L'altra faccia degli sbarchi in calo è l'aumento dei morti in mare. «Deterrenza non è sicurezza»
Le misure che mirano alla chiusura delle frontiere in Europa, secondo l’Oim, causano più dispersi e vittime. Sebbene siano in diminuzione gli arrivi, il Mediterraneo resta una tomba per migliaia di persone

Molti meno approdi sulle coste dell’Unione europea, molte più vittime durante le traversate. Di rado i numeri e le statistiche permettono di immaginare i destini delle persone in carne e ossa che rappresentano. Questa volta, però, l’incrocio di dati diversi dà la misura drammatica dei rischi crescenti che affronta chi migra.
Nella prima metà del 2026 sono calati, e di molto, gli arrivi irregolari di persone migranti e di richiedenti asilo ai confini europei. Di contro, sono cresciute, e in maniera consistente, le morti e le sparizioni in mare, soprattutto nel Mediterraneo centrale e orientale. Si conferma, dunque, una tendenza già osservata nei mesi scorsi mentre, quasi in contemporanea, arrivano i dati aggiornati di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, e del Missing Migrants Project dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dell’Onu. Nel primo semestre di quest’anno il numero di attraversamenti irregolari delle frontiere esterne di terra e di mare dell’Unione europea è calato del 37% (si è attestato a circa 49mila) rispetto allo stesso periodo del 2025, quando già Frontex segnalava il livello più basso dal 2021.
Se si considera la sola rotta del Mediterraneo centrale che direttamente coinvolge l’Italia, la diminuzione di arrivi è stata ancora più marcata, addirittura del 52%. «Il calo riflette la costante cooperazione con i Paesi partner e le misure preventive adottate nei principali stati di partenza», sottolinea la nota di Frontex. Altro set di dati, stesso contesto geografico, tutt’altra prospettiva: secondo le rilevazioni dell’Oim, da inizio gennaio alla fine di giugno, sulle diverse rotte migratorie marittime che puntano a raggiungere le coste europee sono morte complessivamente almeno 1.570 persone. Erano state 1.232 nel primo semestre del 2025. Si tratta di un aumento del 27%, che, però, sale a uno scioccante 65% (da 851 vittime si è arrivati a 1.410) se si considera il solo Mediterraneo, escludendo cioè i naufragi al largo delle coste africane dell’Atlantico nei dintorni delle Canarie.
Nel database del Missing Migrants Project vengono inseriti i soli casi verificati, dunque stime al ribasso che, sottolinea l’Oim, non riescono a rappresentare la reale portata del fenomeno. E infatti, secondo l’organizzazione, le morti starebbero diventando sempre meno visibili, anche a seguito del più limitato accesso alle operazioni di ricerca e salvataggio (Sar). Non sono inclusi nella banca dati i circa mille casi di dispersi che, per alcune fonti, sarebbero stati provocati dalla furia del ciclone Harry, lo scorso gennaio.
L’Oim ha riferito ad Avvenire di essere stata in grado di verificare solo 375 delle sparizioni collegate a partenze avvenute nelle settimane del ciclone, le uniche a venire ricomprese negli elenchi. Le severe misure di deterrenza adottate negli ultimi anni dai Paesi dell’Ue per il contenimento dei flussi migratori (fra tutti, in testa, il Memorandum siglato nel 2023 con la Tunisia), hanno avuto l’effetto di ridurre drasticamente le partenze da alcune coste, ad esempio quella tunisina di Sfax, che erano nel recente passato affollati punti di imbarco. Le reti di traffico di esseri umani e, con loro, le persone che cercano un modo per attraversare il mare, da sempre si adattano, si spostano spingendosi verso aree meno pattugliate e nuovi canali di transito, con il risultato più volte osservato di rotte che diventano sempre più lunghe, complesse e fatali.
«Il fatto che un minor numero di arrivi coincida con un maggior numero di morti ci ricorda che la deterrenza non rende la migrazione più sicura» ha commentato Andrea Garcia Borja dell’Oim presentando i dati l’8 luglio a Berlino. Le cifre dimostrano che, quest’anno, tutte le rotte del Mediterraneo si sono fatte più pericolose. Lungo quella del Mediterraneo centrale, si è registrato un aumento del 57% dei decessi. Almeno 865 morti in questi sei mesi, rispetto ai 552 del primo semestre del 2025. Lungo la rotta orientale, che punta alle coste greche, il bilancio delle vittime è più che raddoppiato, da 120 a 320, soprattutto a causa di un’intensificazione delle partenze dall’est della Libia verso Creta. Una rotta emergente, alternativa a quella più controllata dell’ovest libico, e costituita da un lunghissimo tratto di mare aperto di circa 300 chilometri, da Tobruk fino all’isola ellenica. Una distanza, fa notare l’Oim, non certo percorribile – come è attualmente – con semplici gommoni e oggi priva di capacità di ricerca e soccorso.
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