L'Europa può concedere all'Italia un "margine" di 6,8 miliardi. Da spendere sull'energia
di Gianluca Carini, Roma
Lo spiraglio ipotizzato dalla Commissione Europea consentirebbe lo "scorporo" delle risorse dal rapporto deficit/Pil: è lo stesso discorso che vale per i costi del riarmo. Ma la procedura non è semplice. Quanto alla richiesta di Meloni a Von der Leyen sul Safe, per ora non è prevista alcuna risposta

Uno spiraglio di flessibilità da circa 6,8 miliardi l’anno in materia di energia. Questo lo schema ipotizzato dalla Commissione Europea dopo la lettera inviata dalla premier Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen un paio di settimane fa.
In sostanza, si risponde con un parziale sì prevedendo un margine di spesa dello 0,3% annuo nel triennio 2026-2028 fino a un massimo dello 0,6%. Tradotto per l’Italia, significa poter spendere da 6,5-7 miliardi (lo 0,3% del Pil) a 13-13,5 miliardi (lo 0,6%, secondo le stime attuali). Lo schema rientra in quello del National escape clause (Nec) sulle spese militari: per spendere per l’energia, insomma, gli Stati interessati dovranno presentare una richiesta formale di Nec, cui seguiranno una proposta della Commissione e l'approvazione del Consiglio Ue (a maggioranza qualificata). La procedura dovrebbe finire così dopo l’estate.
Il vantaggio di questo modello è presto detto: le spese militari (e dunque a breve anche per l’energia) vengono “scorporate” da quelle considerate nel rapporto deficit/Pil. Come noto, se si supera la soglia del 3%, si va incontro a una procedura di infrazione dalla quale l’Italia contava di uscire ad aprile (ma con il suo 3,1% ha dovuto rimandare di un anno). Rimane invece un altro tetto: quello dell'1,5% del Pil annuo concesso dal 2025 per quattro anni ai 27 Paesi Ue sulle spese militari (le due voci quindi concorreranno). Fonti di Bruxelles spiegano però che la Commissione Ue non si aspetta un ricorso diffuso alla Nec “energetica” pari a quella per il riarmo, chiesta finora da 18 Paesi, compresa la Spagna per la quale c’è già la raccomandazione della Commissione al Consiglio di attivarla.
L’Italia è di certo uno dei Paesi più interessati alla clausola per l’energia, mentre altri, come Finlandia e Danimarca, sono ritenuti meno esposti. Al momento, invece, la Commissione Europea non prevede di rispondere per iscritto alla lettera inviata domenica 17 maggio dalla premier Meloni. Nella missiva, la premier in sintesi diceva che, alla pari della sicurezza militare, «oggi anche la sicurezza energetica è una priorità strategica europea» e faceva capire che senza flessibilità in materia energetica sarebbe stato complicato accedere a Safe, il prestito europeo per il riarmo. La flessibilità prevista dall’Unione Europea in materia energetica potrà essere usata solo per investimenti strutturali e che accelerino la transizione dai fossili – ad esempio sostegni ai veicoli elettrici, batterie, pannelli solari – e non invece per sussidi alla domanda di fonti come carbone o petrolio.
Una linea, va detto, che non trova tutti d’accordo: per l’eurodeputato ceco Alexandr Vondra – “relatore ombra” dell’Ecr (il gruppo diFdI) sul nuovo regolamento Ue in materia di emissioni di Co2 di auto e furgoni – incentivare oltremodo il mercato dell’auto elettrica rischia di «alimentare il mostro cinese e aumentare la dipendenza dell’Europa dalle tecnologie prodotte al di fuori dell’Ue».
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