Storia di Nandi, il musiconauta dei bambini

Riccardo Milo, in arte Nandi, con i suoi laboratori di musica alternativa trasforma le lezioni in un viaggio nell'anima: «Non chiamatemi maestro»
February 28, 2026
Storia di Nandi, il musiconauta dei bambini
Secchi, tubi idraulici e bottiglie riempite di acqua diventano strumenti a percussione. E ancora, frutta e verdura trasformate in strumenti musicali. Dimenticate il pianoforte e il flauto che ha accompagnato innumerevoli generazioni, perché Riccardo, in arte Nandi, è il maestro che negli asili e nelle scuole non insegna semplicemente la musica: la fa succedere. Figlio di musicisti, è cresciuto in una casa dove la musica non era qualcosa da studiare ma da vivere. «Non ho fatto conservatorio. Ho imparato ascoltando, provando, sbagliando». La musica è diventata presto il suo linguaggio naturale, quasi inevitabile. Il suo percorso negli asili e nelle scuole elementari inizia quasi per caso, dopo aver risposto ad un annuncio di una scuola: cercavano qualcuno che potesse non solo insegnare musica, ma soprattutto trasmettere passione. «Al colloquio mi chiesero se avessi qualcosa online da far ascoltare – aveva appena pubblicato su YouTube il suo ultimo singolo – e con mia grande sorpresa il primo giorno in classe i bambini mi hanno accolto cantando il mio brano». In quel preciso momento capisce che gli alunni non stavano aspettando Riccardo, ma stavano aspettano Nandi. Conoscevano la canzone a memoria. In quell’istante nasce Nandi il “musiconauta”, come ama definirsi lui: «Io viaggio nella musica e cerco di portarci dentro gli altri». Per Riccardo la musica non è solo esecuzione. È connessione. «Può toccare la sfera emotiva, psichica, fisica. Cambia il linguaggio a seconda dell’età, ma la sostanza resta la stessa». Dal nido agli adulti, il suo obiettivo è uno solo: accendere qualcosa. «La musica è già dentro le persone. Io accendo il fuocherello che è in loro».
Le sue lezioni rompono gli schemi tradizionali, nei suoi laboratori la musica diventa un linguaggio universale: «Posso suonare gli oggetti, la frutta, le persone». In una scuola primaria ha raccontato la Sicilia con arance e limoni trasformati in strumenti. Ogni suono evocava una tradizione, un canto, un pezzo di cultura. «La musica diventa racconto». Poi c’è la biomusica, uno degli aspetti che più lo affascinano. «Spiego ai bambini che l’energia che scorre in noi scorre anche nelle piante». Con un dispositivo chiamato Plants Play collegato alle foglie e agli alberi, traduce gli impulsi elettrici vegetali in suoni, rendendo udibile un linguaggio invisibile. Quando accade, la reazione è sempre la stessa. «La prima cosa che gridano è: “È viva!”». Anche i più piccoli capiscono: «Un bimbo di due anni mi ha detto “Io suono come l’albero”». Per lui sono momenti indelebili. «La musica crea tatuaggi interiori. Cambia l’aria, cambia le persone».
Non teme i pregiudizi, nemmeno quando usa la parola “techno” - termine che spesso viene accostato a club notturni e rave - affiancandola a brani adolescenziali, come girotondo e il coccodrillo come fa. Due hit che sono diventate virali sulla sua pagina Instagram, superando di gran lunga il milione di visualizzazioni: «Io suono in quattro quarti con secchi e tubi. È un richiamo alla musica elettronica, ma è tutto acustico. Poca melodia, un ritmo quasi primordiale, ancestrale, collegato alla nostra essenza, a quel cuore che batte». «Sono contento di aver mostrato come dei ritmi assoggettabili alla techno e a dei richiami alla musica elettronica, fatti con strumenti da recupero, provochino questa energia primitiva e istintiva che si libera nei bambini».
Per Riccardo i social non sono una vetrina per mettersi in mostra, ma un’estensione del lavoro che fa in classe. Mostra poco, e con attenzione: «Non mi interessa raccontare la mia vita privata». I volti dei bambini restano protetti, le esperienze condivise solo quando hanno uno scopo. «Se qualcosa può ispirare, allora ha senso pubblicarlo». I video servono a far viaggiare quell’energia oltre le pareti dell’asilo, a mostrare che la musica può nascere da strumenti insoliti. E spesso dall’altra parte dello schermo arrivano adulti che guardano e vorrebbero essere loro quei bambini: “Magari avessi avuto un maestro così”, “Vorrei tornare all’asilo”, “Ci si può iscrivere a 36 anni?”. Si percepisce il suo sorriso, anche al telefono: «Da quando sono piccolo succede sempre la stessa cosa. Quando canto o suono cambia qualcosa nell’aria». Le persone si fermano, si guardano, partecipano. «Ecco», dice. «Io sono nato per fare questo».

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