La neve che divide: Giochi senza frontiere o vero sci alpinismo?
Il debutto olimpico spacca il mondo della montagna tra puristi e innovatori: la formula sprint regala visibilità tv ma cancella l'anima selvaggia del fuoripista

Che sport è salire con gli sci in spalla una scalinata costruita artificialmente su una pista di neve battuta? E, soprattutto, questo può ancora chiamarsi sci alpinismo? Fino a dove si può sporcare la purezza di una pratica antica e rigorosa in nome di qualche giorno di visibilità planetaria? Difficile rispondere. Ma l’Olimpiade fa anche questo: ammalia chi desidera entrarci, e a volte obbliga a scelte difficili. Se non ti adatti alle sue necessità, resti fuori. Se accetti, entri nel mondo dorato dei Giochi, ma ti accusano di tradimento.
È cominciata infatti con una discussione sui princìpi l’avventura della disciplina che debuttava alle Olimpiadi con le gare sprint di Bormio: prove brevi, troppo, intense ma disegnate su percorsi controllati e ripetibili. Nulla di assimilabile quindi allo sci alpinismo tradizionale. Giovedì sulla Stelvio sotto una fitta nevicata, la svizzera Marianne Fatton ha vinto l’oro tra le donne, e lo spagnolo Oriol Cardona Coll si è preso quello degli uomini. Non bene gli italiani, con Giulia Murada quinta, a cinque secondi dal bronzo, e Alba De Silvestro fuori in semifinale. Michele Boscacci non ha nemmeno superato le batterie. Oggi però Alba e Michele, marito e moglie nella vita, avranno modo di rifarsi nella staffetta mista.
Ma quella vista sinora, e che rivedremo questa mattina a Bormio, è una vera rivoluzione, per uno sport nato lontano dalle piste, e praticato da decine di migliaia di appassionati in Italia su tracciati intonsi, in neve fresca. Quella che cercano avidamente, proprio per segnare con le loro scie una diversità fiera e senza compromessi. La gara olimpica sembrava invece una nuova edizione di “Giochi senza frontiere”. Secondo i più critici, tra la sprint vista l’altro giorno e il Trofeo Mezzalama, storica competizione di quello che in gergo chiamano “Skimo”, c’è la stessa differenza che nel ciclismo passa tra la Parigi-Roubaix e un allenamento sui rulli.
Per capire perché il tema sia così sensibile, bisogna immaginare cos’è, per molti, lo sci alpinismo. Non un circuito delimitato da reti, ma una cima da raggiungere. Non un tracciato deciso da altri, ma una linea da intuire. Le pelli sotto gli sci che fanno presa sulla neve mentre si sale in silenzio; poi la discesa su pendii intatti, dove ogni curva è una scelta. La montagna come spazio di libertà, ma anche di responsabilità: occorre leggere il terreno, valutare il rischio di valanghe, adattarsi alle condizioni meteo.
Anche qui ai Giochi si parte con le classiche pelli di foca sotto gli sci, che evitano che gli attrezzi rotolino indietro lungo il pendio durante la salita. Poi si passa a un breve tratto a piedi (il cosiddetto “bootpack”): gli atleti abbandonano momentaneamente gli sci attaccandoli allo zaino, e corrono risalendo su una serie di scalini tracciati. Per ultima, arriva la discesa con curve strette fino al traguardo. Il Cio ha imposto gare brevi, leggibili, televisivamente efficaci. Seguire una sprint di pochi minuti su un anello compatto è più semplice che raccontare un’individuale di due ore tra creste e canaloni, quella che piace ai tradizionalisti. Qui le telecamere cercano spettacolo e immediatezza. Lo sci alpinismo, per entrare nel programma, ha accettato di comprimere il tempo e lo spazio.
Ma c’è chi non si rassegna. Alla partenza di una gara di Coppa del Mondo ad Andorra, a fine gennaio, il francese William Bon Mardion si è fermato sulla linea di partenza, rifiutandosi di affrontare un tracciato insolito: neve artificiale, pista battuta, porte come nello sci alpino. In salita, perfino gradini scavati nel manto bianco. Sui social, poco dopo, è comparso l’hashtag #SaveSkimo.
Quella protesta è diventata il simbolo del dissenso. Katia Tomatis, atleta che ha gareggiato fino a pochi anni fa, ha raccontato così l’essenza dello sport che ama: «Una parte cruciale è andarsi a cercare da soli il percorso». È lì che, secondo lei, vive l’essenza della disciplina.
Martina Valmassoi ha parlato di atleti capaci di sciare velocissimi in qualunque condizione, penalizzati nella prova olimpica da una pista perfetta, che li costringe dentro regole troppo strette. Per chi la pensa così, lo sci alpinismo olimpico rischia di assomigliare troppo allo sci alpino, perdendo la sua anima esplorativa.
Eppure, la realtà come spesso accade in montagna, è più complessa. Ad Andorra la neve fuori pista non c’era: Giulia Murada ha parlato di una scelta obbligata, presa per salvare la gara. Gli inverni sono sempre più incerti, le precipitazioni irregolari, le temperature alte anche in quota. La crisi climatica non è uno sfondo lontano, ma una variabile quotidiana per chi organizza competizioni. E i percorsi fuoripista, oltre a richiedere grandi spazi e logistica complessa, comportano rischi oggettivi. La tradizione, inoltre, non è mai immobile. Sessant’anni fa ad esempio, le competizioni includevano prove di autosoccorso e costruzione di bivacchi.
«Lo sci alpinismo con un pettorale addosso non esiste», ricordava Murada prima dei Giochi, come a dire che ogni gara è già un compromesso tra spirito originario e regole sportive. Ma ogni generazione ha ridefinito cosa significhi “vero” sci alpinismo.
Molto pacata e tutt’altro che negativa è l’analisi fatta dal direttore tecnico degli azzurri, Fabio Meraldi, marito dell’icona dello sci di fondo Manuela Di Centa. «Questi format olimpici sono bellissimi perché possono avvicinare il grande pubblico, e i giovani. Abbiamo vissuto una giornata memorabile, sarebbe stato bello onorarla con una medaglia. Non è arrivata sinora, ma possiamo comunque sorridere perché la gente ha visto il nostro sport trasportato su una platea globale». Ora la vera conquista sarebbe replicare la presenza alle Olimpiadi del 2030: la Francia, che sarà padrona di casa - con due medaglie vinte in due gare sinora - potrebbe spingere in questa direzione e proporre addirittura una disciplina in più in programma.
La domanda comunque resta sospesa, come una traccia che sale verso una cresta: il senso dello sci alpinismo è stato davvero svilito in maniera irrimediabile dai Giochi? Forse sì, ma questa proposta resta comunque una sua versione meno selvaggia ma più compatta, più televisiva, più accessibile. La montagna insomma non scompare. Resta fuori dal tracciato olimpico, pronta ad accogliere chi continuerà a cercare linee nuove sulla neve fresca. E forse è proprio questa l’essenza inseguita da chi ama questo sport: stare in equilibrio tra due spinte opposte, tra la solitudine della salita e il clamore di un podio. Le Olimpiadi non chiuderanno il dibattito. Lo porteranno, semplicemente, più in alto.
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