"Danni per sette miliardi di euro". I commissari dell'ex Ilva presentano il conto ad ArcelorMittal

Presentata al Tribunale di Milano una richiesta di risarcimento per la cattiva gestione degli impianti e il mancato rilancio della produzione
January 13, 2026
"Danni per sette miliardi di euro". I commissari dell'ex Ilva presentano il conto ad ArcelorMittal
I commissari dell'ex Ilva denunciano la cattiva gestione di ArcelorMittal: è costata sette miliardi
I commissari straordinari dell’ex Ilva hanno citato in giudizio il colosso franco-indiano ArcelorMittal, che ha gestito la società per sei anni, per 7 miliardi di euro contestando una cattiva gestione delle strutture e del business. Alla multinazionale dell’acciaio nel 2024 è subentrata l’amministrazione straordinaria dopo un lungo contenzioso con il governo. La richiesta di risarcimento è stata depositata dinanzi al tribunale di Milano ed è stata notificata nella sede lussemburghese della società. La multinazionale al momento non ha voluto rilasciare commenti. La due diligence forense effettuata dai commissari (Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli) e presentata dall’avvocato Andrea Zoppini sostiene che gli squilibri finanziari della società siano il risultato di "una strategia intenzionale e precisa, portata avanti nel tempo, volta a trasferire sistematicamente e unilateralmente risorse finanziarie" alla casa madre. Si tratterebbe non "di episodi isolati, ma di tasselli di un unico e articolato disegno predatorio” con pesanti conseguenze sul piano industriale, occupazionale, ambientale e sistemico. Un quadro che, se confermato in sede giudiziaria, potrebbe aprire la strada a responsabilità civili e penali di ampia portata.
ArcelorMittal Italia è nata nel 2018 come veicolo societario attraverso cui il colosso dell'acciaio ha conseguito la gestione, sulla base del contratto di affitto (con obbligo condizionato di acquisto) dei rami d'azienda di Ilva, incluso lo stabilimento di Taranto. In cambio avrebbe dovuto realizzare ingenti investimenti, volti in particolare ad assicurare il rilancio produttivo che però non sono stati mani realizzati. I commissari contestano non solo l’inadeguatezza organizzativa ma una vera e propria governance parallela all'interno di Acciaierie d'Italia composta dall'ad e dai consulenti di sua fiducia, che avrebbe di fatto bypassato il consiglio di amministrazione, rispondendo direttamente ai vertici di ArcelorMittal. Questa scelta avrebbe compromesso irreversibilmente l'autonomia della società (nella quale nel 2021 è entrato lo Stato tramite Invitalia con il 32% dando vita ad Acciaierie d'Italia), e avrebbe determinato una condizione di insolvenza prospettica già al momento del consolidamento. 
Sul piano operativo i commissari contestano l'esistenza di gravi carenze manutentive e danneggiamenti agli impianti di Ilva, con effetti diretti e dirompenti sulla capacità produttiva degli stabilimenti, da cui è scaturita una richiesta di risarcimento da parte di Ilva di altri 947,4 milioni di euro.
Sono emerse, infine, criticità nella dichiarazione dei livelli produttivi ai fini del rilascio dei certificati ETS che hanno portato alla presentazione di un altro esposto presso il Tribunale di Milano per un'ipotesi di truffa aggravata legata alla possibile manipolazione dei dati sulle emissioni di CO₂, finalizzata all'ottenimento di quote di emissione gratuite.
A luglio ArcelorMittal ha presentato una richiesta di arbitrato internazionale contro l’Italia a Washington, contestando la illegittimità del commissariamento e del sequestro degli impianti. Intanto proseguono le trattative per la cessione della società, dopo l’uscita di scena degli azeri di Baku Steel è in corso una trattativa in via esclusiva con il fondo statunitense Flacks Group.
Il ministro per il made in Italy Alfonso Urso che ha gestito tutta la partita per il governo ha parlato di un risarcimento tra i più elevati mai chiesto per danni, “sembra arrecati in modo volontario dai gestori e in modo specifico ArcelorMittal” ed ha auspicato una rapida conclusione dell’iter di vendita. "Mi auguro che si possa concludere al meglio questa fase con l'assegnazione degli impianti a chi ha davvero intenzione di investire per il rilancio produttivo di un sito così importante e strategico per l'Italia e per l'Europa". 

Dolore e rabbia Taranto dopo la morte di un operaio. L'arcivescovo Miniero: cosa si sta facendo per la sicurezza?

Altrettanto drammatica la situazione sul fronte della sicurezza. Lunedì ha perso la vita un operaio, Claudio Salamida, 46 anni che lascia moglie e figlia di appena tre anni. L’incidente è al centro di un’inchiesta della magistratura e ha causato lo sciopero immediato di 24 ore in tutti gli stabilimenti dell'ex Ilva. I sindacati tornano a chiedere l’apertura di un tavolo a palazzo Chigi, con la presenza della premier Meloni. Intanto dalla città di Taranto si levano voci di condanna per i troppi incidenti che hanno caratterizzato l'impianto, “Cosa si è fatto e si sta facendo perché lavorare nell'ex Ilva non metta a rischio la vita di alcuno né dentro né fuori dallo stabilimento?" si è chiesto l'arcivescovo di Taranto Ciro Miniero. "Il prezzo pagato alla produzione - puntualizza l'arcivescovo - continua ad essere intollerabile. Quando le strade percorse non portano al traguardo prefissato, quando è troppo alto il costo umano e ambientale, allora bisogna interrogarsi profondamente e, con coraggio, proporne di nuove”.
Giuseppe Mastrocinque, presidente provinciale delle Acli tarantine, sottolinea come non si possa "parlare di fatalità se a cedere sono passerelle arrugginite, gru prive di adeguati dispositivi di sicurezza e altiforni in un regime di totale assenza di manutenzione". Per Mastrocinque "questo è il momento della rabbia, delle urla e della protesta”.
Accorato il messaggio inviato dai presidenti dei consiglio comunali di Taranto e dei Comuni limitrofi. "Oggi diciamo con forza che il cordoglio non basta più. Ogni lavoratore ha diritto a tornare a casa vivo e questa morte racconta una omissione nella tutela della sicurezza del lavoro. La sicurezza sul lavoro non è un costo, ma un diritto fondamentale".

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