Pugili dilettanti: sul ring per sentirsi vivi
Facce ridisegnate dai colpi, giovani che ci provano ma non per soldi (pochi) né per fama. Fuori dal ring sono operai, muratori, baristi. Un mondo a parte

Le voci rimbombano al PalaChiarbola di Trieste. Nome strano, ma Chiarbola è il rione dove sta. La capienza del Palazzetto sarebbe di 2.000 anime, però quelli che guardano dagli spalti sono meno di quelli che si picchiano sul ring. Che sta in mezzo, anzi ce ne sono due. Per accorciare i tempi delle qualificazioni. Ci salgono e scendono in continuazione: 9 minuti in tutto più le pause, l’agonia dura poco. Ma può far male. Avanti i prossimi, fino alla finale.
Campionati Italiani Assoluti Dilettanti di pugilato, categoria Elite, maschile e femminile: partono in 120, per 18 categorie di peso. E arrivano in 18 alla fine, i campioni nazionali. Non è la boxe dei grandi, quella che ti alzavi di notte per vederla in tv. Qui pare davvero tutta un’altra cosa. Questa è pane duro, facce ridisegnate dai pugni, giovani che ci provano. Gli uomini a testa scoperta, le ragazze - per loro è obbligatorio - con il caschetto protettivo. L’impressione è che combattano perché vogliono dimostrare qualcosa, soprattutto a se stessi. Senza sapere esattamente cosa.
A occhio capisci subito che non amano il sangue, e non sembrano cattivi: la loro è una specie di scherma, o una partita a scacchi. Ogni colpo andato a segno vale un punto, vince chi di punti ne fa di più. A giudizio insindacabile degli arbitri. E quando qualcuno si ferisce o sembra un po’ rimbambito dalle botte, fermano tutto subito. Chiamano il medico, e finisce lì.
Tocca alla categoria pesi massimi-leggeri: sembra un paradosso, vuol dire fino a 90 chilogrammi, giganti ma non troppo. La prima semifinale mette di fronte Filippo Bruni, Lazio, a Vincenzo Bortone, Toscana. Qui si usa dire così: non importa dove sei nato, conta dov’è la tua società sportiva.
Bortone è il favorito, ha solo 23 anni ma è già stato più volte campione italiano in diverse categorie. Ha combattuto anche con la canottiera della nazionale (la maglia è roba da sport ricchi), ma le ultime due volte ha rinunciato alla convocazione: doveva lavorare, non ce l’ha fatta a esserci. Il mestiere vero, per lui, per loro, è un altro: operai, muratori, baristi, insegnanti di ginnastica, robe così insomma.
Vorresti chiedergli chi glielo fa fare: ore e ore ad allenarsi, nasi che diventano manifesti cubisti, il paradenti che ti sfigura i lineamenti. E in cambio neanche un soldo o quasi. Un giorno, molti anni fa, a Sydney, dopo che Audley Harrison gli aveva sfasciato la faccia sul ring, chiesi a Paolo Vidoz se ne valeva la pena. «Io voglio continuare così - mi rispose -. Fare fatica, sputare sangue, non voglio essere solo un ingranaggio in fabbrica. Sarà un brutto mestiere la boxe, ma quando il guantone arriva sullo zigomo, lo senti. Fa un male cane, ma lo senti. Ed è un modo per capire che sei vivo…».
Quelle erano Olimpiadi, però. Questa è periferia della gloria. Tre riprese da tre minuti, sessanta secondi di pausa tra una e l’altra. Ai pugili offrono lo sgabello, quasi nessuno lo usa. I guerrieri non si riposano, non c’è tempo. La scena è sempre quella, sembra un film di Fellini: un arbitro in camicia bianca sul ring, e altri cinque in smoking intorno. Davvero, proprio lo smoking, con il farfallino nero. Come a una festa. E chiedersi perché non è bello, sembra di disturbare. Due giudici sono donne, quello sul ring invece si chiama Fabio Macchiarola, e quando smonta fa l’avvocato a Foggia.
Il vero spettacolo, comunque, sono i secondi. Nel senso di quelli che stanno all’angolo. Allenatori, massaggiatori, suggeritori, fratelli, padri e madri in una persona sola. Il capo lo chiamano “maestro”, l’altro è quello che tiene la spugna e l’asciugamano. Parlano, consigliano, urlano, confortano, correggono. «Montante e gancio, ancora, vai dentro, bravo, al fegato picchia al fegato, dieci secondi e finisce, più basso, stai dritto, non avere fretta, anticipalo, dai dai, vai con l’uno-due quando si avvicina, ocio, bravo, non così però, calma, lavora adesso, lavora…”» Lavora, proprio così. Come se uno che incassa botte da orbi e sta lì con un paio di mutandoni addosso a saltare come un grillo per evitare di farsi sfigurare stesse giocando. Mah.
Il maestro di Filippo Bruni si chiama Arcesi, è un’istituzione nell’ambiente: a un certo punto mentre il suo ragazzo prende fiato all’angolo alla fine del secondo round, tanto per restare in tema gli dà uno schiaffo in faccia. Bonario, eh. Ma per sottolineare un consiglio. «Capitooooo? Così devi fare…». Bruni lo ascolta, forse. Ma guarda fisso altrove: difficile capire chi e che cosa. Sembra che abbiano tutti fretta di ricominciare, e di finire.
Ti resta nelle orecchie una strisciata di parole, in tutti i dialetti, ma più che parole è musica, un rap a pugni chiusi: «Non partire da lontano, giragli intorno, tagliali la strada, dai dai dai che è cotto, arbitro quello spinge, tieni su quel destro, passi brevi, calmo, ci siamo, va bene così, sinistro, sinistro adesso, usa la testa Vincè, la testaaaaa…”.
Vincè è sempre quel Vincenzo Bortone, e la semifinale la vince lui. Poi anche la finale, nettamente, contro Imam Bouhouch, barba lunga a punta, italianissimo d’Emilia Romagna. Bortone per premio si è portato a casa mille euro di “borsa sportiva”, così la chiamano, messi in palio nell’ambito del progetto Road to Glory della Federazione Pugilistica Italiana e destinato a sostenere la formazione e il futuro degli atleti. Nel Regolamento Organico della FPI, c’è una indennità aggiuntiva legata al titolo di Campione Italiano Elite, che per la stagione 2025 risulta essere di circa 600 euro. Una miseria, sudatissima miseria.
A Bortone alzano il braccio destro, lui esulta, felice. Ma senza esagerare. Fuori, ovviamente, tira un vento bestia. Dentro sono rimasti in pochi: ancora non sono finite le premiazioni e un addetto sta già spazzando il PalaChiarbola. Anche le corde del ring danno l’impressione di essere diventate molli, piene di lividi, esauste. Detto così sembra tutto molto triste, ma ha il suo fascino. Pugilato Dilettanti, un posto dove sei solo, ma sai esattamente quello che alla fine ti può capitare.
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