La mia amica di Internet
Affrontare con i figli le sfide del mondo tecnologico. Partendo dal presupposto che i primi a dover essere aiutati siamo noi adulti (ma chi ci aiuta?)

Se non lo sai, “Il padre ignoto” è la rubrica familiare che affronta le piccole, grandi sfide della paternità oggi. Puoi leggere le puntate precedenti qui. Se invece vuoi dire la tua, puoi farlo utilizzando questa bacheca online, così da costruire uno spazio di confronto a più voci che sia utile a tutti. Non solo padri.
La prima volta che è accaduto aveva solo 7 anni, e lo scopro per caso in differita durante una telefonata. «Si papà, tutto bene. Siamo appena arrivati a casa con il nonno…sto guardando un attimino sull’Ipad i risultati della partita di campionato di ieri». Ribatto io: «Edoardo senti, ma non avevamo detto che non devi navigare su Internet quando non è presente con te mamma, papà o una delle tue maestre?» (pensando nel mentre come avesse fatto ad aggirare lo screen time di Apple che abilita la navigazione solo negli orari scolastici, quando l’insegnante lo consente a supporto delle attività didattiche). Qualche settimana dopo decisi di portare lui e Giada a vedere «Ralph Spacca Internet». Ma alla fine ricordo nettamente che ad uscirne con le ossa rotte dal cinema erano piuttosto i genitori, messi di fronte ad una perfetta satira del nostro mondo (iper)connesso nel quale Internet – fin dalle prime scene - è raccontato come pericolo infernale ma, alla prova dei fatti, è solo un baratro presidiato dal sottile nastro «crime scene do not cross» che tuttavia anche una ragazzina può facilmente oltrepassare, in qualsiasi momento.
La prima volta che è accaduto aveva solo 7 anni, e lo scopro per caso in differita durante una telefonata. «Si papà, tutto bene. Siamo appena arrivati a casa con il nonno…sto guardando un attimino sull’Ipad i risultati della partita di campionato di ieri». Ribatto io: «Edoardo senti, ma non avevamo detto che non devi navigare su Internet quando non è presente con te mamma, papà o una delle tue maestre?» (pensando nel mentre come avesse fatto ad aggirare lo screen time di Apple che abilita la navigazione solo negli orari scolastici, quando l’insegnante lo consente a supporto delle attività didattiche). Qualche settimana dopo decisi di portare lui e Giada a vedere «Ralph Spacca Internet». Ma alla fine ricordo nettamente che ad uscirne con le ossa rotte dal cinema erano piuttosto i genitori, messi di fronte ad una perfetta satira del nostro mondo (iper)connesso nel quale Internet – fin dalle prime scene - è raccontato come pericolo infernale ma, alla prova dei fatti, è solo un baratro presidiato dal sottile nastro «crime scene do not cross» che tuttavia anche una ragazzina può facilmente oltrepassare, in qualsiasi momento.
Ricordo anche una interessante conversazione di cinque anni fa con un ragazzo undicenne che mi aveva confidato di avere due profili Instagram. «Caspita, spiegami un po' come riesci a gestirli entrambi che già uno mi sembra difficile». Mi aveva osservato attentamente, perché – con una sottile aria di sfida – rilanciò: «Senti, proprio tu dici queste cose che hai due telefoni?». Io però non arretrai: «Lo vedi quello più bello? E’ quello che uso per lavoro. L’altro, quello vecchio e con il vetro quasi tutto rotto, è il mio personale … e per essere più al sicuro non ha neppure la connessione ad Internet attiva». «Ma come?!?» – si allontanò sconsolato – «Un telefono senza Internet a cosa ti serve?». Forse non è ancora chiaro a tutti che il telefono è stato inventato per parlare con le persone? Ma ormai oggi essere online o offline è quasi una distinzione inutile, tanto è vero che ha più di dieci anni di vita il termine onlife, coniato dal filosofo Luciano Floridi proprio per definire questa realtà ibrida, in cui le due dimensioni si fondono e si integrano costantemente. Con il paradosso che, per il neofita della Rete (vergine in quanto «privo di una cronologia di navigazione» come il nostro amico Ralph), avere uno schermo davanti significa - a quella età - sentirsi «protetto». Beata innocenza! (e qui potrei descrivere per ore quello che mi racconta un amico che, per lavoro, insegue i pedofili che usano le chat dei giochi di squadra su Internet per adescamento).
Oggi 11 anni li ha Giada, che da grande vuole fare la Youtuber ma che al momento il profilo Instagram se lo scorda. Ma se è vero – come ormai tutti gli esperti denunciano a gran voce - che i figli sono lasciati sempre più soli davanti agli schermi tecnologici, di contro è altrettanto vero – ma questo mi sembra ancora passare in secondo piano – che sono anche i genitori ad essere lasciati soli, dietro a quegli stessi schermi. Soli con le loro paure inespresse o, più spesso, semplicemente con la loro incapacità di leggere il presente (e le potenzialità che la tecnologia può regalarci, se ben usata) e di trarne le dovute conseguenze in termini di azioni/re-azioni educative. Anche se da tempi non sospetti sostengo che il pediatra dovrebbe essere primo utile presidio nell'aiutare i genitori a riflettere sui temi dell'educazione digitale, al momento occorre ancora arrangiarsi. Chiedendo ovviamente aiuto agli «esperti», nei casi più gravi. Ma per affrontare al meglio le dinamiche quotidiane credo di avere ancora una certezza: a me servirebbero maggiori spazi di incontro/confronto tra «pari». Un qualcosa che potrei collocare a metà strada tra un moderno BarCamp e un circolo socratico dell’antica Atene, dentro il quale possa sempre più prender forma, e tradursi in sostanza benefica, quell’ormai imprescindibile mutuo-aiuto tra genitori 1.0.
Perché qui non contano solo le scelte prese all’interno della singola famiglia, che con forza e coerenza cerchiamo di puntellare ogni sera a cena. Conta soprattutto il villaggio là fuori e il fatto che se tua figlia in prima media non ha il cellulare è considerata, nella sua classe, una sfigata (nella migliore delle ipotesi). E per addomesticare il mondo là fuori occorre, a volte, avere anche il coraggio di bypassare le vecchie logiche genitoriali del controllo totale: perché una falla è sempre presente e la velocità di pensiero dei nostri figli pronta a coglierla. Come Edoardo che, con grande naturalezza, alla fine di quella telefonata mi svelò il mistero: «ma papà ….. guarda che io, come promesso, non sono andato su Google…. sto parlando con Siri, la mia amica di Internet».
N.N.
[7 - continua, forse. Qui le puntate precedenti]
Ci sono momenti in cui ci sembra di non sapere più nulla, e il nostro essere padri diventa sconosciuto. Ignoto, prima a noi che ai nostri figli.
E tu come affronti con i tuoi figli le sfide del mondo tecnologico? Che tipo di padre sei in questo contesto? Pensi che Internet sia più rischio o opportunità per la loro crescita?
Se vuoi, puoi scrivere a ilpadreignoto@gmail.com e condividere le tue riflessioni ed esperienze.
Contiamo di pubblicarle, come dicevamo all'inizio, anche tramite questo padlet (bacheca online) così da costruire uno spazio di confronto a più voci che sia utile a tutti.
E tu come affronti con i tuoi figli le sfide del mondo tecnologico? Che tipo di padre sei in questo contesto? Pensi che Internet sia più rischio o opportunità per la loro crescita?
Se vuoi, puoi scrivere a ilpadreignoto@gmail.com e condividere le tue riflessioni ed esperienze.
Contiamo di pubblicarle, come dicevamo all'inizio, anche tramite questo padlet (bacheca online) così da costruire uno spazio di confronto a più voci che sia utile a tutti.
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