Cosmologie relazionali: parole, opere e omissioni

La distanza coi figli che cresce col loro crescere, la difficoltà di trovare un nuovo linguaggio. E la determinazione di un padre a non arrendersi
March 28, 2026
Un bambino con un pallone
«Una volta, secondo Sir George H. Darwin, la Luna era molto vicina alla Terra. Furono le maree che a poco a poco la spinsero lontano» [Italo Calvino]
Se non lo sai, “Il padre ignoto” è la rubrica familiare che affronta le piccole, grandi sfide della paternità oggi. Puoi leggere le puntate precedenti qui. Se invece vuoi dire la tua, puoi farlo utilizzando questa bacheca online, così da costruire uno spazio di confronto a più voci che sia utile a tutti. Non solo padri.
Tra gli straordinari racconti di Italo Calvino che mi avevano affascinato nel periodo universitario, ce ne sono due – entrambi tratti dalle “Cosmicomiche” – che da un po' di tempo bussano alla mia (nuova) porta di padre ignoto. Il primo descrive lo sforzo di un manipolo di donne e uomini intenti a posare una scala a pioli nel mezzo di una barca, per consentire loro un facile allunaggio. Perché “c’erano delle notti di plenilunio basso basso e d’altamarea alta alta che se la Luna non si bagnava sul mare ci mancava un pelo; diciamo: pochi metri”. Salgono e scendono insieme, dalla Terra alla Luna e viceversa, mese dopo mese, senza alcun problema. Fino a quando l’orbita del satellite inizia ad allargarsi, senza che nessuno – o quasi – se ne accorga. Poi, una sera, un grido: “La Luna s’allontana!”.s
Per Ariosto sulla Luna erano custodite le coscienze e i destini degli uomini; per Calvino invece si tratta non già di un viaggio per recuperare un senno perduto ma di un espediente letterario per esplorare il tema dell’assenza e della nostalgia: “La distanza dalla Luna” diventa così metafora di quella, tanto fisica quanto emotiva, che separa gli individui. E anche se Calvino si concentra su un particolare prototipo, quale quello dell’amore tra un uomo e una donna, io rileggendo oggi quel racconto non riesco a pensare a null’altro che alla distanza che mi separa da Edoardo e Giada. Come è potuto accadere che un meraviglioso viaggio, quale è stato quello con i miei due figli nei primi otto anni della loro vita, si sia trasformato da una “Luna di miele” ad una traversata nel deserto verso il Mar Rosso, nel bel mezzo di una tempesta di sabbia tale da farmi perdere qualsiasi direzione utile? Dove è finita quella scala capace di tenere unita Terra e Luna, e tutti noi assieme con esse? E dunque, che cosa mi manca? Il fiato, certo. Ma non solo.
Ho sempre pensato che la cosa più importante, sia nel rapporto di coppia che in quello genitoriale, fosse concentrarsi sull’essere presente. Prima di tutto con il pensiero, costante e fedele nel tempo. Anche per una mia innata timidezza, ho creduto che in ogni caso “il fare” potesse bastare, quasi come se “il dire” fosse – all’interno di tale prospettiva – qualcosa di superfluo. E forse anche per questo che, ancora recentemente, mi aveva colpito l’abbraccio del presidente Mattarella a Christian, il figlio ventiseienne di uno dei tre carabinieri morti nell’esplosione del casolare di Castel d’Azzano, che così ricordava suo padre Valerio Daprà: “Avevamo molti tratti caratteriali simili, nessuno dei due era bravo con le parole però abbiamo espresso il nostro affetto reciproco con le azioni”. Ma le maree della preadolescenza dei miei figli, con l’ausilio della rotazione terreste, hanno avuto definitivamente il sopravvento su questa mia personale cosmologia relazionale. E un giorno mi sono risvegliato captando dentro di me un segnale: quelle che fino ad allora pensavo fossero “opere” stavano assumendo, senza ricerca di una forma nuova di dialogo, i caratteri delle “omissioni”. E al chiarore della Luna sempre più sfuggente, ho finalmente iniziato a comprendere che quella scala, che avevamo per così tanto tempo percorso insieme - mano nella mano come sullo scivolo al parco - doveva ora trasformarsi in un distributore di parole nuove, capaci di generare altri pioli per tenere il passo a quell’allontanamento progressivo.
Al netto della stanchezza che tutta quella inesorabile distanza aveva generato negli ultimi anni, è stato così sempre Calvino a venirmi in soccorso, come il Signore fece con Mosè nel deserto del Sinai (cit. Libro dei Numeri, 1,1). Quasi a suggerirmi la necessità di una nuova postura e di un nuovo sguardo, in questa attuale tappa del mio difficile viaggio di padre: “Da una galassia lontana cento milioni d’anni-luce sporgeva un cartello. C’era scritto: TI HO VISTO. Feci rapidamente il calcolo…. il momento in cui mi avevano visto doveva risalire a duecento milioni di anni fa”. Se qui per Calvino il tema della distanza assume invece una sfaccettatura differente, incentrandosi sul ritardo della comunicazione cosmica, “Gli anni-luce” sono anche uno straordinario racconto sulla paura del giudizio e delle strade possibili per cercare di superarlo, intavolando – appunto – una conversazione feconda e salvifica con l’altro-da-noi che ci appariva finora, allo stesso modo, ignoto.  E dunque, lunatici Giada ed Edoardo, nonostante le difficoltà di una distanza che mi sembra ancor oggi “anni-luce”, quello che vorrei dirvi posso ancora ostinatamente cercare le parole per dirvelo.
N.N.
[12 - continua, forse. Qui le puntate precedenti]
Ci sono momenti in cui ci sembra di non sapere più nulla, e il nostro essere padri diventa sconosciuto. Ignoto, prima a noi che ai nostri figli.
E tu nella relazione con i tuoi figli privilegi le “opere” o le “parole”?
Cosa pensi possa essere più importante ed efficace per il loro percorso di crescita e per migliorare il tuo rapporto di padre (o madre) con loro?
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