Il lavoro domenicale non è un'eccezione: in Italia riguarda 4,2 milioni di persone
di Cinzia Arena
L'indagine di Adapt evidenzia il cambiamento in atto negli ultimi dieci anni. Donne penalizzate perché lavorano nei servizi. Tra le poposte volontarietà e norme inserite nella contrattazione collettiva

Dalla ristorazione alla sanità, dal commercio ai trasporti il lavoro domenicale in Italia non è un’eccezione ma una realtà consolidata. Lo dicono i numeri messi in fila da Adapt, associazione senza fini di lucro fondata da Marco Biagi nel 2000 che fa ricerca sul lavoro. Il 21,6% dei lavoratori dipendenti presta la propria attività anche nei giorni di festa, in pratica più di uno su cinque. Il dato aggregato non restituisce appieno la diversa intensità con cui il lavoro festivo viene svolto. Considerando il totale dei lavoratori della domenica il 26,85% dichiara di essere impegnato talvolta il restante 73,14% invece con maggiore frequenza. In termini assoluti i “sometimes workers” rappresentano il 5,8% del totale degli occupati mentre gli “usually workers” raggiungono il 15,8%.
La premessa è che si tratta di un tema di interesse generale, che incide in modo diretto sulla qualità della vita dei lavoratori, delle loro famiglie e della comunità in generale. Gli orari di apertura degli esercizi commerciali, infatti, non sono una variabile neutra: contribuiscono a definire quando e come le città vivono. «In questo contesto, il lavoro domenicale e, più in generale, quello festivo presenta profili di particolare criticità. Lavorare di domenica non equivale a lavorare in un giorno qualsiasi, poiché la prestazione impegna un tempo socialmente qualificato, tradizionalmente destinato al riposo e alle relazioni familiari e sociali – spiega Francesco Alifano, ricercatore Adapt e assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia –. Ne deriva una maggiore gravosità della prestazione di lavoro, che trova riconoscimento anche sul piano giuridico». L’articolo 9 del decreto legislativo 66 del 2003 prevede, infatti, la tendenziale coincidenza con la domenica del riposo settimanale, il cui godimento è un diritto sancito dall’articolo 36 della Costituzione.
Non è la prima volta che Adapt prova a misurare l’impatto del lavoro domenicale, un’analisi analoga è stata fatta nel 2018 quando erano 4,6 milioni i lavoratori impegnati la domenica.
«Abbiamo deciso di approfondire il tema alla luce del dibattito sul lavoro domenicale nella grande distribuzione emerso negli ultimi mesi. In particolare, i dati Istat – continua Alifano – mostrano che i dipendenti che lavorano la domenica sono circa 4,2 milioni nell’ultimo trimestre del 2024, ma si tratta di un periodo in cui l’incidenza del lavoro domenicale è tradizionalmente più contenuta, mentre è ai massimi livelli nel primo e nel secondo trimestre, dove si arriva a circa 5 milioni di lavoratori chiamati, in vario modo, al lavoro nel tradizionale giorno di festa». L’analisi non tiene tra l’altro conto di un settore, quello del lavoro domestico in cui il lavoro domenicale rappresenta la regola.
Il rapporto di Adapt evidenzia inoltre una differenziazione di genere. Se l’incidenza complessiva del lavoro domenicale è pari al 15,8% sia per gli uomini che per le donne, l’intensità risulta leggermente più elevata per queste ultime: lavora abitualmente la domenica il 16,1% delle dipendenti e il 15,6% dei dipendenti. «In questo caso il dato è da interpretare in base ad alcune considerazioni. L’occupazione femminile si concentra maggiormente nel terziario, nella ristorazione e nel turismo, dove il lavoro domenicale rappresenta spesso la regola e, a causa del persistente divario di genere, sono molti i casi di donne che lavorano con contratti part-time proprio nel week-end per riuscire a conciliare gli impegni familiari». A variare in modo significativo, infatti, è la distribuzione settoriale: in base ai dati relativi al quarto trimestre 2024 il 17,5% degli occupati ha lavorato la domenica. In cima alla classifica troviamo ristorazione e alberghi dove più di un milione di occupati (il 66,7%) del totale dichiara di lavorare di domenica in coerenza con la natura del comparto. Agricoltura, pesca e commercio si posizionano sul podio con il 26,4% e il 23,4% di incidenza di lavoro domenicale, seguiti da pubblica amministrazione e difesa, trasporto e magazzinaggio (rispettivamente 22,5% e 20,2%) tradizionalmente ambiti nei quali la continuità operativa e la domanda di servizi nei giorni festivi risultano strutturali. Valori intermedi si osservano nei settori dell’istruzione, sanità e servizi sociali e negli altri servizi, più contenuta l’incidenza nelle attività professionali e immobiliari nei settori della comunicazione. Le percentuali più basse in assoluto si trovano nell’industria in senso stretto (6,5%), nelle attività finanziarie e assicurative (3,6%) e nelle costruzioni (2,2%) tutti comparti caratterizzati da una organizzazione del lavoro prevalentemente feriale.
L’obiettivo dell’indagine di Adapt è quello di fotografare la situazione e fornire una base informativa alla politica e alle associazioni datoriali per valutare eventuali modifiche normative. Negli ultimi quindici anni la liberalizzazione progressiva, in seguito al decreto “salva Italia”, delle aperture degli esercizi commerciali ha provocato un considerevole aumento dei lavoratori impegnati che la domenica ma in assenza di leggi specifiche che regolano il fenomeno, in termini ad esempio di turnazione o di volontarietà della prestazione, gli interventi di mitigazione dell’impatto del lavoro domenicale sono stati affidati alla contrattazione collettiva grazie all’impegno dei sindacati confederali. «Non si tratta solo di una questione quantitativa ma di intensità e gravosità del lavoro – conclude Alifano – , con implicazioni rilevanti sul piano della regolazione contrattuale e della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. La contrattazione collettiva potrebbe dunque farsi carico di regolare le condizioni valorizzando le specificità territoriali e settoriali e introducendo margini di flessibilità controllata. In particolare, le parti sociali potrebbero prevedere, oltre ai tetti massimi delle ore lavorabili e alle maggiorazioni retributive idonee a riconoscere il disagio connesso al lavoro festivo, strumenti volti a garantire la reale volontarietà della prestazione domenicale».
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