venerdì 21 aprile 2017
La denuncia dell'Unrae: «Mantenere l'addizionale sulle auto più potenti costa all'erario 120 milioni di euro all'anno di mancati introiti». Ecco però perché non viene abolita
Superbollo, la tassa sul lusso che fa perdere soldi allo stato

Esiste una tassa in Italia che fa perdere allo stato 120 milioni di euro all'anno, e che non viene abolita probabilmente solo per evitare di far passare il provvedimento come un favore ai contribuenti più ricchi. Sembra incredibile ma è così. Si chiama "superbollo" e riguarda le auto considerate "di lusso" (in alcuni casi erroneamente) in base alla loro potenza. L'addizionale erariale introdotta dal governo Berlusconi nel 2011, i suoi effetti devastanti li produce soprattutto da quando l'allora premier Mario Monti, appena insediato, modificò la norma rendendola ancor più penalizzante per i possessori di vetture superiori a 185kw (corrispondenti a 250cv) e raddoppiando la tariffa a 20 euro al kw per le auto di più recente costruzione.

A sei anni dall'entrata in vigore di un'imposizione fiscale del tutto sgradita al mondo dell'auto però, i risultati si sono rivelati fallimentari anche per lo stesso erario. Lo ribadisce l'Unrae, cifre alla mano. «Introdotto per ottenere un gettito fiscale previsto di 168 milioni di euro – spiega Romano Valente, direttore generale dell'associazione dei costruttori esteri in Italia – il superbollo
fin da subito si è rivelato controproducente per le vendite delle vetture alto di gamma, in calo del 36%, senza generare gli introiti auspicati per le casse dello Stato», quantificabili in appena 60 milioni circa. «La sua abolizione, al contrario, comporterebbe entrate per oltre 120 milioni di euro», tra recupero dell'Iva sulle vetture nuove vendute (+64 milioni), tassa di circolazione (+32 milioni) e Itp. Senza superbollo, sostiene l'Unrae, «si potrebbe ripristinare una domanda tale da assicurare un ritorno fiscale in grado di compensare la manovra, e generare nuovi posti di lavoro».

Un'altra conseguenza dell'addizionale infatti è che molti proprietari di vetture potenti sono stati obbligati a disfarsene, spesso svendendole a commercianti esteri, che con soli 80 euro di radiazione per esportazione possono acquistare in Italia i veicoli e portarli nel loro paese, facendo perdere alle regioni l'incasso del bollo tradizionale, l'Iva sulle riparazioni, la tassazione sulla Rca, e i passaggi di proprietà. Una sorta di autogol che ha provocato danni incalcolabili al settore, mettendo alla stretta commercianti e officine specializzate, in molti casi costrette a chiudere.

Che non sia una tesi solo "di parte", lo conferma Claudio Lubatti, ex assessore Pd ai Trasporti della città di Torino e oggi "tramite" politico per il ministro Delrio con il mondo dell'automotive. Coraggiosamente Lubatti ammette che «esiste una grande ignoranza sul tema. Dal 2011 a oggi sono cambiati persone e situazioni al governo, ma occorre fare prima di tutto un'opera di informazione per persuadere tutti che abolire il superbollo non significa togliere quella che viene percepita come una "tassa per ricchi", ma recuperare gettito e posti di lavoro a vantaggio di tutti».

Ma che il mondo dell'auto non abbia combattuto in questi anni con la giusta determinazione per abolire un balzello penalizzante per tutti, lo dimostra il caso della nautica che, attraverso una lobby probabilmente più capace, in questi anni è invece riuscita a far abolire l'analoga supertassa sugli yacht e motoscafi di lusso, introdotta pure quella dal governo Monti, che determinando la fuga delle barche italiane all'estero e la crisi del mercato aveva penalizzato i lavoratori portuali e quelli dell'indotto molto più dei proprietari dei lussuosi natanti.

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