La filosofia analitica? Un antidoto alla post verità
Un libro Schuringa ha sollevato dubbi sulla validità di un approccio logico ai temi morali. Eppure chiarezza e rigore restano condizioni essenziali

Sarebbe troppo facile dire che il severo resoconto della filosofia analitica contemporanea sviluppata da Christoph Schuringa nel suo recente libro A Social History of Analytic Philosophy, e fatto proprio senza esitazioni da Pierfrancesco Stagi su “Avvenire” del 17 dicembre, non sia abbastanza analitico per cogliere nel segno. Tuttavia, se attenzione al linguaggio, chiarezza e razionalità, argomentazione rigorosa, distinzione accurata dei concetti, frequente richiamo alla scienza sperimentale sono gli elementi distintivi di questo stile di pensiero, le accuse mosse a quest’ultimo andrebbero almeno ben giustificate. Tanto più se l’imputazione è pesante, ovvero attribuire alla filosofia analitica un implicito progetto di quietismo quando non di conservatorismo politico, accompagnato da una sorta di imperialismo ideologico-accademico che tenderebbe a mettere ai margini coloro che parlano o scrivono in modo diverso.
Chi scrive si riconosce nell’approccio analitico, ma saluta con favore il dibattito e la presenza di voci discordanti. Non tutto quello che si sostiene, però, può avere la stessa solidità e lo stesso valore, come indica il dibattito internazionale sul volume in oggetto. Quale prima replica, basterebbe citare importantissimi esponenti del campo analitico che con le loro opere, proprio grazie agli strumenti dell’analisi concettuale, hanno sfidato lo status quo e sono considerati in vario modo “bestie nere” dei conservatori: John Rawls e Peter Singer. Il primo ha proposto una teoria della giustizia in rotta di collisione con il liberismo prevalente negli ultimi decenni e il secondo un’etica utilitarista radicale (e per alcuni aspetti controversa), che spiazza molte posizioni consolidate.
Ed è poi curioso che non si ricordi come molti giganti del passato – da Aristotele e Tommaso d’Aquino a Cartesio e Spinoza, da Locke a Leibniz, da Hume a Kant e John Stuart Mill – siano arruolabili senza forzature nei ranghi del rigore logico e del ragionamento stringente, della precisione e della valorizzazione della ricerca empirica, e per questo possono essere considerati antesignani della filosofia analitica. Analogamente, a una disamina attenta, anche la spiegazione genealogica del successo della filosofia analitica risulta debole. Che negli anni Cinquanta il maccartismo abbia spinto i Dipartimenti di scienze umane degli Stati Uniti a rinchiudersi in una presunta neutralità socio-politica per sfuggire alla censura anticomunista promossa dal Partito repubblicano non spiega il successo di un movimento che era già vitale e affermato da tempo, né la sua diffusione al di là dell’Oceano e la sua crescente presa nel panorama filosofico contemporaneo. A parte la Francia, che continua a difendere orgogliosamente una filosofia di impronta nazionale, nel resto d’Europa – dai Paesi nordici alla Germania, dalla penisola iberica alle nazioni dell’Est, senza dimenticare l’Italia – l’espansione di filosofie di matrice analitica è costante. Potrà mai trattarsi di un tardo risultato dell’acquiescenza al maccartismo?
È essenziale notare, però, che la filosofia analitica si caratterizza più dal punto di vista metodologico che per la condivisione di specifiche tesi filosofiche: non c’è argomento, infatti, su cui nella comunità analitica manchi una pluralità di prospettive. Ciò che unisce i filosofi che si riconoscono in questa tradizione, piuttosto, è la richiesta del rigore argomentativo, della chiarezza nell’esposizione delle posizioni e della disponibilità al confronto critico.
Tutto ciò può anche sfociare in espressioni scolastiche e poco originali (cosa che è sempre accaduta con tutte le tradizioni filosofiche); ma, nelle sue migliori espressioni, la filosofia analitica è oggi protagonista in ogni ambito della discussione contemporanea. Così, è comune parlare di filosofia analitica della religione – per esempio, di tomismo analitico – con autorevoli esponenti quali Alvin Plantinga, Eleonore Stump, Peter van Inwagen e John Haldane; né suscita più scandalo discutere di marxismo e femminismo analitici.
Soprattutto, lo strumentario metodologico della filosofia analitica contribuisce a comprendere le maggiori sfide teoriche e pratiche che oggi ci troviamo di fronte. Per esempio, tra i protagonisti della recente discussione filosofica sulla natura, le potenzialità e i rischi dell’intelligenza artificiale, per esempio, vi sono studiosi di formazione analitica, da Searle a Dennett, da Chalmers a Floridi. E ciò è accaduto pure nei dibattiti sulla bioetica, la neuroetica, la filosofia delle scienze naturali e di quelle sociali, la filosofia del diritto e l’etica ambientale (e l’elenco potrebbe continuare).
Alle sue origini, la filosofia analitica è nata come reazione agli eccessi dell’idealismo e di certa produzione continentale: non per motivi ideologici, dunque, ma per contrastare una tendenza all’espressione oscura, alla complessità eretta a sistema e ai toni oracolari. Al di là delle polemiche, la richiesta analitica di chiarezza non coincide con una difesa dell’esistente, ma con l’esigenza di rendere le posizioni filosofiche aperte, confutabili e quindi pubblicamente discutibili. La chiarezza, in questo senso, non neutralizza la critica, ma ne costituisce una delle condizioni di possibilità.
In questo quadro, anche il richiamo al senso comune, spesso utilizzato dai filosofi analitici, non va inteso come forma di accettazione ingenua di ciò che esiste, a differenza di quello che suggerisce Stagi. Piuttosto, è un ancoraggio a una forma di oggettività che va perduta con il prospettivismo nietzscheano, impedendo così di avere un punto fermo di paragone per proporre visioni sociali alternative, come i sostenitori del realismo hanno più volte sottolineato. Si prenda per esempio Millepiani di Gilles Deleuze e Felix Guattari, opera anti-analitica se ce n’è una. La sua decostruzione corrosiva dell’individuo responsabile in uno scenario di etica non più giudicante nell’Occidente contemporaneo rischia di apparire un cedimento al potere immateriale, pervasivo e potenzialmente oppressivo delle reti digitali. Oppure si consideri l’uso strumentale da parte della destra più conservatrice, soprattutto negli Stati Uniti, delle istanze antioggettivistiche del postmoderno (si pensi alla “post-truth” e agli “alternative facts”).
Insomma, la filosofia ha sempre avuto bisogno di voci diverse, e sempre ne avrà. Cercare di svilire un’intera tradizione non è certo il modo migliore per farla progredire.
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