Le famiglie e le festività “no contact” che semplicemente non esistono
di Luciano Moia
Crisi, tensioni e fatiche non sono prove della fine delle relazioni parentali, troppo spesso in occasione del Natale ridotte allo stereotipo di conflitto e fallimento. Come cambiare prospettiva in quattro passaggi

Le festività natalizie di questo 2025 ormai congedato saranno ricordate, insieme a tante gravi questioni di politica internazionale, per un aspetto solo apparentemente marginale, il ritorno della famiglia. Non fraintendiamo. La famiglia, pur sotto attacco, marginalizzata, tartassata, più o meno ridimensionata, non se n’è mai andata. Non potrebbe essere altrimenti. Ma nelle ultime tre settimane è stata al centro del dibattito mediatico, analizzata, vivisezionata. L’obiettivo? Quello di mettere a fuoco la sua esistenza in vita in occasione delle festività di fine d’anno che, secondo tradizione, sono il momento in cui si incontrano parenti da cui spesso si è stati lontani per mesi, occasioni in cui si vorrebbe ridare piglio dinamico a relazioni familiari rimaste un po’ statiche nei mesi di lontananza. Normale, in questi processi di faticosa ripresa e di impegnative riscoperte, che ci sia qualche momento imbarazzante, anche difficile, anche conflittuale. È sempre stato così. Chi decide di stupirsi o è in malafede o finge di ignorare la prassi ordinaria delle relazioni umane in cui la parola crisi è tra le ipotesi ordinarie. Oppure ha altri obiettivi, come sospettiamo. Vediamo perché.
Anche il Natale può essere “no contact”?
Nelle scorse settimane abbiamo ascoltato un gran chiasso di analisi e approfondimenti con una tesi tanto stravagante quanto impossibile da verificare. Sulla base di un triste slogan, Natale no contact, i soliti tuttologi del nulla sono arrivati alla conclusione che sarebbero in aumento non soltanto in generale le difficoltà delle relazioni familiari – che detto così sembra una banalità - ma soprattutto i figli che hanno deciso di interrompere i contatti con i genitori. C’è poco da compiacersi. Eppure non pochi media hanno salutato questo traguardo come la fine del “totalitarismo della famiglia”. Dizione aggiornata di quel familismo amorale su cui si sono spesi fumi di inchiostro negli anni folli del post Sessantotto. Quali sono gli elementi utilizzati per arrivare alla conclusione che saremmo di fronte a uno sfaldamento dei rapporti familiari genitori-figli simbolicamente rappresentati dalle feste natalizie? È stato citato un romanzo di Andrea Bajani, L’anniversario (Feltrinelli), vincitore dell’ultimo Premio Strega. E un film, Father Mother Sister Brother, di Jim Jarmusch, che ha vinto il Leone d’oro a Venezia. Ebbene, entrambe le opere raccontano di famiglie tanto disgregate e disfunzionali da apparire eccezionali nelle loro patologie. E soprattutto, sia nel film sia nel romanzo, il Natale non c’entra nulla o quasi. Però, ripetiamo, è interessante notare che proprio nell’imminenza delle festività natalizie il tema famiglia, nel suo binomio inevitabile di luci e di ombre, sia tornato al centro della riflessione. Ecco perché abbiamo deciso di riprendere qui lo spunto che ha animato il dibattito e offrire qualche motivo per andare oltre gli stereotipi famiglia-crisi-divisioni-pranzo di Natale.
Perché si sceglie il modello-lite per raccontare la famiglia?
A differenza di coloro che in queste settimane di festa hanno raccontato la famiglia come un recinto di filo spinato da cui evadere al più presto, noi siamo convinti che, pur con tutte le sue fragilità, i suoi tanti e gravi inciampi che non abbiamo mai taciuto e che non ci stanchiamo di approfondire, la famiglia rimanga realtà non superabile. E se i modelli familiari mutano, come sempre avvenuto nella storia, le relazioni familiari non si possono dissolvere. Ce lo racconta paradossalmente proprio il romanzo di Andrea Bajani, con il suo protagonista, un figlio maltrattato e umiliato dal padre mentre la madre, a sua volta vittima di quest’uomo violento e insensibile, viene ridotta a figura insignificante e indifferente. È un racconto crudo, a tratti fastidioso, che sembra creato apposta per far comprendere a chi ancora non lo sapesse, quali sono i tratti peggiori del maschilismo dispotico, intollerante, perverso, perfino sadico. Il padre del protagonista picchia la moglie, prende a pugni sul naso il figlio, arriva a costringere i familiari a lavarsi i denti con l’acqua del water. Tutto assolutamente ignobile. Naturalmente il marito e padre crudele ha un’amante che non si preoccupa di nascondere, anzi che la povera moglie deve accettare comprendendo il “bisogno di evasione” del padre-tiranno. Difficile immaginare di peggio e scontato, quasi inevitabile, che il figlio diventato grande decida di scomparire, di sospendere ogni rapporto con la famiglia di origine. Certamente per questo figlio i rapporti familiari sono stati un inferno, certamente l’assurda brutalità del padre e l’incapacità della madre di intervenire e di prendere le distanze dalla sua violenza, sono diventati una forma di durissima reclusione da cui fuggire. Si tratta di un romanzo, naturalmente, ma famiglie così esistono davvero. Sono relazioni che, dietro la maschera della normalità, nascondono rapporti tossici. E non è mai facile uscirne. La psicanalista a cui il protagonista del romanzo, ormai adulto, si rivolge per tacitare i fantasmi del suo passato e di cui ha bisogno proprio a Natale, riferisce che per lei, quel giorno non significa nulla – forse anche lei ha alle spalle il dolore di una disgregazione familiare - e che proprio il 25 dicembre le chiamate dei suoi pazienti sono incessanti. Osservazione che, al di là della finzione letteraria, rafforza la nostra tesi. Se anche per le persone vulnerabili, colpite proprio negli affetti che dovrebbero risultare più importanti e preziosi, il Natale rimane scadenza tanto rilevante da aumentare malessere e nostalgia, qualcosa vorrà dire. Solo il ricordo di una tradizione pur celebrata nelle sconnessioni di una famiglia problematica oppure il sogno di una festa importante per la somma dei suoi tanti significati che non si è mai potuto gustare appieno? In ogni caso, il protagonista del romanzo, dopo aver chiuso il durissimo capitolo con la sua famiglia d’origine, si sposa e diventa padre. La sua storia familiare riparte ma quella di prima è tutt’altro che cancellata. Spesso, tornando a casa in auto, guarda nello specchietto retrovisore il volto del suo bambino di pochi mesi e «sul suo viso vedo il viso di mia madre, è quello che il posto in cui la incontro da due anni a questa parte. E non fa bene, e non fa male». Per dire che anche quei genitori disfunzionali e negativi, che hanno lasciato nel suo cuore ferite tanto profonde, non si possono cancellare. Rappresentano in modo ambivalente il bene e il male, ma continuano ad esistere, al di là del pranzo di Natale. Ecco perché raccontare le fatiche delle famiglie, anche di quelle segnate da comportamenti pesantemente patologici, come simbolo di una tendenza tanto diffusa da trasformarsi nella presunta moda del Natale no contact, significa costruire un’operazione doppiamente falsificante. Da una parte si pretende di presentare il caso-limite raccontato in un romanzo come simbolo di un atteggiamento largamente condiviso – e non è così - dall’altra si azzera la complessità di un testo con tante interazioni psicologiche e tante zone d’ombra.
La famiglia, la festa e la crisi. Semplificazione inaccettabile?
Diamo subito la risposta a costo di apparire tranchant: senz’altro sì. Ma lo spieghiamo subito. Le crisi familiari, le famiglie disfunzionali, le fragilità e le tensioni, anche quelle lievi, che potremmo definire fisiologiche, esistono al di là dei giorni di festa. La fantasia degli scrittori, come quella di registi e sceneggiatori, può essere stimolata dalle varietà di situazioni che, nella loro apparente uniformità, mostrano risvolti sempre diversi, sempre originali. Il film Father Mother Sister Brother – un altro teste d’accusa, come detto, evocato per sancire il pessimo stato di salute della famiglia durante le festività – racconta proprio questa ricchezza di casi. Sono tre episodi che, partendo dalla difficoltà dei rapporti genitori-figli, vorrebbero fotografare l’impossibilità di comunicazione tra generazioni. È una realtà che tocca tutti, ci dice l’autore, ad ogni latitudine. Tanto che le tre storie cambiano ambientazione - Stati Uniti, Irlanda, Parigi – ma le fatiche familiari rimangono le stesse. Qui, a differenza del romanzo di Bajani, non ci sono situazioni estreme e non sembrano profilarsi occasioni di rinascita. Ma le storie rimangono aperte. Si possono guardare con l’occhio del pessimismo secondo cui non cambierà mai nulla, secondo cui genitori e figli sono destinati a rappresentare mondi lontani e incomunicabili, ogni generazione possiede per naturale inclinazione la voglia repressa, se non la rabbia profonda di cancellare, o almeno di contrastare, quelle che l’hanno preceduta. Oppure con l’occhio della speranza, secondo cui anche nei rapporti più difficili, anche quando genitori e figli hanno accumulato tali e tante esperienze negative da far considerare impossibile qualsiasi ipotesi di riconciliazione, c’è la possibilità di trovare un punto di incontro. Quando può verificarsi questa circostanza? Abbiamo la tentazione di scrivere che la possibilità di comprendersi, nonostante distanze e diversità, avviene soprattutto nelle situazioni “normali”. Ma sarebbe sbagliato. Non esistono famiglie “normali” e famiglie “anormali”. Certo, ci sono le relazioni tossiche, anche quelle patologiche, anche quelle gravissime – come appunto quelle raccontate nel romanzo di Bajani - anche quelle in cui si verificano episodi da codice penale. Ma anche nella maggior parte di questi casi, con la presenza di specialisti preparati e con tutti gli interventi opportuni da parte di chi ha la competenza per farlo sul fronte pubblico e privato, non va mai detta l’ultima parola. Nelle relazioni familiari, anche in quelle apparentemente più disgregate, non esistono situazioni irrecuperabili. È sempre possibile fermarsi. È sempre possibile tornare sui propri passi. Basta volerlo.
Filosofia “no contact” e speranze di rinascita
Sarebbe facile, a questo punto, pensare che il nostro modo di guardare alla realtà avvenga con un cannocchiale rovesciato. Come si può affermare che nelle diverse crisi che toccano le relazioni familiari sia sempre possibile fermarsi e tornare indietro di fronte ai dati sempre più drammatici delle disgregazioni familiari – oltre 300mila persone quelle coinvolte ogni anno in separazioni e divorzi solo nel nostro Paese – dell’emergenza educativa, dei minori in carico ai servizi sociali, dei genitori che chiedono aiuto per l’impossibilità di reggere il confronto, per esempio, con le mille insidie dell’invasione digitale? A rendere tutto più complicato esistono situazioni obiettive, come la crescente solitudine delle famiglie e la difficoltà di trovare gli aiuti adeguati quando le crisi esplodono. Situazioni che aumentano la complessità e sembrano rendere inevitabile la deriva del pessimismo. Eppure è proprio in questi momenti di crisi che occorre fermarsi, valutare con serenità le diverse situazioni e cercare nuove alleanze anche in una prospettiva di rinascita e di riscatto. Non sempre i figli che, secondo la tendenza no contact, vera o presunta che sia, vorrebbero chiudere le porte ai genitori, agiscono sulla base di un capriccio o di una smania egoistica. Talvolta c’è solo la ricerca di rapporti più autentici, la spinta a cambiare prospettive, il desiderio di mettere da parte relazioni stereotipate per cercare freschezza e spontaneità. La crisi, in questi casi, può tradursi in un percorso di rinnovamento interiore che serve a tutti, ai genitori ma anche ai figli. E allora benvenuta la crisi, benvenuti i figli che non si accontentano di genitori “seduti”, benvenuti i genitori che si mettono in discussione e non puntano subito il dito contro i figli sostenendo che non capiscono, che sbagliano sempre, che si avventurano su strade che noi adulti non conosciamo e non comprendiamo. Ma è davvero così? Fermiamoci prima di giudicare e di considerare “irrecuperabili” situazioni che, con uno sguardo più sereno e più libero, possiamo comprendere meglio e possiamo trasformare in prezioso spunto di rigenerazione. Proprio come il dibattito che si è scatenato nei giorni scorsi su relazioni familiari e festività natalizie. Una batosta per ciò che rimane della famiglia “tradizionale”? No, una meravigliosa occasione per ribadire che, anche nelle burrasche delle peggiori crisi, la famiglia possiede gli anticorpi per cambiare, rinascere e ripartire. Crediamoci. E l’anno comincerà meglio.
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