Onu. Il quarto obiettivo (su 17): un'istruzione per tutti entro il 2030


Stefano Vecchia giovedì 1 dicembre 2016
Più scuole e insegnanti, nel rispetto delle diversità culturali.
Il quarto obiettivo (su 17): un'istruzione per tutti entro il 2030

Sono in totale 17 gli obiettivi da raggiungere entro il 2030 secondo l’Agenda globale per lo sviluppo sostenibile approvata dalle Nazioni Unite. Il quarto “Goal”, del quale ci occupiamo questa settimana, consiste nel “Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”. Un altro impegno stringente per i governi nazionali, la comunità internazionale e le istituzioni preposte all’istruzione e alla formazione. Anche in questo ambito sono necessarie, dunque, misure concrete e piani d’azione dei singoli Paesi. Perché l’obiettivo è ritenuto centrale per il futuro stesso dell’umanità e fortemente interconnesso con altri campi d’azione. L’istruzione, infatti, si associa a un minor rischio di povertà, a un’alimentazione più sana, a una più elevata speranza di vita, a una maggiore sensibilità nei confronti delle tematiche ambientali. Si tratta, in sostanza, di una precondizione necessaria (ma non sufficiente) al conseguimento dell’insieme delle mete previste dall’Agenda 2030. La sfida educativa non è solo favorire il conseguimento di titoli di studio ma chiama in causa i processi educativi (tra cui apprendimenti efficaci e competenze spendibili). Quello dell’istruzione è il terreno privilegiato per contrastare le diseguaglianze e garantire l’inclusione e l’equità sociale e l’impegno non può limitarsi all’eliminazione della dispersione scolastica e dell’abbandono degli studi: deve tenere conto della necessità di costruire scuole e centri di formazione dove ancora non esistono. E va rafforzata la solidarietà internazionale per favorire l’educazione alla cit- globale, l’istituzione di borse di studio per studenti stranieri, la cooperazione nella formazione degli insegnanti di Paesi in via di sviluppo. Ogni iniziativa deve tener conto delle diversità culturali, di stili di vita sostenibili, del rispetto dei diritti umani, dell’uguaglianza di genere, della promozione di una cultura di pace e non violenza. Secondo l’Unesco l’educazione allo sviluppo sostenibile si svolge lungo tutto l’arco della vita e ha lo scopo di mettere in grado le persone di assumere decisioni informate e azioni responsabili.

La Mongolia, immensa, spopolata e circondata da invadenti vicini come Cina e Russia ha anche uno dei più elevati tassi di scolarizzazione al mondo. Perché se il Paese (vasto cinque volte l’Italia con soli tre milioni di abitanti) ha in vastità, isolamento e nomadismo le caratteristiche identitarie, la sfida dell’istruzione si gioca con strumenti adattati alle dure condizioni ambientali e alle caratteristiche socio-economiche di una popolazione tradizionalmente nomade che va sedentarizzandosi ma con forti resistenze e cercando di mediare con la propria identità.

«A tre anni i bambini mongoli sanno già andare a cavallo, a cinque imparano a radunare le mandrie e a mungere yak, giumente e capre e vivono la ferocia e la meraviglia della natura senza compromessi. Quella è la loro vera scuola di vita – ricorda Federico Pistone, giornalista, autore di libri sulla Mongolia e titolare del sito www.mongolia.it –. Almeno quando si parla delle famiglie nomadi, la metà dell’intera popolazione della Mongolia, che abitano negli immensi spazi della steppa e del deserto». Pistone ricorda «l’amica Dulam, nata e cresciuta al confine del Gobi, che tra le prove scolastiche della sua infanzia aveva quella di riuscire a catturare un certo numero di scoiattoli per dimostrare intelligenza, coraggio e scaltrezza», ma sottolinea anche che «la Mongolia, grazie anche al retaggio – peraltro drammatico – della lunga dominazione sovietica, vanta un tasso di alfabetizzazione altissimo, intorno al 97%, quasi come l’Italia. I mongoli amano leggere e studiare già dai primi anni di vita, recuperando materiale dai villaggi e testimonianze orali dagli anziani».

«Di quando ho vissuto con gli Tsaatan, gli “Uomini renna” che popolano la regione nordovest della Mongolia, sull’orlo dell’estinzione fino agli anni ’90 – testimonia ancora il giornalista-scrittore – ricordo i lunghissimi viaggi che percorrevano attraverso la taiga infe- stata da lupi per raggiungere il villaggio di Tsagann nuur, dove i nomadi potevano scambiare i loro manufatti con generi di prima necessità ma anche con libri, giornaletti, quaderni e penne da distribuire ai bambini per la loro istruzione che veniva completata dalle lezioni tenute da Dalaibargial, la nuora di Gombo, re degli Tsaatan. Dalaibargial scendeva ogni mese al villaggio per incontrare un’insegnante che veniva dalla città di Moron da cui riceveva una sorta di aggiornamento culturale da riferire ai suoi allievi speciali».

Da questo commovente impegno per l’istruzione è emersa la necessità degli “asili mobili”, tra i “fiori all’occhiello” del sistema educativo del Paese erede dell’impero di Genghiz Khan, additati al mondo come esempio. Attivi nelle aree rurali da giugno a agosto ma, se il clima lo consente, con una attività più estesa da maggio a novembre, forniscono ai piccoli mongoli non solo un’educazione propedeutica a quella scolastica, ma anche opportunità di socializzazione.

Essenziali queste ultime, per l’isolamento a cui le comunità nomadi o seminomadi sono costrette nel lungo e rigido inverno delle steppe, fortemente nevoso. Per merito di queste iniziative, estive per esigenze climatiche, profondamente centrate sui singoli insegnanti e con i loro rapporto con la popolazione locale, in aree isolate molti piccoli dai due ai cinque anni d’età hanno potuto partecipare alla forte crescita dell’istruzione prescolare che dal 2010 al 2015 ha visto, per dati Unesco, una crescita di piccoli iscritti che nei distretti urbani ha portato la frequenza dal 68 al 73%.

Merito anche di specifici finanziamenti internazionali (di 39,4 milioni di dollari quelli veicolati dal 2007 al 2015 dal programma “Global Partnership for Education” sotto la supervisione della Banca mondiale. Le lezioni si tengono nelle ger, le tradizionali tende circolare di feltro, casa dei nomadi delle steppe da tempo immemorabile. Stuoie e tappeti per isolare dal suolo, foto e disegni dei bambini appesi ai pali di legno che danno forma e consistenza alla tenda sono tutto quanto serve a asili che necessitano per la collocazione solo di uno spazio adeguato e sicuro da eventuali inondazioni.

Presso uno dei villaggi – il più delle volte semplici agglomerati di ger, che forniscono gli studenti che qui arrivano a piedi oppure accompagnati a cavallo, in motocicletta o su trattori da fratelli maggiori o genitori. All’interno, giocattoli, un arredamento essenziale ma soprattutto quaderni e libri. Una soluzione unica per una condizione originale in condizioni non facili ma superate con impegno e entusiasmo. A testimoniarlo la frequenza, che sfiora il 100%, di piccoli provenienti al 71% da comunità meno favorite e al 50% femmine, ma anche l’indice di gradimento delle famiglie al 91%.

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