I buchi nel cuore e il lavoro (invisibile) degli educatori che provano a riempirli

Viaggio sulla prima linea delle case di accoglienza, tra storie vere di fragilità estreme, cura quotidiana e resistenza. Un libro corale dà voce a chi, tra stipendi bassi e riconoscimento scarso, prova ogni giorno a riempire il vuoto di chi da solo non ce la fa
February 13, 2026
Un gruppo di educatori
Un gruppo di educatori
«Le case di accoglienza sono un porto di mare, incontri le persone più diverse. Persone che nella tua vita non avresti mai potuto incontrare se non lì». Sono le parole di un’educatrice di Milano che, dopo anni di esperienza, con alcuni colleghi ha raccolto in un libro le storie incontrate lavorando «nel cosiddetto sociale». Edito da Edizioni Underground, Tre buchi nel cuore. 33 racconti sul lavoro educativo, AA. VV. a cura di Simona d’Alò, Alberto Panciroli e Lorena Sphor, racconta fatti realmente accaduti e toccati con mano e con il cuore da una figura, che è appunto quella dell’educatrice e dell’educatore, che raramente scrive di sé, di cui ancora più raramente si scrive o si sente parlare, e che pure è delegata a un lavoro costante e necessario, quanto marginalmente percepito e mal retribuito, di ritessitura e di raccordo, di riavvolgimento e rattoppatura delle vite degli altri.  Vite di disagio, di famiglie sbagliate, di minori fragili, di donne che hanno attraversato deserti a piedi, vittime di tratta, con figli lasciati in patria e un senso di colpa che non le lascia mai. O madri bipolari, tenerezza e uragano in una successione senza logica, tossicodipendenti o figlie di donne che lo sono state, o abusate da padri e patrigni, trattate come scarichi di brutture. Anime intelligenti per natura, a volte geniali e pronte alla battuta, capaci di risate a cuore aperto pure nell’orrore della loro condizione, solitudini infinite a cui dare, nelle ore di colloquio, un orizzonte fatto di piccole cose o chiacchiere – mai davvero superficiali - davanti a un caffè o una pastasciutta. Di abiti riciclati e di scarpette acquistate a proprie spese per piccoli piedi. Di passeggiate, anche, quando si può. Di gite. Perché la vita possa scorrere a nuovi lidi. Non è più facile con i maschi. Bambini maltrattati, divenuti ragazzi violenti di una violenza primitiva e senza scampo, indolenti a tutto, da guidare a traguardi insormontabili come un diploma di terza media, che significa trovarli bendisposti almeno per brevi lampi, e passare per «babbi di minchia» solo perché si prova a far loro intravedere un futuro possibile oltre gli istinti quotidiani del proprio corpo adolescente, un futuro senza odio. Tecnicamente, con l’immaginazione guidata. Ma quando nulla dà frutto, quando il frutto di un’infanzia negata è destinato a diventare un adulto che uccide un uomo durante una rapina o muore per una dose tagliata male, gli educatori a volte quasi non parlano e se li guardi «sembrano aver raccolto tutta la stanchezza del mondo, senza sapere dove buttarla».
Sembra di vederli, leggendo i racconti, che tentano di mettere in ordine, a parole, quello che non dovrebbe mai essere accaduto. È terapia narrativa, che è la premessa di tutto il libro. Ma è anche vita vissuta che così tramandata recupera senso. E la sensazione, chiudendo il libro, è di gratitudine. Per aver portato, con gli altri colleghi, tutto questo carico di disumanità e di sofferenza, e cercato di conciliarla per noi, nel ripercorrerla, con i nostri lontanissimi e ordinari parametri umani. Stare. Esserci. Consigliare. Dare regole. Aspettare. Non giudicare. E ancora esserci. Non ingombrare. Aspettare. Che cosa? Rinascite. Piccole enormità come la riappacificazione con sé, con il mondo, con l’Universo. Essere presenze competenti e sincere, perché un lavoro così non si può fare se non sinceramente votati a portarlo a termine, ogni singolo turno. Eppure. Essere spesso presenze indesiderate, insultate, rifuggite. «Chi lavora nel sociale lo fa perché sa che quello è il lavoro più bello del mondo, ha detto una volta un mio collega - scrive Simona D’Alò -. Certamente non lo fa per denaro». Perché un operatore sociale laureato (educatore in particolare, come si spiega nel libro) «ha uno degli stipendi più bassi d’Italia, viene pagato forfettariamente per le notti in servizio, fa turni doppi perché non ci sono sostituti e soprattutto, se l’ente per cui lavora non vince un bando o non ha richieste di accoglienza, si ritrova senza lavoro oppure costretto a gestire tre o quattro progetti per completare il monte ore».
L’equipe è il bello di questo lavoro. Non solo perché tante volte, sorride l’operatrice, confrontarsi sugli accadimenti o i casi più dolorosi davanti a una caffettiera fumante e dei biscotti è «la nostra coccola professionale preferita», ma perché l’equipe permette «quando si resta senza parole e senza pensieri, in una melma che ci impantana, quando proprio non ne puoi più, che qualcun altro ti sostituisca». E non se ne può più quando “i buchi nel cuore” della persona che si ha davanti sono talmente grandi e talmente neri e talmente profondi, anche quando sono solo il disegno di una bambina su un foglio, da inghiottire la luce fuori dalla finestra. Quando le storie – «storie che nessuno vorrebbe mai ascoltare» - «infettano», si «attaccano addosso» e non ti lasciano più, storie di corpi violati, di miserie senza un ordine di grandezza che possa misurarle, di urla e mancati abbracci, di fallimenti, di figli allontanati e madri destinate a nuovi buchi, sono troppo. Anche per chi questo lavoro lo sceglie e lo risceglierebbe ogni giorno. «Bisogna urlare, ma urlare forte e con cura, le storie provenienti dal mondo del disagio», spiega nell’introduzione al libro il pedagogista e formatore Marco Tuggia, denunciando anche la cecità politica che avvolge in un tutt’uno, insieme alle persone a loro affidate, gli stessi professionisti del lavoro sociale. Alcuni, tra gli autori, riportano circostanze personali. In cui rintracciano il perché dell’essere qui e ora. Con «le scarpe pronte», con la convinzione che il buono e il bello ci siano sempre e vadano sempre ricercati. Intelligenze e talenti da riconoscere o disvelare. «Perché il mondo ha bisogno di tutto. Di matematici, di dottori, di ballerini, di mediatori, di naturalisti, di voci che cantino la bellezza perché di bruttezza ce n’è molta, e tutti noi la possiamo almeno contrastare».

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