Dov’era Dio nel rogo di Crans? Stringeva i ragazzi tra le sue braccia

Le domande che angosciano i genitori dei ragazzi vittime della sciagura di Capodanno in queste ore opprimono i cuori di tutti. La lettera aperta di don Maurizio Patriciello le condivide
January 2, 2026
Dov’era Dio nel rogo di Crans? Stringeva i ragazzi tra le sue braccia
Candele per strada nelle vicinanze del locale di Crans-Montana dov'è accaduta la tragedia di Capodanno
Cari genitori, il vostro dolore è il nostro dolore, la vostra angoscia ci opprime, le vostre speranze ci incitano a guardare avanti. A Crans-Montana siete stati colpiti da una tragedia immane, lasciateci asciugare le lacrime che vi solcano il volto.
Alla sofferenza si aggiunge la rabbia, lo sconcerto, il rammarico. Nella vostra vita tutto è cambiato in un istante. Da oggi niente sarà più come prima. Eravate sereni allo scoccare della mezzanotte, i vostri ragazzi stavano al sicuro, l’ambiente sano, la montagna stupenda, la serata tranquilla. Avevate appena brindato, come tutti noi, all’anno nuovo. Baci, abbracci, risate, battute di spirito, pacche sulle spalle. Un messaggino – l’ultimo – al figliolo che si divertiva con gli amici. Chi avrebbe potuto prevedere la tragedia che stava per abbattersi sulle vostre vite?
Da soli non ce la potete fare a sopportare un dolore così grande, così assurdo. Avete bisogno di appoggiarlo sulle spalle di fratelli e sorelle, conosciuti e sconosciuti. Eccoci, perdonateci se ci permettiamo di farci avanti e dirvi: ci siamo. Stiamo piangendo con voi fin dalle prime, incerte, notizie. Per voi abbiamo pregato nelle nostre comunità parrocchiali. Quando la morte arriva inattesa, improvvisa, con il viso arcigno, cattivo, deturpato; quando porta via non te – sarebbe stato meglio, hai pensato mille volte – ma il cuore del tuo cuore, il figlio che hai messo al mondo, il futuro nel quale ti rispecchiavi, il dono più prezioso tra i tanti doni ricevuti negli anni, in quel momento le parole – fossero anche le più sublimi – non possono bastare. Siete stati catapultati nel mistero della sofferenza assurda e della morte senza preavviso, nel momento in cui stavate ridendo, scherzando, giocando, brindando. Non è giusto. È vero, non è giusto.
Adesso si va alla ricerca delle responsabilità. Giustizia deve essere fatta, perché errori madornali come questi non abbiano a verificarsi più. Perché altri innocenti non abbiano a soffrire e morire. Magra consolazione, però. Tu rivuoi tuo figlio. Tu vuoi ritornare a casa insieme a lui. Tu vuoi che dopo l’Epifania riprenda ad andare a scuola. Tu vuoi i suoi capricci, i suoi abbracci, le sue lamentele, la casa in disordine, i libri sparpagliati. Tu vuoi sentire la sua voce, vederlo crescere, diventare uomo, donna. Tu vuoi coronargli il capo con l’alloro il giorno in cui discuterà la tesi. Tu vuoi lui, lei. Con quel nome, quel volto, quella risata, quei difetti, quel suo modo di fare unico e irripetibile. Tu vuoi tuo figlio. Il resto è poca cosa.
Magra consolazione per una mamma e un papà che hanno perso il loro meraviglioso ragazzo. Magra consolazione per chi sta trepidando per le sorti del figlio disperso. Magra consolazione per chi non sa ancora se il suo “bambino” ricoverato in ospedale ce la farà. Permetteteci di soffrire con voi, fratelli e sorelle. Permetteteci di dirvi che i vostri figli sono i nostri figli. Sappiate che non siete soli. La vita è bella – troppo, troppo bella – ma anche tanto fragile.
In queste ore rimbalzano alla vostra mente le attese, le sofferenze, i sacrifici, gli aiuti, le paure, le speranze con cui avete convissuto dal giorno in cui egli, timidamente, bussò alla porta del vostro cuore. Lo accoglieste. Vi sconvolse le giornate. Il pargolo – mi ricorda il Pargoletto nel presepe – il pargolo, dicevo, con prepotenza, si prese ogni spazio, tutto il vostro tempo, i vostri progetti. Si impossessò dei vostri sogni. Fu un concentrato di egoismo. Ma voi eravate felici. Il suo pianto, la sua vocina, i suoi primi passi, le sue prime parole balbettate, le colichette, i reflussi, le pappe, il sorriso, la sua vita, vi ricompensavano di tutto. C’era lui. E per lui, ormai adolescente, tremavate, ma non potevate dirglielo, si sarebbe arrabbiato. Alle vostre raccomandazioni non faceva che ripetere: «Stai tranquilla mamma, stai sereno papà. L’ambiente è sicuro, i miei amici sono persone perbene. Non avete motivo di stare in ansia».
E invece, no, chi ama sta sempre in ansia. Chi ama teme e trema. Chi ama sa bene che il pericolo si nasconde, si camuffa, si trasforma. Puoi trovarlo dappertutto, e tu, figliolo, sei tanto giovane per poterlo scovare a prima vista.
Dio dov’era? Migliaia di persone si sono poste questa domanda, decine di amici l’hanno rivolta a me. Col volto triste ho risposto: «Piuttosto mi chiedo: dove sono io quando mio fratello ha fame, ha sete, viene denigrato, umiliato? Dove sono io quando affoga nello stesso mare nel quale mi diverto? Dove siamo noi quando progettiamo e realizziamo luoghi, strade, autostrade, veloci mezzi di locomozione, cibi e bevande non sicuri? Dove siamo noi quando non facciamo il nostro dovere fino in fondo?» No, la domanda non regge. La nostra fede cristiana ci dice – e noi lo crediamo fermamente – che il nostro Dio era là con i vostri ragazzi quella notte. Proprio in quel locale. Impotente. Schiacciato. In croce. A soffrire e morire con loro. Ad accarezzarli come avreste fatto voi, cari genitori, in quel momento atroce. Dio era là a farsi carico del loro spavento, a raccogliere le loro paure, le loro grida disperate. Dio era là per portarli nella beata pace dell’eternità dove un giorno, statene certi, li ritroverete. Forza, cari fratelli e sorelle gettati in questa valle oscura di sofferenza e di morte. Accogliete il nostro abbraccio. Vi vogliamo bene.

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