"Io sono Barriera". Alla periferia di Torino giovani insieme per far ripartire il quartiere
di Andrea Zaghi, Torino
Un'operazione pulizia, per dare un segno oltre il degrado della zona, dove la convivenza tra abitanti storici e immigrati di nuova generazione non è facile. Il Sermig e la parrocchia promotori dell'iniziativa: «Un gesto di bene dove spesso si sente parlare di male»

Si può fare del bene anche raccogliendo cartacce. Si può fare inclusione e accoglienza, spazzando le strade di un quartiere difficile. Per ridare bellezza superando l’indifferenza. Per provare a cambiare. Per compiere non solo un atto di civiltà, ma un gesto di speranza. L’esempio arriva da Torino, quartiere Barriera di Milano e cioè una delle zone più complesse della città.
È accaduto sabato. L’appuntamento è alle 9.30, corso Palermo 109: una di quelle grandi strade che dal centro portano fuori, verso Milano, lunghe file di case un po’ moderne un po’ no, che si vedono densamente abitate da tante etnie diverse. Perché qui in Barriera vivono vecchi torinesi ma anche vecchi immigrati (quelli arrivati dal Mezzogiorno qualche decennio fa) e nuovi immigrati, magari giunti qui in modo fortunoso. Qui integrazione e inclusione sono spesso belle parole che non vengono ancora vissute, in cui si campa come si riesce, ci si sopporta, si fa come si può. Eppure qui è nata l’iniziativa “Io sono Barriera”, promossa dalla Parrocchia Regina della Pace e dal Sermig (in collaborazione con Amiat Gruppo Iren) che per il terzo anno consecutivo vuole ripulire e ridare bellezza al quartiere.
«Vogliamo dare una buona notizia oltre il degrado – dice il parroco don Andrea Bisacchi - un gesto di bene dove troppo spesso si sente parlare di male. Un gesto per voler bene alle persone di Barriera di Milano». A ritrovarsi sono in oltre 400, di fatto giovani e giovanissimi, provenienti da tutta Italia che frequentano il campo estivo dell’Arsenale della pace del Sermig. Arrivano tutti indossando magliette gialle con scritto “Io sono Barriera” con un cuore rosso ben visibile. Ma l’appello è rivolto a chi qui ci abita e che ancora con difficoltà partecipa. Eppure don Andrea e i suoi non demordono: «È l’esempio quello che conta, è il segnale di cura quello che vale». E ogni anno, qualcuno dei residenti si aggiunge ai gruppi che si distribuiscono nel quartiere con ramazze, guanti, palette e sacchi (tutti forniti dall’Amiat). Punto di partenza e di ritrovo, è uno slargo dietro la parrocchia: accanto un bar da cui la gente osserva, poco più in là il mercato rionale. Appena dietro l’angolo, una lapide che dice della morte di Francesco Badellino, tappezziere e staffetta partigiana, ucciso due giorni dopo il 25 aprile 1945 all’età di 17 anni: l’età di molti dei ragazzi che oggi sono qui.
Alla partenza c’è il sindaco, Stefano Lo Russo: «Voi siete un esempio di generosità». Mentre Rosanna Tabasso, presidente del Sermig, ricorda la responsabilità «che ognuno di noi ha del prendersi cura delle persone e dell’ambiente». C’è il presidente della Circoscrizione, Valerio Lomanto, che non smette di ringraziare tutti. Poche parole, poi l’appello: divisi per squadre ragazze e ragazzi passano a prendere il materiale e poi si spostano in una delle 37 zone in cui il quartiere è stato diviso. Dopo circa due ore il ritorno, con i sacchi pieni di spazzatura e molti semi di speranza lasciati lungo le vie.
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