mercoledì 1 dicembre 2021
Il bilancio amaro del presidente di Etica Sgr: «Non c’è più tempo per il "facciamo i bravi" e un approccio volontaristico Servono scelte globali di governance»
Ugo Biggeri è il presidente di Etica sgr (Gruppo Banca Etica)

Ugo Biggeri è il presidente di Etica sgr (Gruppo Banca Etica)

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«È stata la Cop del marketing climatico»: è piuttosto arrabbiato Ugo Biggeri, presidente di Etica sgr (la società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Etica), riflettendo sulla Cop26 di Glasgow. Non è certamente l’unico, dato che al meeting che era stato presentato come l’ultima occasione per l’umanità di porre un freno alla crisi climatica, ci si attendeva che i cosiddetti 'grandi' della Terra mettessero in campo azioni finalmente drastiche. Invece, basta prendere la versione definitiva del Glasgow Climate Pact, e i termini che utilizza – termini che a questi livelli contano ancora di più – per capire come, a parte qualche passo avanti, Cop26 abbia largamente deluso le speranze dei più. Se infatti, per dire, il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, commentava l’ultimo rapporto di Ipcc ad agosto dicendo che esso suonava le 'campane a morto' per le fonti fossili, e i giovani della Youth4Climate di Milano a fine settembre avevano chiesto con forza – ricevendo tra l’altro dai 'grandi' presenti la promessa che le loro istanze sarebbero state considerate – di 'abolire' le fonti fossili al più tardi entro il 2030, nel testo del Pact i Paesi del mondo vengono solo 'esortati' (non obbligati) ad accelerare verso la 'riduzione' (non l’eliminazione) nell’uso del solo carbone, anzi, del carbone 'non abbattuto' (senza misure di contenimento della CO2 emessa); e ad eliminare progressivamente i sussidi alle fonti fossili, ma solo quelli 'inefficienti', aggettivo che si può interpretare con anche più di cinquanta sfumature.

«C’è stata molta ipocrisia – argomenta Biggeri –, perché nelle dichiarazioni dei primi giorni si parlava di 'rischio fine del mondo', ma di fatto mancano impegni concreti. Addirittura si è rischiato che nel documento finale non si menzionassero neppure i combustibili fossili (come accaduto in tutte le precedenti Cop, Accordo di Parigi compreso, ndr). Non abbiamo la carbon tax. Non ci sono disincentivi all’economia e alla finanza 'brown' (più inquinanti, ndr). Non c’è una spinta forte alla riconversione dei modelli produttivi. Insomma, si continua a rimandare ». Un punto particolarmente dolente nell’analisi che Biggeri fa della Cop26 è che l’approccio largamente prevalente è stato, ancora, quello volontaristico: «Non c’è più tempo – sottolinea – per il 'facciamo i bravi'. È come suggerire che non si può andare troppo veloci in autostrada sen- za però imporre un limite di velocità. Non si possono lasciare queste decisioni alla sfera volontaristica, occorrono precise scelte di governance globali». Se il mondo non decide in consessi come la Cop26, Biggeri confida che si possa e si debba comunque agire ad altri livelli, in altri ambiti. Anche sulla spinta sempre più forte dei movimenti della società civile: «Oggi – prosegue – c’è molta più consapevolezza che in passato sulla portata dei cambiamenti climatici. Se è vero che il clima è un tema globale che ha bisogno di risposte globali, si può comunque fare molto a livello di scelte nazionali o degli enti locali. Penso al movimento di Agenda 21, che ora si è un po’ arenato ma che aveva coinvolto tantissimi enti locali a livello internazionale. Come istituzioni ma anche come cittadini ci sono scelte importanti che possiamo fare, come quelle sulla mobilità sostenibile, o sull’investimento».

Nella finanza in particolare il nemico da combattere, per operare scelte che aiutino davvero contro la crisi climatica, è il greenwashing. Che Biggeri divide in due tipologie: «Il primo – spiega – è il greenwashing di chi offre prodotti d’investimento sostenibili, anche fatti molto bene, che però rappresentano solo una piccola parte delle masse che gestisce, mentre quei prodotti vengono promossi come se riguardassero tutta l’attività. E qui le norme Ue sulla finanza sostenibile ritengo che aiuteranno a distinguere. Il secondo tipo è quello legato alle grandi dichiarazioni di principio o di impegni, ancora una volta, volontari. Dove si parla ad esempio di obiettivi 'net zero' (neutralità climatica, ndr) al 2050, ma dove magari fino al 2040 si fa poco o niente, rimandando all’ultimo la parte più difficile. Col risultato, certo, di aggravare la situazione climatica. Mentre servono impegni immediati, concreti e cogenti». Il punto, anche per la finanza, è che cambiare poco, pur se nella giusta direzione, non basta più. «Per centrare gli obiettivi legati al clima – conclude Biggeri – in finanza deve cambiare molto, moltissimo. Prendiamo le energie fossili: in Etica sgr da vent’anni non investiamo nell’estrazione delle fossili. In ogni caso, se non cambia rapidamente il valore degli asset legati all’economia fossile, vuol dire che la finanza, e prim’ancora il mondo che essa riflette, ha scelto di continuare così. Ma prima o poi credo che le decisioni drastiche s’imporranno».

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