzoni da loro amate?
Se vuoi, puoi scrivere a ilpadreignoto@gmail.com e condividere le tue riflessioni ed esperienze. Contiamo di pubblicarle, anche tramite questo padlet (bacheca online), così da costruire uno spazio di confronto a più voci che sia utile a tutti.
E tu hai mai «accompagnato» ad un concerto i tuoi figli? Hai avuto occasione di discutere con loro sui testi di alcune canzoni da loro amate?
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