Un monaco trappista per gli Esercizi spirituali con il Papa
Si aprono domani gli Esercizi spirituali in Vaticano. Per la prima volta tenuti da un trappista: il vescovo Erik Varden. L’abate Tomassini, suo confratello: «Passare dal falso al vero Io e togliere le maschere. Perché emerga il desiderio di Dio»

Da domenica pomeriggio fino a venerdì prossimo, 27 febbraio, sono sospesi tutti gli impegni pubblici del Pontefice. Compresa l’udienza del mercoledì. Papa Leone XIV infatti, assieme ai membri della Curia Romana, parteciperà agli Esercizi spirituali nella Cappella Paolina. A guidare queste meditazioni sul tema “Illuminati da una gloria nascosta”, nel tempo forte della Quaresima, sarà il vescovo di Trondheim Erik Varden, monaco trappista. La settimana di ritiro spirituale per la Curia Romana fu istituita nel 1929 da papa Pio XI con l’enciclica Mens Nostra. A colpire molti osservatori è stata la scelta originale di Prevost di scegliere un trappista (ed è la prima volta dal 1929 ad oggi) come predicatore dei “suoi” primi Esercizi spirituali da Pontefice.
Chi non si dice sorpreso della scelta è un confratello di Varden, Loris Maria Tomassini, classe 1961, cistercense della stretta osservanza, nonché abate del monastero trappista delle Frattocchie, alle porte di Roma. «In questa società del rumore e della fretta, i monaci possono essere un richiamo alla necessità del silenzio per l’ascolto della Parola, per ritrovare se stessi con autenticità», afferma il religioso che è anche autore, tra l’altro, di un bello e solido libro per Edb, Il Bacio della sposa. Iniziazione alla preghiera. «Mi piace citare spesso questo aneddoto: un monaco tibetano, dalle immacolate vette himalayane, sbarca per la prima volta all’aeroporto di Londra e vede la gente agitata, di corsa e domanda al suo accompagnatore occidentale: “Dove va tutta questa gente così di fretta?”. Fa una pausa di silenzio e aggiunge: “Queste persone vanno più veloci della propria anima”. E gli Esercizi spirituali fatti nel tempo della Quaresima possono essere la migliore ricetta per ritemprare il nostro spirito».
Tra i temi scelti per questo ritiro vi è quello di imparare a «entrare in Quaresima».
«La Quaresima è, anzitutto, un tempo di purificazione ed espiazione per i nostri peccati: non dimentichiamo che esiste proprio perché siamo peccatori. Come insegna san Paolo: il peccato è una schiavitù (si veda in Romani 6 e Galati 5). Infatti, vediamo come siamo impigliati in una rete di dipendenze. Oggi il senso del peccato non è molto forte e, di conseguenza, il bisogno di conversione non è molto avvertito. Mi domando se le classiche opere penitenziali suggerite in questo tempo – digiuno, elemosina, preghiera – “funzionano” ancora in questa società e cultura secolarizzate che condizionano molto anche i cristiani. Bisogna puntare all’interiorità: passare dal falso Io, superficiale ed esteriore, al vero Io, profondo e spirituale. E questo richiede una “morte” dell’uomo vecchio e toglierci le maschere. In questo senso la Quaresima è una vera scuola di libertà. Si tratta di liberare il cuore perché emerga il desiderio di Dio, la vita dello Spirito. Il nostro cuore è pieno di tanti desideri immediati che lo attirano come sirene e lo riempiono, non necessariamente cattivi, ma che soffocano il cuore».

Al centro di queste meditazioni quaresimali ci sarà la figura di san Bernardo di Chiaravalle. Perché, a suo giudizio, il santo monaco cistercense è ancora così attuale?
«San Bernardo è una delle vette della mistica medioevale. La sua opera è caratterizzata da un profondo equilibrio tra ascesi, amore e contemplazione. Mi sembra che le opere ed il pensiero di questo santo cistercense siano poco conosciuti fuori dell’ambito monastico. Le caratteristiche principali, e sempre attuali anche per noi oggi, sinteticamente, sono queste: l’amore come via a Dio. Per Bernardo l’amore è l’unica forza capace di unire l’anima a Dio. Nella sua opera è sottolineato il cristocentrismo e l’umanità di Cristo. La sua spiritualità è fortemente incentrata sul Verbo incarnato. Egli incoraggia a meditare sull’umanità sofferente di Gesù per nutrire un amore affettivo e sensibile verso il divino».
Nell’enciclica Mens Nostra che nel 1929 istituì questa settimana di ritiro, Pio XI indica negli Esercizi spirituali di stampo ignaziano la strada privilegiata per costringere «l’uomo all’interiore lavoro dello spirito e all’esame di se stesso». Qual è la sua impressione a questo proposito?
«Nell’affanno della vita frenetica, gli Esercizi spirituali fanno parte di quelle esperienze del “sostare”, appartarsi per ritemprarsi nello spirito e ritrovare il proprio tono spirituale. Gesù stesso ci invita: “Venite in disparte, voi soli, in luogo deserto, e riposatevi un po’” (Marco 6,31). Oggi ci sono tante possibilità di farli a tappe, attraverso un itinerario nella vita quotidiana. Secondo la spiritualità ignaziana, il fine primario degli Esercizi spirituali è mettere ordine nella propria vita, purificando il cuore dagli affetti disordinati, chiedere la grazia di liberarsi da dipendenze ed egoismi o attaccamenti che impediscono di seguire il Signore liberamente e superare le proprie resistenze interiori».
È singolare che l’ultima meditazione degli Esercizi al Papa sarà dedicata al tema «comunicare la speranza». Dal suo osservatorio, perché è così importante trasmettere questa virtù teologale, la speranza, ai credenti di oggi e non solo?
«Comunicare la speranza cristiana oggi è una sfida affascinante perché ci chiede di passare da un concetto astratto ad una presenza viva che è la persona vivente di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo: Lui è la nostra speranza. La speranza, come virtù teologale, è un dono che ci permette di guardare oltre il limite della morte, non perché ignoriamo il dolore, ma perché crediamo che Dio è fedele. La speranza cristiana non promette che tutto andrà bene nel modo in cui vogliamo noi, ma che nulla andrà perduto di ciò che è amato da Dio. Per parlare di speranza a chi vive in un mondo pieno di morte, bisogna evitare il linguaggio del “tutto passa”. La speranza cristiana è pasquale, nasce ai piedi della Croce, passa attraverso il sepolcro ed è illuminata dal Risorto. Comunicarla oggi significa riconoscere il dolore, la solitudine e la paura, mostrandoli come luoghi in cui Dio è presente».
E il “suo” san Bernardo cosa direbbe in questo frangente?
«San Bernardo è il grande cantore mariano e nelle Omelie in lode alla Vergine Madre (II,17) invita, in mezzo alle tempeste dell’esistenza, a guardare alla Vergine Maria, la Stella della nostra speranza: “Se cominci a sentirti risucchiato dal baratro della tristezza, dall’abisso della disperazione, pensa a Maria... pregando lei non ti verrà meno la speranza, pensando a lei non sbaglierai”».

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