Felicità o libertà? Una lettura filosofica di Pluribus
L'acclamata serie tv mette in campo una questione antica. Se noi in quanto esseri umani apparteniamo all’umanità intera, cosa resta di noi come singoli individui?

Pluribus, la straordinaria serie tv ideata per Apple TV da Vince Gilligan (la prima stagione è terminata lo scorso 24 dicembre) ci riporta d’un balzo a un’antica teoria elaborata nel XII secolo dal filosofo arabo Averroè, secondo cui nonostante l’apparenza empirica, chi effettivamente pensa e conosce non sono gli individui umani, ma è un intelletto generale, unico e separato, a cui i singoli individui si connettono – proprio come avverrà secoli dopo nel rapporto tra i singoli users e il web. I singoli fornirebbero all’unico intelletto sovra-individuale solo le immagini derivate dai loro sensi, ma per poterle conoscere effettivamente e per poterle comunicare universalmente, cioè in modo che tutti gli uomini intendano lo stesso contenuto di un concetto, c’è bisogno di un intelletto o di un’anima che non si trovi più dentro, ma fuori del singolo. Averroè non avrebbe mai potuto immaginare che questo sarebbe stato il problema esistenziale di Carol Sturka, la protagonista di questa serie, vale a dire il rapporto irrisolto tra sé stessi e gli altri: non solo le altre persone con cui siamo inevitabilmente in relazione, ma l’intero genere umano cui apparteniamo, come tutti gli individui animali appartengono di volta in volta a un’unica specie. Ecco dunque il problema: se noi in quanto esseri umani apparteniamo all’umanità intera, cosa resta di noi come singoli individui? C’è qualcosa di non riducibile alla generalità, cioè alla comunità universale degli umani, e che spetti a noi e solo a noi in prima persona?
Carol è una scrittrice di libri fantasy, il cui grande successo non le impedisce di essere perennemente insoddisfatta, sempre fuori luogo, con un’inquietudine divorante a stento contenuta dalla sua compagna e agente Helen. Insomma, una “normale” condizione esistenziale nell’epoca dello smarrimento del senso ultimo del vivere, che chiamiamo “nichilismo”. Ma un eclatante colpo di scena fa scattare un’altra, inedita narrazione, per cui l’insoddisfazione dell’io si tramuta nella riscoperta del proprio sé. Un segnale remoto captato dai radar di una stazione astronomica cambierà la sorte dell’umanità intera: si tratta di una strana sequenza RNA non presente prima sulla terra, che si diffonde in forma di virus e che, dapprima in modo traumatico, poi in modo quasi dolce e idilliaco, trasforma tutti gli umani in “uno”, tutti gli individui in un’unica mente generale, tutti gli “io” in “noi” – tanto che i singoli parlando di sé non usano più il pronome alla prima persona singolare ma plurale. Ma Carol non ci sta: lei e (come poi si scoprirà) altre 12 persone in tutto il mondo non sono state infettate. Solo che il “noi” collettivo è messo in pericolo proprio da loro, perché se qualcuno degli immuni si altera o si irrita la conseguenza sarà la paralisi e la morte di migliaia o milioni di altri singoli-noi. Per questo essi vengono particolarmente curati e blanditi dall’umanità intera, che sa tutto di ciascuno di loro e che mira a farli “connettere” con il tutto-noi, ma può farlo solo se essi danno il loro consenso.
Presto però si capisce il prezzo, altissimo, di questa armonia biologico-collettivista. È il prezzo della libertà. Mentre tutti godono del bene e della felicità come un ordine necessario, la protagonista rivendica il suo diritto di sbagliare e addirittura di essere infelice: «Io ho il libero arbitrio, e voi non potete interferire!» griderà in faccia a Zosia, una ragazza-chaperon che ha il compito di assisterla e di corteggiarla (fino a diventarne l’amante). Ma voler affermare la totalità del noi al prezzo della libertà dell’io, sia per un motivo ideologico che per un motivo biologico, sia con la faccia del terrore che con quella dell’altruismo, è sempre foriero di violenza e di sopraffazione. Certo, tutti poi diranno che la libertà vera si realizza nell’appartenere a un ordine sovraindividuale in cui l’io può trovare appagamento risolvendosi in una acquietata totalità. E che quindi in fondo è meglio una felicità collettiva che una libertà personale. Altrimenti si sarebbe condannati alla solitudine. Ma Carol scoprirà che questa solitudine può anche essere l’occasione per capire di quale relazione l’io abbia bisogno, non per superare o annullare sé stessa, ma per esistere come io, singolo e irripetibile. Non la compagnia affascinante di Zosia potrà rispondere a questa esigenza, ma la relazione dura, faticosa e finalmente libera con Manousos Oviedo, un altro “immune” che viene dal Paraguay, un irriducibile che, come lei, vuole trovare la via per rimettere in sesto l’umanità, per “salvare il mondo” (il tema dell’annunciata seconda stagione). Perché il mondo non si potrà salvare se non attraverso la libertà dell’io. Attraverso singole persone che scoprono il “noi” non come un obbligo ma come un bisogno, e che capiscono che non vale la pena avere tutto e tutti se poi si perde sé stessi. Tutta la potenza dell’umano si gioca in un io consapevole di sé.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






