Una mappa
per guidare
l’economia sociale
verso il futuro

Il Piano nazionale presentato a luglio ha il merito di definire una strategia unitaria per soggetti accomunati dal primato della persona sul profitto. Ma per costruire politiche efficaci occorre sapere a chi sono rivolte
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September 9, 2026
Una mappa
per guidare
l’economia sociale
verso il futuro
C’è una parte dell’economia italiana che da tempo produce lavoro, servizi, innovazione sociale e coesione, ma che solo oggi comincia a essere letta come un sistema unitario. Cooperative, associazioni, imprese sociali, fondazioni, enti sportivi ed enti religiosi hanno storie e regole differenti, ma condividono un tratto decisivo: mettere l’attività economica al servizio di finalità sociali, mutualistiche o di interesse generale.
Il Piano nazionale per l’economia sociale, presentato a luglio al Consiglio dei Ministri, parte proprio da qui. Non inventa un nuovo settore, ma riconosce e mette a sistema una realtà già profondamente radicata nel Paese. Il suo primo merito è superare una lettura frammentata e costruire una strategia per soggetti accomunati dal primato della persona rispetto al profitto, dal reinvestimento degli utili nelle attività di interesse generale e da governance tendenzialmente partecipative.
Sul versante normativo, il Piano punta a valorizzare le specificità dell’economia sociale (ES) rispetto a regole pensate per gli operatori di mercato, anche alla luce della “Comfort letter” della Commissione europea del marzo 2025 sulle principali misure fiscali per il Terzo settore e per le imprese sociali.
In questa prospettiva si collocano la tutela delle riserve indivisibili delle cooperative, il tema dell’Imu sugli immobili destinati ad attività di interesse generale e il dialogo collaborativo con l’Agenzia delle Entrate. Un rilievo particolare assume poi l’amministrazione condivisa. Coprogrammazione e coprogettazione vengono indicate come modalità da rendere più diffuse nei rapporti tra pubbliche amministrazioni ed ETS, anche attraverso formazione dei funzionari, assistenza tecnica agli enti locali e linee guida comuni. Un ulteriore profilo riguarda l’accesso alle risorse.
Molte organizzazioni dell’ES continuano a incontrare difficoltà nel credito perché valutate con criteri costruiti per l’impresa tradizionale. Il Piano propone quindi di rafforzare la sezione speciale del Fondo di garanzia, valorizzare maggiormente InvestEU, favorire l’ingresso di capitali pazienti e dare piena attuazione alla finanza sociale già prevista dalla riforma del Terzo settore, a partire dai Titoli di solidarietà. A ciò si aggiunge la proposta di un rating sociale capace di considerare anche gli obiettivi di impatto perseguiti dagli enti.
La finanza sociale si inserisce, inoltre, in un ecosistema più ampio: filantropia e dono, rafforzamento delle Reti associative di secondo livello, valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, promozione del “social bonus” e partnership con le imprese for profit. C’è poi il tema della conoscenza: formazione, ricerca, statistica, misurazione dell’impatto e costruzione di indicatori condivisi diventano condizioni essenziali per rendere l’ES più leggibile e quindi più governabile.
Nello stesso quadro, il Piano valorizza il volontariato, soprattutto attraverso il coinvolgimento dei giovani e il riconoscimento delle competenze acquisite. Anche la spesa pubblica viene chiamata a svolgere un ruolo diverso. Social procurement, clausole sociali, affidamenti riservati e partenariati pubblico-privati vengono indicati come strumenti per orientare gli acquisti della PA anche alla generazione di valore sociale e ambientale. «Il Piano – osserva Gabriele Sepio, segretario generale di Fondazione Terzjus – segna il passaggio da interventi rivolti a singole categorie di enti a una vera politica nazionale per l’ES. È un risultato che deve molto al lavoro svolto dal Sottosegretario all’Economia Lucia Albano, che ha accompagnato il percorso mettendo attorno allo stesso tavolo istituzioni, organizzazioni rappresentative e mondo della ricerca. Adesso la sfida è dare continuità a questo metodo e trasformare gli indirizzi del Piano in misure concrete».
Ma per costruire politiche efficaci occorre innanzitutto sapere a chi sono rivolte. Ed è qui che arrivano i primi dati sul nuovo perimetro. Una elaborazione realizzata da Fondazione Terzjus con le Camere di commercio di Piemonte e Valle d’Aosta, incrociando Runts, Registro delle imprese, Registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche, Albo delle cooperative e archivio statistico Asia di Istat, individua un primo “zoccolo duro” composto da quasi 304mila organizzazioni e oltre 1,47milioni di dipendenti di cui più dell’85% nelle imprese cooperative, a conferma che gli occupati sono in gran parte concentrati nella componente imprenditoriale. La realtà più numerosa è quella associativa: quasi 209mila enti, pari a circa il 70% del totale. Seguono cooperative e loro consorzi, con più di 77.000 soggetti, quindi le società di capitali e poi fondazioni, enti religiosi e altre forme organizzative.
La fotografia resta, tuttavia, ancora in movimento. Restano infatti da approfondire le caratteristiche di oltre 24mila posizioni presenti nel Registro delle imprese o nel REA e, soprattutto, quasi 114mila organizzazioni individuate esclusivamente nell’archivio Istat Asia, attive prevalentemente nella cultura, nello sport, nell’istruzione, nella sanità, nell’assistenza sociale e nell’ambiente.
È proprio qui che il Piano può segnare un cambio di passo. La costruzione di una mappa attendibile dell’ES non è un esercizio statistico, ma il presupposto per orientare in modo più consapevole risorse pubbliche, credito, formazione e partenariati. A tal fine, Fondazione Terzjus avvierà nei prossimi mesi, in partnership con Confcooperative, Legacoop, Federcasse e Cassa Depositi e Prestiti, un Osservatorio dell’Economia sociale, in modo da completare la mappa dei soggetti dell’ES, monitorarne le caratteristiche specifiche e individuare i bisogni emergenti. L’economia sociale, del resto, non nasce con il Piano. Il compito della politica è fare in modo che questa capacità diffusa di produrre lavoro, servizi, partecipazione e fiducia non resti dispersa o invisibile. Se il Piano riuscirà in questo passaggio, non avremo soltanto definito un perimetro: avremo riconosciuto una delle leve per affrontare le trasformazioni sociali e territoriali che attendono il Paese.

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